BLADE RUNNER – Lacrime nella pioggia

Recensione del capolavoro di Ridley Scott che dal 1982 ispira la fantascienza.

di Alessandro Sivieri

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Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve ha riportato la parabola dei Replicanti sul grande schermo, facendo piombare i fan storici in un mood che ben conoscono: la nostalgia e al contempo il timore di un futuro mai accaduto. Quale occasione migliore per ricordare ai più giovani l’esistenza del film originale? Il capolavoro visionario di Ridley Scott, uscito nel 1982, contribuì a plasmare la fantascienza insieme al precedente Alien. Co-protagonista dell’opera è l’ambientazione, una Los Angeles sporca, trafficata, dove torreggiano i palazzi delle multinazionali. Un mondo sinistramente poetico in cui si muove il Rick Deckard di Harrison Ford (rivisto nel sequel), liberamente ispirato a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

L’opera letteraria del leggendario Philip Dick ha fatto da base per una pietra miliare cinematografica che fa da modello a quelle produzioni che raccontano il cyberpunk, la visione di un futuro distopico dove l’essere umano ha perso libertà e individualità, preda di una tecnologia evoluta e al contempo decadente. Insomma, Blade Runner non è solo un film, è un’istituzione; la messa in scena mastodontica all’occidentale che si amalgama con la riflessività di stampo orientale. Il meglio di due culture che, oltre a strabiliarci con la sua atmosfera, ci presenta domande importanti su cosa sia la vita e su quali siano i criteri per definirci esseri umani. Una storia ambigua e personale, per molti versi cinica, che trova la sua migliore incarnazione nell’edizione Final Cut (con l’epilogo voluto da Scott, più coerente del forzato happy ending imposto dai produttori).

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Ambientato nel 2019, racconta di come l’umanità, costretta in un pianeta Terra inquinato e sovrappopolato, abbia la necessità di colonizzare nuovi mondi. A tale scopo vengono creati i Replicanti, esseri artificiali molto simili a un umano. Sono più agili, forti e intelligenti, ma il loro ciclo vitale si limita a pochi anni, in linea con il loro scopo: una condizione di schiavitù dove fanno il lavoro sporco al posto delle persone, dalle guerre, ai lavori pesanti e alla prostituzione. Capita che alcuni di essi, non accettando un tale destino, fuggano per darsi alla clandestinità.

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È questo il caso di Roy Batty (Rutger Hauer), che guida un manipolo di Replicanti sulla Terra in cerca del proprio creatore, il dottor Tyrell (Joe Turkel), per chiedergli di prolungare le loro vite. Questi esseri sintetici si confondono facilmente tra la gente, ma esistono dei metodi per identificarli (tra cui il celebre test di Voight-Kampff). Nel caso diventino una minaccia vengono ritirati (cioè uccisi a sangue freddo) da poliziotti specializzati, detti anche “Blade runner”. Rick Deckard, prossimo al ritiro, decide di accettare quest’ultimo incarico, dando la caccia a Batty e ai suoi scagnozzi.

L’impresa non si rivela facile e Deckard si ritrova invischiato in una relazione amorosa con Rachel (Sean Young), una sintetica speciale al servizio della Tyrell Corporation. Questo lo porta a porsi dei dubbi di stampo esistenzialista e a chiedersi chi sia effettivamente un Replicante o no, incluso lui stesso. Delicato come un amplesso o brutale come una sparatoria, viene raccontato lo spettro emozionale di queste persone artificiali, alla disperata ricerca dell’autodeterminazione, “più umane degli umani”.

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Come in Metropolis, le peripezie del detective Deckard sono calate in un set dall’architettura visionaria, che va dalle strade affollate a monumentali edifici, simbolo di un’industrializzazione opprimente; un pessimismo estetico dove non si notano forme di vita animali o vegetali. Tutto è fumo, cemento e acciaio. Non parliamo solo di un noir futuristico ma di un’indagine filosofica che mette continuamente in dubbio l’etica dei protagonisti e il loro senso della realtà.

Commovente l’atteggiamento dei Replicanti che, avendo ricordi creati artificialmente, sono ossessionati dalle fotografie, nel tentativo di aggrapparsi a una dimensione affettiva che non gli appartiene. Memorabile il monologo di un Roy Batty morente, sorretto dalla potente colonna sonora di Vangelis e da una certa dose di improvvisazione attoriale. L’estremo saluto di un androide in lotta per la vita, un’esistenza breve ma vissuta più pienamente di molte persone che la sprecano.

Non perdetevi la nostra recensione del seguito, dove Villeneuve ci ha fatto versare qualche lacrima nella neve, sfornando un lavoro che compete con l’originale. I perfezionisti non dimentichino la nostra analisi dei tre cortometraggi promozionali usciti prima di Blade Runner 2049.

Blade Runner (Final Cut)

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