THE PREDATOR – PAROLACCE E SUPER LIQUIDATOR

Alieni con i sottotitoli contro soldati idioti.

di Alessandro Sivieri

“Cazzo, amico, non ci pagano abbastanza per questo lavoro.” dice Boyd Holbrook nei forzatissimi panni di un cecchino esperto, mentre sta avendo un incontro ravvicinato con un Predator che indossa una maschera dalle fattezze vaginali, precipitato sulla Terra dopo un incipit alla Star Wars. Un cocktail confusionario di nozioni che rispecchia la struttura di questo lavoro di Shane Black, un reboot travestito da sequel. Oltre ad aver recitato nell’episodio del 1987, Black si è fatto un nome come sceneggiatore e regista di buddy movie natalizi, commedie d’azione che si basano sugli scambi di battute tra i protagonisti.

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Il suo stile scanzonato brilla in polizieschi come The Nice Guys, mentre fallisce miseramente quando si approccia al thriller fantascientifico. Nonostante i corpi smembrati, le astronavi e le parolacce, The Predator è un film per famiglie. La storia ruota proprio intorno a una famiglia surrogata che tenta di fermare l’invasione dei temibili cacciatori: il McKenna di Holbrook, killer di professione ma anche padre amorevole, un bambino autistico che si rivela geniale (Jacob Tremblay) e una biologa figa e cazzuta (Olivia Munn) che dà la caccia agli alieni con un super liquidator e coglie ogni momento, specialmente quelli di pericolo, per fornire spiegazioni scientifiche a casaccio. I tre portano a spasso un bracciale alieno rubato a Cowboys & Aliens e sono accompagnati da un gruppo di veterani con problemi psichiatrici che vanno dallo stress post-traumatico alla sindrome di tourette, equamente suddivisi tra minoranze etniche. Lungo il percorso, nello scomodo ruolo di carne da cannone, troviamo militari idioti e scienziati ancora più idioti. Insomma, la fiera dello stereotipo.

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Alcune recensioni in Rete hanno giudicato il film pessimo, con l’attenuante di dare un contentino ai fan di lunga data. Un occhio più attento noterà che per i fan non c’è proprio nulla. A essere tradita è in primis la filosofia dei Predator: essi sono estremamente orgogliosi e cacciano le prede più pericolose della galassia, esibendone i trofei. Qui il loro scopo viene traviato, dicendoci che il vero obiettivo è ibridarsi con altre specie per diventare sempre più letali. Andiamo, gli Yautja che sporcano il loro codice genetico con esseri inferiori? Non solo, vogliono anche colonizzare la Terra approfittando del riscaldamento globale, ma uno di loro vuole impedirlo e fugge per aiutare gli umani. Il disertore è un Predator classico, simile al Jungle Hunter della pellicola con Schwarzenegger, se non consideriamo la sua strana maschera e l’apparenza plasticosa, che lo fa somigliare a un cattivo da Power Rangers. La sua volontà di aiutare i terrestri non gli impedisce di farne a pezzi una tonnellata, mentre viene inseguito da un super Predator che vuole punirlo. Quest’ultimo è uno scimmione, un ibrido con più muscoli e più denti che segue le logiche di Jurassic World. Nonostante sia visivamente imponente, non aggiunge nulla di nuovo alla formula e ci fa rimpiangere la tribù antagonista di Predators, quello prodotto da Robert Rodriguez.

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Personalmente non sono un fan talebano e non ho nulla contro i tentativi di andare controcorrente, purché ci sia una chiara visione a monte. Pellicole come The Last Jedi hanno tirato cazzottoni in faccia ai fan e sputtanato le loro certezze, offrendo in cambio una regia solida e una scrittura coraggiosa. The Predator non ha alcuna scintilla creativa che sopperisca alla sua vena iconoclasta, limitandosi a ripercorrere i luoghi del passato (la giungla, la città, il laboratorio alla Independence Day) con un paio di citazioni testosteroniche e un nucleo di protagonisti dal peso drammatico nullo. Il gruppo di soldati pazzoidi guidato da Holbrook, una sorta di A-Team squinternata, diverte in svariate scene e non sfigurerebbe in un film di guerra a parte, ma contro gli Yautja mantiene la tensione prossima allo zero. L’acume di Black per gli scambi di battute inizia a esaurirsi dopo 10 minuti e viene sostituito da fiumi di parolacce. Gli adulti imprecano ossessivamente e scherzano sulle trombate extraterrestri come se fossero degli adolescenti spacconi che non comprendono appieno il significato delle loro parole. Elementi come il turpiloquio e lo splatter fanno di tutto per imbastire una cornice seriosa, eppure la sensazione finale rimane quella di un PG-13 con un rating alzato artificialmente.

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Mentre 30 anni fa Schwarzenegger regrediva a uno stadio primitivo e fronteggiava il Predator con trappole artigianali, lo scontro decisivo di questo sequel evidenzia ancor più la collaborazione di famiglia, alla stregua de Gli Incredibili, dove i bambini rimangono incolumi tra i cannoni laser e ognuno dà il colpo di grazia al mostro senza rimetterci gli arti. Lo spettatore viene preso per mano come un demente e sorge l’esigenza di semplificare concetti già di per sé elementari, quindi gli Yautja comunicano con i sottotitoli e usano Google Translate su tutto ciò che vedono. Una botta di pacchianeria viene dal finale alla Iron-Man, con una rivelazione che ci fa temere il futuro. Tanta ipocrisia da parte della produzione, infusa anche nel personaggio di Holbrook, uno che dice “Oddio, niente sparatorie davanti a mio figlio, però gli spedisco a casa tecnologie pericolose e lo sfrutto come deux ex machina”. Il colpo di grazia sono le teorie eugenetiche dei Predator, che puntano a dei discendenti autistici per conquistare il pianeta. Con l’amaro in bocca ammettiamo che avremmo preferito un seguito diretto del film del 2010 o un’altra schermaglia con gli Xenomorfi.

Per chi se lo fosse perso, vi ricordiamo il nostro Bestiario sulla saga di Predator, aggiornato con gli esemplari di quest’ultimo film.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. the Lost Wanderer ha detto:

    All’inizio, i primi 20 -30 minuti, ammetto di averci creduto. Poi… neve al Sole. E la cosa che mi è saltata in mente a metà film, mentre osservavo “La squadra 2” in azione tra sparatorie ed incontri ravvicinati con Predator in fuga è stata: “Ma perchè ho l’impressione che nessuno abbia veramente paura di questi Predator?”. Ed i personaggi non aiutano affatto, purtroppo: la squadra è piena di pazzi, la biologa imbraccia armi pesanti che è piacere ed il ragazzino autistico osserva il disastro attorno a sè senza mai sembrare spaventato. Ed il protagonista fa un errore capitale: va bene essere figo e dimostrare di essere un “duro a morire”, ma è decisamente lontano da Dutch (Predator) e da Royce (Predators), che dimostravano un grande sangue freddo ma era consapevoli che la morte poteva raggiungerli da un momento all’altro…

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