Le 5 cinematografiche premesse sprecate

Le 5 cinematografiche premesse sprecate

di Matteo Berta

Alla fine dei giochi, se si valuta l’intero minestrone, magari si può parlare di buoni film, ma con delle premesse del genere, si sente puzza di grande potenziale sprecato. Oggi parliamo di quei film che essenzialmente non si meritano l’idea che si trova nelle fondamenta, non parliamo di soggetto, trattamento o sceneggiatura, ma semplicemente il concetto spuntato nella mente di una o più persone, malamente concretizzato.

THE PURGE. Scritto e diretto da James DeMonaco, uscito nel 2013, è un film che si presenta altamente emblematico per ciò che vogliamo raccontare. Volente o nolente, questo lavoro, tira in ballo più di una teoria psicoanalitica (Young, Fromm, Freud…) sulla necessità di espressione (o meglio “trovare sfogo) dell’aggressività più o meno innata (dipende se parliamo di comportamentisti o altro) dell’essere umano. La struttura narrativa del film si costruisce attorno alla notevole idea di concedere all’umanità una notte di libertà, dove l’anarchia e l’assenza di regole possono farsi valvola di sfogo e quindi riportarsi ad un “ritorno all’ordine” una volta eliminato il “problema”. Al di sopra di questa premessa si ramificano diverse tematiche come quella della lotta di classe contemporanea, come l’identificazione mediatica e sociale del “capro espiatorio” e il desiderio di voler mettere su un piedistallo la natura essenzialmente animale dell’uomo che sembra aver dimenticato. Una volta concessa la libertà più assoluta, spuntano le problematiche da stratificazione sociale: dalla concreta difficoltà dello squattrinato di ripararsi dalla furia omicida notturna ai giochi catartici dei più abbienti che costituiscono vere e proprie cerimonie rituali.

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Questa è l’idea di base, personalmente molto suggestiva e perfettamente plasmabile in termini di scrittura e conseguente regia. Il potenziale viene però disciolto in banalità come il semplice elemento protagonista come scelta primaria, ovvero l’omicidio, una narrazione che avviene in locazioni limitate e una regia pressoché assente, che punta tutto sull’interpretazione di attori che cercano di estremizzare situazioni rendendole poco credibili. Rimane un film guardabile e interessante, ma non oso immaginare se un lavoro simile fosse capitato nelle mani dell’accoppiata Koepp-Spielberg.

THE FINAL CUT. Non stiamo parlando dell’odioso programma di montaggio (che in effetti può essere visto come idea sprecata), ma di un vero proprio film, basato sul montaggio. Capostipite di una serie di rivisitazioni in campo letterario, cinematografico e anche televisivo (Pensiamo alla famosa puntata di Black Mirror), questo lavoro parte da un’idea molto innovativa per l’epoca (Omar Naim,2004) ovvero l’esistenza di un chip-camera posizionato fin dalla nascita in una persona, in grado di registrare tutta l’attività “audiovisiva” del soggetto in questione.

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Questa è la premessa della premessa, ma la storia si incentra su un “montatore di vite” (Robin Williams), il suo compito è quello di selezionare la memoria digitalizzata al termine della vita del cliente per poterne creare una sorta di trailer da mostrare nel momento del commiato o del funerale. Questa idea tira in ballo molte più questioni di quante vengono raccontate nella storia stessa, in primis i vari problemi etici che accompagnano il concetto di registrare una vita umana (privacy a fare in chiurlo, anche se concesso dal cliente) e soprattutto il problema di cosa selezionare della vita di una persona. Invece di sfruttare questo importante materiale, il film piglia una strada differente e si trasforma in thriller, utilizzando la premessa geniale iniziale, solamente come sfondo ad una storia diversa. Bel film, importante interpretazione, poca regia, musica dimenticabile e soprattutto una grande occasione persa.

THE CURIOUS CASE OF BENJAMIN BUTTON. Nel 2008 uscì un curiosissimo film di Fincher. Già dopo i primi teaser, si cominciò a capire che sarebbe stato qualcosa di diverso e dalle enormi potenzialità, contando l’essenzialità della trama (un uomo che segue al contrario il normale percorso di crescita biologica) il cast stellare (Pitt, Blanchett…) e le nuove tecniche di motion capture. Tutti curiosi e affascinati siamo corsi a vederlo e ci siamo trovati di fronte ad un film elegantissimo, girato magistralmente, ma forse tutta l’importante componente narrativa è rimasta arenata nel semplice inconsueto caso di crescita all’opposto. Nel caso di “The Final Cut” abbiamo ragionato sul fatto che in un certo senso è stato un errore allontanarsi dal seminato delle premesse che già potevano fornire molti spunti interessanti, mentre in questo caso si è deciso di spremere fino in fondo l’idea di partenza. Bel film, ma poteva essere molto di più.

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INDIANA JONES AND THE KINGDOM OF THE CRISTALL SKULL. Tornare a fare Indy quasi su commissione per i fan e per la voglia di tornare in quel costume da parte di Ford, non è stata una scelta azzeccatissima. Ci siamo tutti emozionati nella sequenza di ripresentazione (in perfetto stile Spielberg) del protagonista, ci siamo esaltati con i nuovi sorprendenti temi di Williams, ci sono piaciute le molte trovate direttive e narrative, tutto ciò è vero, ma è anche vero che forse non era il momento di riproporre quella cosa in quel modo.

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Lucas e Spielberg hanno dichiarato di aver voluto fare un omaggio a tutti quei B-Movie della cinematografia passata in stile fantascientifico, e ce l’hanno fatta perfettamente, dalla fotografia all’azione pura, ma lo spettatore giustamente non si è accontentato di rivedere l’archeologo più famoso del cinema in una storia stile standardizzato alla saga, ma ci sarebbe piaciuto vederlo più maturato e non nel senso di metter su famiglia, ma dal punto di vista psicologico, una crescita differente inserita in una storia di avventura pura. Non sono tra i principali detrattori del film, anzi ne ho apprezzato molte delle sue componenti, ma dalla premessa di poter riportare Indiana Jones al cinema, ce la si poteva giocare decisamente meglio.

STAR WARS: THE FORCE AWAKENS. Hai la necessità di accaparrarti il brand cinematografico più popolare esistente, hai tra le mani un budget pressoché illimitato, ti trovi di fronte alla possibilità di ripartire con una nuova saga con la libertà mentale da ogni tipo di vincolo narrativo e soprattutto hai la fortuna di riportare tre generazioni differenti in un mondo fantastico come quello di Guerre Stellari, e te la giochi con gli scacchi spaziali senza legame narrativo, evidenti problemi recitativi e un gusto al paraculismo senza precedenti.

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Tra i grandi sostenitori e i grandi detrattori io mi schiero con il lato oscuro del cuore e il lato chiaro della logica, sono dalla parte di coloro che pensano che Abrams, pur di non rischiare, cerca di accontentare tutti, ma non sazia nessuno del tutto. Quale miglior esempio di occasione sprecata se non questo nuovo capitolo della saga stellare? Non riesco a pensarci, c’era la possibilità di presentare nuovi personaggi (e non ricalcarli sui vecchi) nuovi pianeti (e non ricalcarli sui vecchi), nuovi sviluppi narrativi (e non ricalcarli sui vecchi), nuovi mondi (e non ricalcarli sui vecchi), si poteva fare di tutto, avrei accettato anche una sola ambientazione con tre personaggi in stile commedia brillante francese/inglese se fosse stata onesta. Ma alla fine hai incassato tanto, alla fine hai ragione tu.

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