JUMANJI – QUANDO SI GIOCAVA DURO

di Alessandro Sivieri

Guardando il trailer di Jumanji – Benvenuti nella giungla, in arrivo a fine anno, abbiamo provato qualcosa di molto simile alla morte cerebrale. La scampagnata finto-vintage con Jack Black a fare l’imbranato e The Rock a spaccare tutto ha poca attinenza con quella memorabile avventura anni ’90 firmata Joe Johnston, quella dove il gioco era analogico, cioè da tavolo, e ti lasciava con il cuore in gola. L’imminente reboot, già dalle prime immagini, di Jumanji ha solo il titolo. Per il resto sembra il risultato di amplesso finito male tra Tron, Tomb Raider e Il tesoro dell’Amazzonia, senza scordare Missione 3D – Game Over, quando Robert Rodriguez era impazzito del tutto. L’escamotage dei ragazzi sfigati catapultati in un mondo digitale è trito e ritrito, oltre a fornire l’assist a un abuso di CGI di bassa lega. Chi vivrà vedrà, ma il film con Robin Williams aveva un’altra filosofia, cioè quella di coniugare le logiche del romanzo di formazione adolescenziale con il fantasy e con un pizzico di monster movie, cosa che gli ha garantito un posto speciale nei nostri ricordi.

Tutto ha inizio negli anni ’60, quando il giovane Alan Parrish (interpretato da Williams in versione adulta) trova un misterioso e antico gioco da tavolo, chiamato appunto Jumanji. In compagnia della sua amica Sarah (Bonnie Hunt) inizia a giocare, ma dopo una mossa sbagliata viene letteralmente risucchiato dal gioco, finendo nelle foreste amazzoniche. Ne rispunterà 26 anni dopo, quando due orfani, Judy e Peter (Kirsten Dunst e Bradley Pierce), iniziano nuovamente a giocare, riprendendo la partita insoluta di Alan. Inconsapevolmente aprono un portale che permette a quest’ultimo di ritornare al presente, invecchiato e quasi ridotto alla follia. Una volta appreso dell’accaduto, il gruppo decide di portare a termine la partita per riportare le cose alla normalità, ma non sarà cosa facile: il gioco è pieno di insidie e ogni mossa può rivelarsi fatale, materializzando orrori come zanzare giganti, mandrie impazzite e pericolose piante carnivore, pronte a portare scompiglio nella città.

Gli aspetti positivi, oltre alla prova di un sempreverde Williams, risiedono nella scrittura, nell’impostazione visiva di scuola spielberghiana e in un sapiente uso del sound design: il bello di Jumanji è la costante imprevedibilità, perché il gioco vive di vita propria e può combinare di tutto nel caso una delle pedine si fermi sulla casella sbagliata. Quando un personaggio avverte il rullo di tamburi in sottofondo, significa che l’antica scatola è vicina o che sta per succedere qualcosa di molto, molto spiacevole. Tra animali selvaggi e insetti oversize, la regia ce la mette davvero tutta per portarci fuori dalla realtà, con qualche tocco monster ad arricchire l’esperienza. In particolare le piante infestanti, velenose e particolarmente rapide nella crescita, rimarranno negli incubi del sottoscritto. Sebbene l’atmosfera non sia lontana dalla commedia per famiglie, la qualità della pellicola e il desiderio di sperimentare la elevano al di sopra di opere analoghe, dove il protagonista entra in contatto con artefatti che plasmano la realtà, come Una notte al museo. Anche l’inevitabile happy ending è smorzato da una scena che mostra il gioco ancora integro, semisepolto nella sabbia, in attesa di nuove vittime. Una chicca che rimanda alla persistenza del Male, che può essere arginato ma non distrutto. Un po’ come la tendenza di certi produttori a riesumare un mito per spremerlo senza ritegno.

Jumanji BLU RAY

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Austin Dove ha detto:

    anche io vedendo il trailer mesi fa non credevo avesse realmente qualcosa a che fare con l’originale, che tra l’altro è bello^^

    Mi piace

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