ARCHEOSTORIA DEL GIOCATTOLO: I 10 Film sui Giocattoli più belli di sempre

Da Toy Story a La bambola assassina, un viaggio nostalgico in dieci tappe.

di Matteo Berta e Alessandro Sivieri

Lo storico olandese Johan Huizinga nel 1938 pubblicava il suo testo intitolato “Homo Ludens“, introducendo un concetto che divenne fondamentale nel corso della storia dell’analisi antropologica. Infatti, nelle più svariate discipline, si tratta spesso l’argomento del “gioco” come fattore pre-culturale e fondamentale per lo sviluppo e la crescita dell’essere umano come individuo (personalità) e come collettivo (sviluppo delle società). Volenti o nolenti, ognuno di noi ha un legame nostalgico con un giocattolo, che si tratti di un pezzo griffato da collezione o semplicemente di un costrutto artigianale frutto della nostra fantasia.

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I film sui giocattoli sono numerosi, ma solamente alcuni sono divenuti iconici e cult, per via della qualità artistica dei prodotti o più beceramente per lo “status symbol” di cui sono portatori. Inevitabilmente, se si pensa a delle pellicole “di giocattoli”, subito ci balza alla mente la saga di Toy Story, la serie di pellicole animate della Pixar che si è resa protagonista di diversi record: dalla presenza del primo film d’animazione completamente realizzato in computer grafica alla riconoscibilità dei prodotti stessi, mostrando la capacità di comunicare storie attraverso degli oggetti che in modo intrinseco sono il marketing del film stesso. Se compro uno Woody non sto acquistando una riduzione in sintesi o una semplificazione di un personaggio, ma è come se mi stessi accaparrando uno dei “props” diegetici del film.

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I giocattoli sul grande schermo hanno inoltre generato delle icone horror che non hanno nulla da invidiare ai capisaldi del cinema dell’orrore classico. Si pensi alla bambola assassina Chucky, o alla più recente Annabelle. L’oggetto inanimato, spesso antropomorfizzato, è una carta vincente da utilizzare per stimolare reazioni viscerali umane in stile uncanny valley o disturbi della percezione di diverso genere. Esiste addirittura un disturbo classificato come Pediofobia, che consiste in una paura intensa e apparentemente immotivata di simulacri umani, in questo caso bambole e pupazzi. Tale fobia può presentarsi sia nei bambini che negli adulti. Non è un caso che l’immaginario filmico abbia pescato a piene mani da questo terrore inconscio, portandoci a temere che la vecchia bambola di porcellana vicino all’armadio inizi a seguirci con lo sguardo o vaghi per la casa mentre dormiamo, in cerca di un’arma affilata

Non dilunghiamoci troppo in vaneggiamenti, partiamo con il listone dei coccolosi e malefici film di giocattoli più celebri della settima arte.


LA BAMBOLA ASSASSINA (1988 e 2019)

Bambolotto tanto brutto quanto letale, Chucky è dotato di coltelli affilati e di un peculiare senso dell’umorismo. La sua vera identità è Charles Lee Ray (Brad Dourif), serial killer di Chicago che in punto di morte infuse il suo spirito all’interno di una bambola. Il suo scopo è reincarnarsi in un altro essere umano attraverso un rituale, prima di rimanere intrappolato per sempre nelle sue spoglie di giocattolo. Lungo il cammino, a suon di parolacce e sguardi agghiaccianti, miete numerose vittime. Le sue uccisioni sono ad alto tasso di splatter ed è solito tendere imboscate con oggetti taglienti, elettrodomestici, automezzi e attrezzi da giardino. Per il film vennero impiegati effetti speciali altamente tecnologici e vennero realizzati dieci modelli della bambola.

L’ultimo remake di Chucky ha portato nelle sale Buddi, una sorta di Alexa senza filtri inibitori e quindi un pericolo molto più vicino a una logica alla Skynet piuttosto che a una bambola assassina. Nonostante degli sviluppi narrativi molto discutibili, questo nuovo film è riuscito indubbiamente a dare nuova linfa al brand, adattandosi a delle logiche contemporanee consumistiche legate appunto ai giocattoli. Buddi nasce dallo stress e dallo sfruttamento di un operaio maltrattato in una fabbrica di un paese in via di sviluppo. Il bambolotto psicopatico diviene emblema del nostro acquisto compulsivo su Aliexpress. Lo sviluppo tecnologico diviene invece un’arma in più per una bambola che in alcuni momenti vorresti abbracciare, almeno fino a quando non diventa il tuo incubo peggiore. Qui potete leggere la nostra recensione.


TOYS (1992)

Direttamente dagli anni ’90 arriva Toys – Giocattoli, opera dimenticata di Barry Levinson (già regista di Rain Man e Good Morning Vietnam), con quella sagoma di Robin Williams come protagonista. Il setting è una fabbrica di giocattoli situata da qualche parte negli Stati Uniti, dove gli eventi si svolgono in una cornice surreale. Prossimo alla morte, il direttore Kenneth Zevo (Donald O’Connor) lascia la guida della struttura al fratello Leland (Micheal Gambon), generale a tre stelle, poiché ritiene il figlio Leslie (Williams) troppo immaturo per gestire un’azienda così importante. Leland Zevo si dimostra però un fanatico bisognoso di una guerra da combattere, e inizia così a trasformare la fabbrica, producendo in segreto dei giocattoli da guerra. Leslie, costantemente perso nel suo mondo, decide di reagire quando scopre che lo zio ha addirittura assunto dei bambini per giocare a una serie di videogame che in realtà sono simulatori bellici, dove pilotano inconsciamente dei veicoli da combattimento in giro per il globo.

Come per Small Soldiers, il giocattolo diventa la metafora della corruzione dell’animo umano, del profitto economico e della cinica transizione da infante ad adulto, dove il valore originario del prodotto subisce una mutazione: da strumento per la scoperta, il divertimento e l’interazione sociale, il gioco diventa un’arma creata in serie e priva di identità, un oggetto che viene spesso impiegato alla leggera ma che è in grado di distruggere città e uccidere persone. La pellicola si rivelerà un flop, nonostante un massiccio investimento finanziario/creativo (colonna sonora di Hans Zimmer, scenografie curatissime) e un casting che trova la sua anima nel gigioneggiante Williams e nell’arcigno Gambon, perfettamente a suo agio nei panni di un veterano assetato di gloria.

L’intero film ha una connotazione fiabesca che ne smorza parzialmente la critica sociale. La stessa Zevo Toys è un non-luogo, una sorta di parco a tema che si snoda tra corridoi labirintici e macchinari grotteschi. Inevitabile pensare, dal punto di vista del design, a una specie di Fabbrica di cioccolato con un Wonka-Williams che indossa abiti eccentrici e sperimenta l’ennesimo gadget. Memorabile l’incipit che mostra la routine degli operai della fabbrica con una canzone di Tori Amos (il comparto sonoro, in generale, si attesta su ottimi livelli), così come lo scontro finale tra i mini-carri armati e i “vecchi” giocattoli, dall’elevata carica simbolica. Non mancano scene dal taglio horror, come una bambolina hawaiana killer e il sinistro maiale marino, robot da battaglia anfibio il cui aspetto rimane un mistero.


SMALL SOLDIERS (1998)

Salve, io sono Archer, emissario dei Gorgonauti…

Dal regista Joe Dante, autore di Gremlins, giunge un film per famiglie che trova i suoi punti di forza nella qualità degli effetti speciali e in un’ironia che va a colpire il consumismo e il militarismo americano. L’incipit ci sbatte in faccia lo spot promozionale di una multinazionale alla Robocop e vira su elementi fantascientifici: la potente Globotech, già affermata nel campo degli armamenti, decide di produrre due linee di giocattoli, i Gorgonauti e il Commando Elite, equipaggiandoli per errore con un chip sperimentale che gli consente di interagire con il mondo esterno e perfino di imparare. La situazione sfugge al controllo quando il maggior Chip Hazard (Tommy Lee Jones), leader dei soldati in miniatura, prende alla lettera la sua missione di eliminare i Gorgonauti e assembla un piccolo esercito, scatenando un’orda di G.I. Joe nazionalisti che non temono nemmeno di fare del male agli esseri umani.

Dall’altro lato abbiamo i Gorgonauti, originariamente concepiti come esseri pacifici e studiosi di altre culture. Sono stati “programmati per perdere“, in modo che agli occhi dei ragazzini vincano i militari “buoni”, ma sopperiscono alla scarsa attitudine al combattimento con la capacità di imparare. Tenteranno in ogni modo di nascondersi dal Commando Elite, incontrando infine l’adolescente Alan (Gregory Smith), che li ospiterà in casa sua all’insaputa di tutti. Il conflitto tra i due marchi di giocattoli diventa metafora di una critica alla mentalità statunitense, che persegue le proprie ideologie alla cieca ed è alla costante ricerca di un nemico da distruggere. Oltrepassando ogni necessità di autodifesa, la guerra diventa un gigantesco “gioco” per consolidare il potere, pilotare le masse e accaparrarsi risorse. La CGI si attesta su un buon livello, così come il design dei protagonisti, distinti tra alieni dai tratti mostruosi e forze speciali armate fino ai denti.

La pellicola di Dante abbonda di rimandi cinematografici: le citazioni allo stesso Gremlins (la password “GIZMO“, il pupazzo di un Mogwai e l’attore Dick Miller), un attacco degli elicotteri in stile Apocalypse Now, con il fanatico maggiore Hazard accostabile al colonnello Kurtz, e la celebre A-Team, con il Commando Elite intento ad assemblarsi veicoli con piccoli attrezzi e scarti elettronici. Da segnalare, oltre alla presenza di una giovane Kirsten Dunst, un momento creepy che vede la trasformazione di alcune Barbie in assassine psicopatiche. Le bambole vengono spogliate dei loro abiti civili, dotate di armi da taglio e deformate in modo grottesco, come tanti cloni il miniatura de La sposa di Frankenstein. Ciliegina sulla torta una canzone delle Spice Girls sparata a un volume folle per stanare la famiglia di Alan. Insomma, una gioia in VHS per i ragazzini degli anni ’90.


ANNABELLE (2014 – 2019)

Una delle costole principali del Conjuringverse, l’universo orrorifico ideato da James Wan a partire da The Conjuring. Tutti gli spin-off hanno una connessione più o meno diretta con le avventure dei coniugi Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga), basati su una coppia di demonologi realmente esistita. Il pantheon paranormale della New Line Cinema si è progressivamente arricchito con nuove presenze, dalla suora di The NunLa Llorona, ma a rimanere in pole position è proprio la bambola malefica Annabelle, ormai giunta al terzo capitolo. Il pupazzo in questione esiste davvero ed è salito agli onori delle cronache negli anni ’70, anche se il suo aspetto è ben diverso dalla versione fittizia: trattasi di una Raggedy Ann Doll fatta di pezza e tuttora custodita nel museo dell’occulto di casa Warren.

La Annabelle cinematografica ha delle fattezze più elaborate e richiama evidentemente il make-up di Linda Blair ne L’esorcista. I poteri della bambola consistono nel catalizzare e amplificare le presenze demoniache intorno a essa, come se fosse una calamita per fantasmi. I primi due episodi della trilogia, purtroppo, non hanno il mordente del “cugino” The Conjuring e si riducono a delle storie di origini visivamente anonime. Il primo episodio del 2014 vede addirittura la regia di John R. Leonetti, responsabile di quel disastro di Mortal Kombat: Distruzione totale. Più interessante il terzo capitolo, che vira verso il teen drama, introduce nuovi spettri nel franchise e presenta il Warren’s Occult Museum in tutta la sua sinistra gloria. Annabelle non avrà il carisma e la fisicità di Chucky, ma nella sua traballante incarnazione filmica resta un elemento di punta del folklore paranormale. La sua attuale controparte maschile può essere il Brahms di The Boy.


LEGO MOVIES (2014 – 2019)

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Il brand più autorevole di tutti è atterrato nelle sale nel 2014 con il primo The Lego Movie, scritto e diretto dai futuri silurati della Disney: Phil Lord e Christopher Miller. Il film ha messo d’accordo sia critica che box office, tanto da far partire la produzione di un sequel uscito nel febbraio del 2019. Nonostante il successo di questi due pellicole, in redazione crediamo che il film del brand “Lego” più riuscito sia lo spin-off dedicato alla figura di Batman, ovvero “Lego Batman“. Prodotto insieme alla Warner, quest’opera è riuscita a conquistarci grazie a una sceneggiatura brillante, delle musiche di Lorne Balfe importantissime, dell’umorismo mai banale e soprattutto per un finale mostrifero di altissimo livello (LEGO BATMAN: La Vendetta dei più grandi MOSTRI del Cinema). Vi sono stati altri spin-off dedicati al mondo dei mattoncini (The LEGO Ninjago) e, nel complesso, l’operazione Lego può inserirsi senza stonare nel listone dei migliori esempi dei film sui giocattoli.

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Ricordiamo al gentile lettore mostrifero anche la collaborazione con la Universal per la realizzazione di Lego Jurassic World, un gruppo di prodotti che spaziano dal videoludico – con il videogioco multi-piattaforma che racchiude le avventure di quasi tutti i film della saga giurassica (LEGO Jurassic World) – al cinematografico/televisivo con il lungometraggio dedicato alla storia “alternativa” della fuga dell’Indominus (LEGO Jurassic World: The Indominus Escape), film anticipatore della serie The Legend of Isla Nublar (LEGO Jurassic World: The Secret Exhibit, ecco la Recensione e dove vederlo!) e i vari cortometraggi legati al rifacimento di sequenze filmiche o come sorta di arma promozionale (RESCUE BLUE: Il nuovo cortometraggio interattivo Lego).

La potenza produttrice della LEGO ha portato al panorama audiovisivo dei prodotti di alta qualità grazie alla creazione di un proprio stile riconoscibile e alla collaborazione con artisti e cineasti di spessore.


TOY STORY (1995 – 2019)

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Il primo Toy Story diretto da John Lasseter può essere considerato in tutto e per tutto un capolavoro d’animazione. Il film approdò nelle sale nel 1995 e nessuno aveva mai visto una cosa del genere. La “pellicola” era completamente realizzata in computer grafica, un azzardo per la Pixar che si era gettata in un mondo produttivo totalmente nuovo e non sapeva come il pubblico potesse reagire. Visto il Box Office da miglior incasso di quell’anno e il sessantacinquesimo della Storia, beh, l’operazione era da considerare riuscita.

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Toy Story può vantare diversi punti positivi di altissimo livello, dai personaggi divenuti iconici per più di una generazione alle importanti musiche di Randy Newman, ma un aspetto primeggia un po’ su tutti e fa sì che la saga sia considerata come una mosca bianca di Hollywood. Non si vedeva dai tempi di Star Wars un sequel che potesse superare in apprezzamenti generalizzati (critica, pubblico…) un primo capitolo considerato capolavoro. Toy Story 3 ricevette un grande plauso da tutti, per la qualità della storia, le scelte coraggiose, un finale straordinariamente emozionante e il gusto del rinnovamento pur non abbandonando le vecchie logiche.

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Perché ciò che funziona della saga giocattolosa è proprio la potenzialità intrinseca di parlare di giocattoli e vendere giocattoli seguendo la crescita di una generazione ma accogliendone una nuova. Ne è esempio concreto l’ultimo capitolo (Qui la nostra recensione) dove si continua a seguire i protagonisti originali raccontando un ulteriore step del ciclo di vita di un giocattolo, ma nello stesso tempo introducendo nuovi personaggi scritti magistralmente, che entrano nelle vicende in punta di piedi: senza accorgercene li ritroviamo insieme agli altri in un posto speciale del nostro cuore.


DOLLS (1987)

Torniamo ai ruggenti anni ’80 con le bambole inquietanti di Stuart Gordon, già autore di Re-Animator e From Beyond, pellicole ispirate ai racconti di H. P. Lovecraft. È arrivato nelle sale appena un anno prima del più celebre La bambola assassina. Al posto di Chucky troviamo un esercito di bambole dall’aspetto diversificato: quelle di porcellana, quelle di plastica, i soldatini, i peluche e le marionette. La trama vede una famigliola in cerca di protezione da un violento temporale. I protagonisti vengono accolti da un fabbricante di bambole e da sua moglie. Scopriranno con orrore che, in quella che viene definita dall’anziana coppia “la notte più lunga del mondo”, i pupazzi della casa prendono vita e vengono colti da un desiderio omicida.

Le bambole di Dolls non uccidono per divertimento come Chucky e hanno dei bersagli ben precisi: attaccano chiunque abbia un’esistenza gretta, materialista e priva di fantasia, risparmiando invece i puri di cuore, come la piccola Judy (Carrie Lorraine), figlia dei protagonisti. Chiunque venga trucidato durante la lunga notte si trasforma a sua volta in una bambola ed è costretto a vivere nella casa per l’eternità, in una sorta di purgatorio. L’essere umano che priva se stesso o gli altri del dono dell’immaginazione viene così punito mutato in un feticcio, uno di quegli stessi giocattoli che considera privi di valore. Alla lezioncina morale tramite morte violenta si accompagna un tocco fantasy, con i due anziani padroni di casa che si rivelano essere stregoni. Gli effetti speciali sono di discreta fattura e le bambole sono addirittura dotate di micro-espressioni facciali.


PINOCCHIO (1940)

Fili avevo ed or non più / Eppur non cado giù!

Il burattino per eccellenza, protagonista de Le avventure di Pinocchio di Collodi ed erede della tradizionale commedia dell’arte, incontra il suo primo (e più acclamato) adattamento cinematografico grazie a Walt Disney, affascinato dalla storia di questa marionetta che sogna sfrenatamente di diventare “un bambino vero”. La produzione sperava di replicare il successo di Biancaneve e i sette nani, ma l’avvento della Seconda guerra mondiale mise i bastoni tra le ruote alla Casa di Topolino, impegnata al contempo nella progettazione di Fantasia. Pinocchio è la parabola senza tempo sulla crescita, sulla responsabilità e su ciò che significa effettivamente essere umani.

Nella sua ingenuità e nel suo desiderio di scoprire il mondo, Pinocchio si dimostra spesso “più umano degli umani”, un attributo che i moderni film di fantascienza elevano a riflessione ontologica (vedasi Blade Runner). Una serie di figure chiave accompagnano il burattino nelle sue avventure, da aiutanti magici come la Fata Turchina al minuscolo Grillo Parlante, la voce della coscienza. Le peripezie di Pinocchio comprendono pericoli ed errori, anche se quest’ultimo non si dimostra dispettoso e meschino come la sua controparte romanzesca. Le sue bugie comportano un fastidioso allungamento del naso, che sviluppa addirittura foglie e ramificazioni. La storia ha avuto diversi rifacimenti, tra cui una versione horror grazie al B-movie Pinocchio’s Revenge. Molto presto assisteremo al remake di Matteo Garrone, già dedicatosi al favolesco con Il racconto dei racconti.


UNA PROMESSA È UNA PROMESSA (1996)

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 l’iconico Arnold Schwarzenegger, culturista, futuro governatore della California, guerriero barbarico e Terminator ad vitam, si è dato a una serie di commedie per diversificare la sua carriera e fare un po’ di autoironia sulla sua aura di gigante spaccatutto. In pole position abbiamo le collaborazioni con Ivan Reitman, regista de I gemelli e Junior. Oltre a spassarsela con Danny DeVito e simulare gravidanze maschili, Arnold si è calato nei panni di un papà-supereroe in Una promessa è una promessa (Jingle All the Way), pellicola di un Brian Levant reduce da I Flintstones. In un clima natalizio di buoni sentimenti, Howard è un padre assente che cerca di redimersi, promettendo di trovare il regalo tanto agognato dal figlio: un pupazzetto di Turbo-Man, andato letteralmente a ruba.

Inizia un rocambolesco calvario per Howard, che si precipita da un negozio all’altro solo per trovare la scritta “esaurito”. Deciso a non deludere la sua famiglia per l’ennesima volta, incappa in situazioni paradossali, come una trattativa con dei banditi e un inseguimento con la polizia. Suoi avversari sono un postino con il medesimo obiettivo e il vicino di casa che nel frattempo fa la corte alla bella moglie. Giocando nuovamente sugli equivoci, durante una sfilata di carri di Natale il protagonista si ritrova in un costume da Turbo-Man e, dopo qualche impresa acrobatica, riesce a impossessarsi dell’agognato pupazzo. Il giocattolo assume qui le sfumature di un MacGuffin irraggiungibile, costringendo il padre a divenire egli stesso un supereroe, l’oggetto del desiderio di suo figlio, dimostrandosi così degno del suo affetto. Purtroppo ai tempi non c’era Amazon.


TED (2012 – 2015)

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Cosa succede se si dà in mano la produzione e il ruolo da protagonista di un film a Seth MacFarlane? Nulla di buono? Avete ragione, ma per motivi logici la risposta alla domanda è Ted. Quest’ultimo è anche la risposta a molte altre domande peculiari, per esempio se sia possibile che un orsacchiotto di peluche possa fumare marijuana e dire parolacce. Ted è la naturale evoluzione del peluche di cui avevamo bisogno per andare a dormire, che nell’adolescenza avremmo voluto si trasformasse in un leale compagno anticonformista e anti-genitoriale per eccellenza, sempre pronto ad assecondare ogni tipo di idea irresponsabile che ci balzava per la testa.

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Nonostante si cerchi nei due film di riproporre certe dinamiche in stile Griffin, con aspetti narrativi estremamente fuori contesto, la saga di Ted funziona, soprattutto per il suo presentarsi come una comicità nuova e diversa. La potenzialità deriva dal fatto che la volgarità e le situazioni da adulti sono sempre in contrasto con una mentalità infantile che risiede nei due protagonisti “mattacchioni”. Facile mettere in bocca battute VM14 a un personaggio già fisicamente “oltre” come Deadpool, molto più rischioso associarle a un apparente tenero e coccoloso orsacchiotto di peluche.

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Tanto per far capire la natura straordinaria di Ted al nostro gentile lettore mostrifero, gli basti sapere che costui è riuscito ad andare alla cerimonia degli Oscar attraverso una particolare tecnologia di CGI per la riproduzione in diretta. Per il resto non c’è molto altro da dire, l’orsacchiotto è e sarà sempre il miglior amico del personaggio di Mark Wahlberg e sarà sempre lì presente a cercare di non dare il consiglio giusto.


Esaurita questa lista di ricordi lontani, soldatini viventi e bambole pericolose perfino per gli adulti, vi lasciamo con l’augurio di non smettere mai di giocare, ritagliandovi qualche momento di crisi d’infantilismo o creandovi un alibi grazie ai figli pieni di Lego. Recuperate quel vecchio scatolone, prima che il vostro ex-pupazzo preferito si senta abbandonato e vi attacchi con una motosega. L’evoluzione verso l’Homo Ludens prosegue.

Per non dimenticare i cartoni animati, vi ricordiamo il nostro pezzo sulle serie animate degli anni ’90!

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. The Butcher ha detto:

    Tutti film stupendi e meravigliosi. Tranne Una promessa è una promessa. Quello purtroppo non riesco proprio a salvarlo.

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    1. Monster Movie ha detto:

      Diciamo che era il periodo scemo di Schwarzenegger a colpi di commedie. Siamo lieti che nel complesso ti siano piaciuti!

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      1. The Butcher ha detto:

        Small Soldiers è tutt’ora un film stupendo, divertente e con delle belle tematiche. I Toy Story sono film d’animazione che mi hanno sempre affascinato ed emozionato. La bambola assassina per me sarà sempre un cult così come Dolls. Sono tutti dei grandi film!

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