ALADDIN – Straccioni da Abercrombie con confetture

Il reboot di Guy Ritchie a base di balletti sfarzosi e facce pulite.

di Alessandro Sivieri

Intervallando i prodotti supereroistici, la Disney sforna un ennesimo remake in live action dei suoi classici animati, rispondendo al bisogno di riaffermare le sue proprietà intellettuali, battere cassa e creare una nuova generazione di nostalgici, anche se siamo certi che i millennials abbiano già sperimentato le versioni cartoonesche dei vari Cenerentola, La bella e la bestia, Il libro della giungla e, in questo caso, Aladdin. L’avventura favolesca a sfondo mediorientale risale al periodo d’oro degli anni ’90 ed è parte della memoria collettiva, specie per il Genio della Lampada di Robin Williams, una mitraglietta di battute dalla pelle bluastra. Puntuale e opulento arriva il rifacimento a opera di Guy Ritchie, regista che ha un gusto particolare per le sequenze action, i dialoghi esplicativi, il rallenty e il montaggio frenetico. Il suo tocco imprime energia nelle opere trascendendo i generi e si fa sempre apprezzare. Per dirne una, sono uno dei pochi ad aver gradito il suo King Arthur.

Con uno scenario da Le mille e una notte e danze pirotecniche di matrice bollywoodiana, veniva voglia di sperare. Peccato che la Casa di Topolino sia solita assoldare autori di talento per poi limitarne il potenziale espressivo (vedasi Tim Burton con Dumbo e Alice in Wonderland), generando fotocopie ingigantite dei predecessori, meno coraggiose nelle tematiche e nella struttura del racconto. A sostituire Williams troviamo Will Smith, che sopravvivendo a qualche momento uncanny riesce a rendere credibile il personaggio, accompagnato da un’affascinante Jasmine (Naomi Scott) e da un Aladdin in rispolvero (Mena Massoud). Il giovane ladro vanta una faccia da schiaffi e la nomea di straccione, nonostante vesta all’ultima moda di Agrabah, inclusi petto depilato e borsello maschile.

Come promesso il lato scenografico e costumistico è un bel vedere. Il regno esotico ci incanta con i colori e la sua folla pulsante, anche se in determinati momenti la gestione delle comparse trasmette un effetto “parco a tema“, facendoci sentire a Gardaland. La storia è grossomodo quella di un tempo, con il ruolo del Genio che viene espanso in un prologo nuovo di zecca e in una sottotrama a tinte romantiche con Dalia (Nasim Pedrad), ancella arrivista della principessa. Smith se la cava negli intermezzi canori e i suoi battibecchi con Aladdin sono tra i momenti più ilari (qualcuno ha parlato di confetture?), ma la sua faccia digitalizzata sul corpo evanescente non è sempre confortevole da ammirare. Altri personaggi, come il Sultano (Navid Negahban) e il pappagallo Iago, vengono drasticamente ridimensionati rispetto al cartoon. E poi c’è Marwan Kenzari negli isterici panni di Jafar. Il gran visir viscidone di mezza età che ricordavamo lascia il posto a un modello da Abercrombie che risulta più aitante del protagonista.

Il villain subisce una rilettura che su carta poteva funzionare: ha un passato difficile, fatto di furti e anni in gattabuia, ed è arrivato alla sua posizione attuale grazie a spietati crimini. Sentendosi perennemente umiliato per via delle sue modeste origini, sogna di dominare Agrabah per dimostrare a tutti il suo valore. Questa sua aria da brigante tirato a lucido lo accomuna ad Aladdin, con il quale condivide alcune abilità, in primis la destrezza. Jafar rappresenta un’evoluzione alternativa del protagonista, ciò che sarebbe diventato accantonando l’empatia e gli scrupoli etici. La mancanza di scambi dialettici con il fidato Iago e la trama blindata lo riducono infine al solito cattivone guerrafondaio, ma poteva dare molto di più.

Stessa cosa per Aladdin, uomo puro di cuore che si affida ai compagni magici e che si pente delle bugie non appena Will Smith mette il broncio. Gli manca il carisma da furbacchione che si addice a un ratto di strada e scambia merce per un pugno di datteri come Rey in The Force Awakens. Jasmine è una principessa modernizzata che sogna di diventare sultano per occuparsi del popolo e spezzare le obsolete tradizioni, ma un suo segmento cantato ne amplifica immotivatamente l’alone girl power. I momenti musicali del film coesistono con l’azione e hanno una funzione narrativa, conducendo i personaggi da un punto A a un punto B, tranne quello della principessa, che sulla falsariga di un Let it go urla tutta la sua intenzione di ribellarsi al patriarcato.

Eppure i gesti precedenti e immediatamente successivi alla canzone erano già sufficienti a chiarificare la natura di Jasmine: pensiamo agli sguardi significativi scambiati con il padre e le guardie. Allargando il discorso, il peso di vocalizzi e balletti è bilanciato nella prima parte, ma diventa eccessivo nella seconda, annacquando l’intreccio fino al prevedibile epilogo. Da piacevole contrappunto alle sequenze standard, le danze spettacolari diventano un espediente per tamponare le falle scritturali.

La mano di Ritchie è palesemente legata dietro la schiena e schiacciata da chilogrammi di ottone, ma si libera nelle fughe acrobatiche attraverso la città, durante una spasmodica caduta in mare e in una presentazione iniziale che indulge in ricche panoramiche. L’atmosfera di Agrabah contestualizza anche il costume più kitsch e ci offre un assaggio delle famigerate notti d’oriente. Che siate affezionati al cartone o meno, per qualche attimo si avverte la magia di un mondo vivo e concreto, ma non basta. Come non basterebbero tre desideri a farci scordare le deliranze a palazzo, gli effetti poco speciali del Genio di Bel-Air e un videoclip di Jasmine sovversiva che avrà commosso Brie Larson fino alle lacrime. Alla stregua del venditore più scaltro, la Disney ci spaccia stracci per tappeti, riuscendo comunque a strapparci un mezzo sorriso.

“Ho chiamato un tappeto giallo col mio fischio collaudato!”

Se volete saperne di più, ecco la nostra diretta post-visione andata in onda su Facebook:

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Conte Gracula ha detto:

    Un Jafar agile potrebbe spiegare perché, in quel frontale in galleria televisiva chiamato Descendants, il figlio dell’ex visir sembri più il figlio di Aladdin 😛

    Comunque, ancora non ho visto nessuna delle copie in carta carbone dal vivo dei classici, ma in generale mi sento poco curioso…

    Mi piace

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