DUNKIRK – La ritirata ansiogena

Il war movie di Christopher Nolan dal ritmo opprimente e dal soundtrack martellante.

di Alessandro Sivieri

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Ogni nuovo film di Christopher Nolan è un evento, specie se te lo gusti in 70mm con i bassi esplosivi e poltroncine comode, come è fortunatamente capitato alla nostra redazione. Eppure aleggiava preoccupazione per il destino di Dunkirk: parliamo di un regista che finora, obiettivamente, non ha mai partorito un film brutto, ma nessun autore è immune allo scivolone, specie se la libertà produttiva e i capitali a disposizione farebbero venire voglia a chiunque di strafare. Nolan è diventato un marchio di fabbrica. Riesce a devastare i box office mantenendo un’impronta autoriale e circondandosi dei collaboratori che più gli aggradano.

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Aggiungiamo che questo war movie viene dopo Interstellar, che a nostro parere rimane l’apice espressivo di Nolan. Desideroso di cambiare genere, l’autore britannico ha deciso di abbandonare la fantascienza pioneristica per gettarsi a capofitto nella Seconda guerra mondiale, territorio dove è inevitabile il confronto con Salvate il soldato Ryan. Con quest’ultimo Dunkirk ha in comune il realismo e i colori desaturati, ma per il resto ci troviamo di fronte a una gestione completamente diversa di tempi e di personaggi. L’episodio trattato non è uno sbarco ma un’evacuazione delle truppe alleate verso l’Inghilterra, pressate fino allo stremo dalle forze naziste.

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La narrazione di Nolan, come ci si aspetterebbe, non è lineare e il punto di vista si alterna, con relativi salti temporali, tra i giovani soldati inglesi intrappolati sulle coste della Francia (tra i quali spicca Fionn Whitehead), un pilota della RAF (Tom Hardy) che tenta di difendere le navi alleate e un gruppo di civili, capitanati da Mark Rylance, che attraversa la Manica con una piccola imbarcazione per dare una mano.

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I dialoghi sono ridotti all’osso e le storie personali dei protagonisti non vengono approfondite, ma non è necessario per empatizzare con la loro condizione: a riempire i silenzi ci pensa la tensione incessante, il senso di disfatta incombente, le musiche del fido Hans Zimmer che si fondono a meraviglia con il sound design, regalandoci un inferno di esplosioni e proiettili, di imbarcazioni che affondano, di grida disperate. La cinematografia è ai massimi livelli, immergendoci completamente nelle sequenze senza rinunciare all’eleganza: sembra davvero di trovarsi in un aeroplano che potrebbe essere abbattuto in ogni momento, in una stiva inondata d’acqua gelida, su una spiaggia bersagliata dai nemici sempre più vicini.

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A incentivare la paura dell’ignoto è la scelta vincente di non mostrare praticamente mai i soldati tedeschi, trasfigurandoli in un avversario senza volto. Oltre all’impronta documentaristica c’è anche il tempo per alcuni dilemmi morali, scatenati dalle azioni dei personaggi: per ogni eroico aviatore c’è un impostore che tenta la fuga, per ogni marinaio con i nervi saldi c’è un sopravvissuto divorato dai traumi. Nolan non giudica, limitandosi a mostrare ciò di cui può essere capace un uomo per sopravvivere, senza voltarsi indietro per contemplare la sorte dei compagni. L’approccio emotivamente pragmatico non esorcizza del tutto gli sprazzi di patriottismo all’inglese e qualche scintilla di buonismo, ma nel complesso il racconto si mantiene maturo e razionale, sezionando col bisturi la mattanza della fanteria senza scadere nella pornografia della violenza (lo splatter è piuttosto limitato).

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La pellicola dura meno di due ore ma sembra di cadere in un limbo temporale: l’attesa dei soccorsi sembra interminabile, mentre la minaccia nazista giunge con l’acceleratore. Gli inutili tentativi di raggiungere l’Inghilterra sono scanditi dall’accompagnamento viscerale di Zimmer, che ricorda un aereo in picchiata, una sirena d’allarme, qualcosa di pericoloso che incombe. Nel corredo sonoro figurano suoni martellanti, come i battiti cardiaci di un soldato in fuga o i ticchettii dei secondi fatali. Questa orchestra della morte non ha la portata poetica della musica di Interstellar ma funziona a meraviglia, a prova del fatto che la sintonia con il regista è ancora ai massimi livelli. È proprio grazie a questa abilità che Nolan riesce nuovamente a fare centro: la capacità di circondarsi di gente valida e di tirare fuori il meglio da chiunque, persino dal cantante degli One Direction che sembra capitato lì per via di una scommessa vinta dalla figlia tredicenne di un produttore (eppure Harry Styles ce la mette tutta e risulta credibile).

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Il cineasta britannico ha imparato davvero bene a viziarci e non vediamo l’ora di sapere cos’altro abbia in serbo. Sarebbe saggio rifugiarsi in una storia più intima e contenuta, ma noi siamo egoisti e lo vogliamo a produrre ciò che gli riesce meglio, ovvero i kolossal con un’anima. Intanto godetevi questo ottovolante guerresco perché, nonostante appartenga a un genere inflazionato, ha un’identità tutta sua e delle sequenze da brivido. Oggi è un buon giorno per imparare a nuotare.

Dunkirk (Inglese) Copertina flessibile

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