BFG (GGG): L’onirica sbronza di Spielberg.

BFG (GGG)

di Matteo Berta

Lo Spielberg 3.0 è inusuale, appassionato e fatica a farsi piacere dai più. Steven passa con facilità dal thriller politico al biopic fino ad arrivare alla narrativa per bambini. Più avanzano gli anni, più il famosissimo regista di Cincinnati diventa prolifico, ma questo non giova alla qualità dei prodotti, almeno dal mio punto di vista, rimasto innamorato del primo Spielberg e di quello 2.0 che parte da metà anni 80 fino ad arrivare ai primi anni 2000. Se con Lincoln ci ha portato in un mondo che noi europei faticheremo sempre a sentire come nostro e con War Horse ci ha raccontato una favola piatta, con Bidge of Spies ha cercato di riportarci alla mente lo Spielberg che conoscevamo ma, sempre personalmente parlando, non ci è riuscito del tutto. Ora programma tre film in due anni e si propone con BFG il Grande Gigante Gentile, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di R.Dahl.

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Il famosissimo autore de “La Fabbrica di Cioccolato” è noto per la sua stravaganza narrativa che offre delle storie molto semplici dal punto di vista degli sviluppi narrativi che vivono in contesti e pretesti super-affascinanti. Tim Burton, con la sua idea di fabbrica di cioccolato, ne traspose i connotati a sua immagine e somiglianza, portando Charlie e Willy Wonka in modalità abbastanza da Humor Nero, dove i graziosi Umpa Lumpa divennero dei nani malefici e non del tutto dolci alla vista. Spielberg sembra metterci del suo solo attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie di Computer Grafica e con qualche marchio di fabbrica dal punto di vista narrativo-visivo (carrellate emozionali, primi piani suggestivi…). Il regista non vuole intaccare la storia e in tal senso sembra volerne rispettare anche la “piattezza”, marcando più sulle suggestioni visive e descrittive (come gli accenti dei giganti, le surreali situazioni umoristiche ecc).

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Con BFG abbiamo uno Spielberg imbambolato in una sbornia onirica che concede tanta libertà ad uno Williams che sembra più esercitarsi nello stile che comporre qualcosa di evocativo, egli ricalca le sequenze nel suo ottimo stile sinfonico, ma fatica a generare qualche nucleo tematico veramente strabiliante (resta comunque, come per TFA, una delle migliori score dell’anno).

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Un film che si lascia vedere (fantastici piani sequenza digitali, ottima Motion Capture, buona recitazione, ottima musica, sceneggiatura che si salva), ma forse non rivedere. In ogni caso la visione è obbligatoria quando si tratta di Spielberg, ma forse è da troppo tempo che ci manca il suo capolavoro (a mio parere, l’ultimo è Tin Tin). In ogni caso lo vedano.

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