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INFERNO – Dove finisce la libertà di adattamento

Una riflessione sulle differenze cruciali tra il film con Tom Hanks e il romanzo di Dan Brown.

di Cristiano Bolla

Partiamo da due dati di fatto: il primo è che Inferno si apre con la scritta “basato sul romanzo di Dan Brown“, il secondo è che dopo venti giorni dall’uscita il libro, nel 2013, aveva già venduto 9 milioni di copie. È normale quindi ritenere che delle trecento persone in sala ieri sera con me una buonissima parte, forse tra un terzo e la metà, avessero letto Inferno di Dan Brown. Io ero tra quelli e per questo motivo il finale del film ha spazzato via tutto quello che avrei potuto scrivere altrimenti.

Recensendo la trasposizione di Inferno si sarebbe potuto parlare di un Ron Howard più visivo grazie ai vari incubi e allucinazioni delle quali è vittima il protagonista; si sarebbe potuto dire che alle musiche c’era il gemello buono del famoso Hans Zimmer; si sarebbe potuto sottolineare ironicamente quanto si sia imbolsito Tom Hanks e invece no: tocca per forza parlare del finale e quindi vi avvisiamo, cari lettori: questa è una RECENSIONE SPOILER.

Riprendiamo in mano il primo dato di fatto: questo è un film basato su un libro. Sulla libertà di adattamento e su quanto le trasposizioni su pellicola debbano rispettare il riferimento letterario ne parliamo tra poco, perché prima c’è da evidenziare come, fino al minuto 110 in pratica, il film sia molto fedele (perfino negli errori browniani) nel seguire la trama e lo sviluppo del libro. Inevitabile, dopotutto: Inferno, come furono Angeli e Demoni,Il Codice da Vinci e pure Il Simbolo Perduto, sono di fatto delle cacce al tesoro fatte di indizi che solo il Professor Langdon riesce a risolvere. Mettici poi l’Italia e i droni su Firenze e Venezia, e vedi che il film si fa guardare pure con piacere. Nessuna avvisaglia per i lettori che da lì a poco il film avrebbe virato verso un finale completamente diverso.

Perché, qui partono gli spoiler, nel film Inferno la bomba non esplode, il piano di Bertrand Zobrist non viene attuato e non si fa alcun accenno a quello che secondo me era il vero lato “geniale” del libro di Dan Brown, ossia il fatto che la bomba non fosse progettata per l’omicidio ma per la sterilizzazione di massa; la soluzione del “cattivo” del libro era un virus che rendesse sterile, casualmente, un terzo della popolazione mondiale, cosicché di generazione in generazione il noto problema del sovraffollamento si risolvesse in modo non cruento. Qui dipende da come la si vede, ma se si considera il fine superiore di questo piano, non si riesce a considerare Zobrist un cattivo in senso classico. Io sono tra questi e per questo ho ritenuto il finale di Inferno uno dei più belli della letteratura leggera di questo millennio: il cattivo-non-così-cattivo, alla fine vince.

Capite bene, quindi, che quando sullo schermo ho assistito a un finale cambiato in modo radicale, un po’ i maroni sono girati: perché non si tratta del dettaglio, dello sviluppo interno leggermente cambiato o del taglio narrativo che avrebbe allungato in eccesso la pellicola. No, qui a cambiare è proprio il senso del libro e del finale. A tal proposito Dan Brown, durante la conferenza stampa del 6 ottobre a Palazzo Vecchio (Firenze), ha dichiarato:

Il finale del film è diverso dal libro ma questo è interessante perché mi piace sempre vedere come le mie storie possono cambiare attraverso il punto di vista di un altro. L’adattamento non può essere mai troppo fedele a un romanzo, altrimenti i film durerebbero dei giorni. Lo spirito del libro è stato pienamente rispettato e sono assolutamente grato a Ron per questo.”

Eh no, cazzo, proprio no: un conto è non essere mai troppo fedele, un altro è ribaltare completamente il senso di un personaggio e il finale di un libro. Non è vero, secondo me, che in questo caso avrebbe allungato la durata del film, peraltro sfoltibile togliendo la noiosa trama secondaria sulla storia d’amore fallita di Langdon (che ha smorzato la tensione dovuta al poco tempo a disposizione per fermare la bomba). Avrebbe semplicemente causato un twist nel finale che di fatto è il motivo d’interesse del libro: tutta la corsa è stata inutile, il virus è già stato rilasciato. Volete fare un epilogo in cui gli eroi vincono e la bomba non esplode? Ok, lo accetto: ma perché non raccontarmi almeno che tipo di virus fosse, il fatto che non avrebbe ucciso come la peste? Non si può pompare la tensione e poi farla sgonfiare così, dite? Guardate Mine (QUI la nostra recensione), poi ne riparliamo.

Il problema, come indicato nel titolo, sta nel concetto di libertà di adattamento: non sono un nazista letterario, talmente attaccato al concetto di fedeltà al libro che per qualsiasi modifica scenderebbe in guerra. Anzi, sono uno tra i sostenitori più accaniti della tesi secondo cui il cinema, quando traspone, non può farlo “alla lettera” perché ha tempi, modi e dinamiche completamente diverse dai libri. Però forse c’è un limite a questa libertà e Inferno l’ha superato: le parole di Dan Brown puzzano parecchio e leggere che secondo lui “è stato rispettato lo spirito del libro” fa sorgere un paio di domande, tra cui “ma sei sicuro di ricordarti cosa hai scritto?”.

Libertà sì o libertà no, quindi? Perché a questo punto, se vale tutto, rifacciamo la trilogia del Signore degli Anelli, ma Sauron riesce a prendere l’Anello del Potere. Harry Potter muore davvero nella Foresta Proibita e Voldemort sottomette il mondo magico. In Animal Farm i maiali vengono macellati. Il Conte di Montecristo muore in prigione. Uno dei proci sposa Penelope e Ulisse se ne sta da Calipso. La Bella Addormentata non viene mai svegliata col bacio. E, perché no, già che ci siamo chiamiamo Mel Gibson e chiediamogli di fare un altro film sulla Bibbia, solo che stavolta Gesù non muore.

Esagerato? Forse, ma ha cominciato Ron Howard:

“Per cosa è morto Bertrand Zobrist?”

Per niente.”

INFERNO BLU RAY

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