THE LORD OF THE RINGS – Una maratona a lungo attesa

Ho visto di fila la trilogia de Il Signore degli Anelli (versione estesa) e questo è ciò che mi è rimasto.

di Cristiano Bolla

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La prima volta non si scorda mai. Certo, non è stata la prima visione assoluta – ma neanche la decima, probabilmente – della trilogia di Peter Jackson, ma la maratona de Il Signore degli Anelli è qualcosa che quasi ogni puro nerd aspira a fare, almeno una volta nella vita. “La versione estesa però, eh!”. Dodici ore scontate a undici togliendo i titoli di coda, ma tant’è: una giornata dedicata a Frodo, Aragorn e la colonna sonora di Howard Shore è qualcosa di simile ad un’esperienza di trascendenza spirituale, più che semplice passione cinefila. Ce l’ho fatta, comunque, con qualche minimo effetto collaterale ma sono riuscito nell’impresa e queste sono le impressioni che ho avuto.

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Come convincersi a fare 12 ore di maratona

Sauron, oltre l’anello c’è di più. Forse parafrasare Jo Squillo e la sua “Donne” per parlare di LOTR può essere considerato il primo sintomo che nella maratona ci ho lasciato i neuroni, ma quello che voglio dire è che il mondo dietro al Signore degli Anelli è ben più vasto della storia raccontata. Ho fatto questa maratona dopo aver finito di leggere Il Silmarillion e ho così potuto godere dell’effetto Neo: “Conosco il Kung Fu”, dice l’Eletto in Matrix, “So chi è Sauron”, sussurro io alla mia ragazza. Le vicende raccontate nella trilogia bastano a renderli film e storie meravigliose, ma riguardarlo potendone apprezzare ogni singolo dettaglio e riferimento, è qualcosa che arricchisce l’esperienza di visione in maniera strabiliante. Una volta lette le origini della Terra di Mezzo, invece, Sauron non appare più come un semplice Oscuro Signore, ma d’improvviso diventa il Maiar di Morgoth, che nella Seconda Era prese il potere e contribuì alla caduta di Numenòr, l’isola degli uomini dalla cui discendenza arriva Aragorn; Gandalf non è solo uno stregone, ma un Istari della stirpe Maiar giunto assieme ad altri in forma umana e possessore dell’Anello del Fuoco, Narya, donatogli da Cirdan il Carpentiere; e ancora, conoscere l’universo intero tolkeniano mi ha permesso di capire veramente il finale e sapere che cos’è questa Valinor tanto chiacchierata, meta delle ultime navi in partenza dai Porti Grigi. Insomma: da questa maratona ho tirato fuori tutto il possibile del Signore degli Anelli.

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L’importanza dei personaggi secondari. Questo aspetto era già evidente dalle altre visioni, ma ancora una volta sono rimasto meravigliato dall’importanza dei personaggi secondari nell’universo tolkeniano e nella versione di Peter Jackson. Se gli eroi della storia marciano spediti verso l’obiettivo prefissato e il loro destino, è nelle mani delle spalle e dei personaggi minori che si gioca la vera battaglia per la Terra di Mezzo. Pensate a Samwise Gamgee, che si fa carico morale e fisico del Portatore dell’Anello Frodo fino alla bocca del Monte Fato, che lo salva in più situazioni, specialmente da se stesso. Il viaggio verso la terra di Mordor è possibile solo grazie alla sua bussola morale e il suo giudizio diffidente verso Gollum: Frodo è quello tentato (e infine corrotto) dal’Anello, mentre Sam è l’eroe silenzioso che permette la vittoria finale. Discorso simile anche per Eowyn, la dama di Rohan che insegue da un lato l’amore impossibile e dall’altro la propria possibilità di dimostrarsi valente, capace e all’altezza in un mondo patriarcale; e lo fa eccome: dopo essere stata messa in panchina nella battaglia del Fosso di Elm, si prende il suo posto nei Campi di Pelennor, dove affronta e sconfigge il Re degli Stregoni di Angmar.  Altri esempi? Che ne dite di Merry e Pipino che, da soli, muovono guerra e conquistano Isengard? Ne Il Signore degli Anelli, le spalle contano eccome.

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Saruman chi?

I tagli: di più non vuol dire meglio. Tra i punti all’ordine del giorno c’è ovviamente anche il paragone tra la versione theatrical e quella estesa, spesso vista come indispensabile per avere un’esperienza completa de Il Signore degli Anelli. Meh, penso io. Analizzando infatti le scene tagliate, la sensazione è che dietro alle scelte di montaggio ci sia un ancora più apprezzabile lavoro di regia da parte di Peter Jackson. Molte delle scene tagliate, infatti, se fossero rimaste avrebbero completamente stravolto non tanto il senso, quanto l’impatto dei personaggi e delle vicende sullo spettatore. Qualche esempio: se ne Il Ritorno del Re, come avviene nella versione estesa, avessimo visto Aragorn, Legolas e Gimli fuggire dalla montagna dopo aver parlato con l’Esercito dei Morti e conquistare assieme a loro le navi dei mercenari dirette a Gondor, si sarebbe completamente annullato l’effetto sorpresa di vedere Aragorn balzare giù dalle stesse navi, nel mezzo della battaglia. O ancora: ne Le Due Torri c’è un flashback di Faramir ambientato a Osgiliath, in cui vediamo Boromir esultare per la vittoria e ci viene presentato addirittura Denethor e il suo odio per il figlio minore; ecco, questa scena offre sì maggior prospettiva e profondità ai personaggi citati, ma da un lato fa comparire nuovamente Boromir, dall’altra introduce con un film di anticipo Denethor, altrimenti incontrato nella sala del trono di Minas Tirith con il corno del figlio defunto in mano. Il risultato è lo stesso, il modo di arrivarci no. Molte scene sono tagliate perché non offrono niente di più, altre perché spostano l’equilibrio e il ritmo della scena, come per esempio la Bocca di Sauron. E sapevate che originariamente il Troll affrontato da Aragorn fuori dalle mura di Mordor doveva essere Sauron in armatura? Renderlo così tangibile, tuttavia, avrebbe cambiato la percezione del personaggio e quindi è stato sostituito digitalmente. Scelta azzeccata.

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Tre capolavori assoluti. Anche l’ultimo punto non è una vera novità, ma solo un’ulteriore conferma: quella di Peter Jackson è una trilogia dall’altissimo valore cinematografico e nel dizionario del cinema, di fianco alla parola “perfezione”, è probabile trovare la locandina de Il Ritorno del Re. Scelgo questo solo perchè è la summa di un percorso durato tre anni e tre film, quello in cui l’epica raggiunge il suo massimo apice e i nodi della storia vengono sciolti per un finale emozionante e catartico. Quante lacrime sono state versate nella scena in cui tutta Minas Tirith e la Terra di Mezzo si inchinano a quattro Hobbit scalzi? In ogni suo aspetto, la trilogia de Il Signore degli Anelli rasenta la perfezione: regia, costumi, scenografia, una colonna sonora iconica al pari di Star Wars, Jurassic Park e via dicendo. Che sia la prima o la ventesima visione, ci sono elementi che continuano a sorprendere ed emozionare, in un’alchimia unica e inimitabile. O forse no: vedremo cosa uscirà fuori dalla serie prodotta da Amazon, anche se il paragone con il film più premiato nella storia degli Oscar (11/11 nel 2004) sa quasi di bestemmia.

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Fine maratona.

Esco da questa maratona con la sensazione di aver vissuto una storia magnifica, epica, uno dei più grandi prodotti di intrattenimento mai realizzati, letterariamente e cinematograficamente. Per chi volesse avventurarsi nell’impresa, consiglio tre cose: leggere prima tutta la trilogia di Tolkien; fare scorta di viveri per non allontanarsi dal divano se non per urgenze fisiologiche; e soprattutto non organizzarla nel giorno del derby di Torino, se siete tifosi: le mie 12 ore di maratona sono diventate 14.

Scusa, John R.R.

E se non ne avete abbastanza, consiglio questo video:

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