PET SEMATARY – Un pezzo punk suonato da gente brava

Recensione del nuovo adattamento cinematografico del romanzo di Stephen King.

di Carlo Neviani

“I dont’ want to be buried in a pet cemetery…” siamo nel 1989 e i Ramones cantano questo ritornello nei titoli di coda di Cimitero Vivente, film tratto dall’amatissimo romanzo del re dell’orrore. Un cult dalla trama semplice, elementare ma con un’attitudine “stronza”, punk.

Attraversiamo il regno quantico con una particella di Pym andando avanti di 30 anni: è il 2019 e nelle sale trasmettono Pet Sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer. Cosa avranno combinato questi due artisticamente giovani registi, notati dopo il successo dell’indie horror Starry Eyes, in una produzione hollywoodiana da 21 milioni di dollari?

Questo remake del 2019 è un buon film horror, nulla di più, nulla di meno. Soprattutto è un modello di ciò che questo genere vuole essere oggi: più alto, autoriale. Vuole prendersi sul serio, evitando scelte troppo sgangherate e viscerali a favore di una formalità visiva. In due parole: meno punk. È anche fortemente consapevole e fiero dell’etichetta “based on the novel by Stephen King” quasi si trattasse di un universo cinematografico condiviso (qualcuno ha detto La torre nera?). I riferimenti al maestro del terrore sono infatti molteplici: c’è un dialogo con un rimando al San Bernardo di Cujo, si legge il nome “D. Torrance”, il Danny di Shining che sarà protagonista del futuro Doctor Sleep, e sull’autostrada si vede un’indicazione per la città di Derry, location del celebre It. Ottimo il lavoro di production design fortemente kingiano funzionale a trasportarci nel mondo auto-biografico dello scrittore. I boschi del Maine, auto targate Massachusetts The Spirit of America, t-shirt turistiche di Cape Cod, e i tir, metafore del pericolo al di là dell’ambiente famigliare, che sfrecciano a tutta velocità e ruggiscono come mostri. Anche il pericolo-camion sembra ulteriormente omaggiare King, richiamando l’unico film da lui diretto: Maximum Overdrive (in Italia Brivido), b-movie con tir impazziti senza conducente che mietono vittime, musicato interamente dai brani degli AC/DC.

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Per rendere più matura e adulta la trama basic di Pet Sematary (se guardate il trailer vedete già quasi tutti gli snodi narrativi della vicenda) cercando di avvicinarsi (così ha dichiarato anche lo stesso King) a recenti successi horror importanti come Scappa – Get Out e Noi di Jordan Peele, che hanno dalla loro parte una trama intrippante alla Black Mirror, la pellicola allunga i tempi di attesa e mistero, cercando una dimensione onirica per rappresentare la psicologia e le paure dei protagonisti. Ci riesce solo in parte. Sul fattore intrattenimento funziona, dato che si è intrigati e trasportati dagli avvenimenti nonostante l’apparente inevitabilità di cadere in cliché dell’horror e quindi nel già visto. Ma le suggestioni visive e l’introspezione dei personaggi risultano essere poco coraggiose. Torniamo al già citato Shining, in cui è pure presente la tematica dell’ambiente famigliare. Anche qui la trama è molto semplice: uno scrittore va in un hotel con la famiglia, impazzisce e poi cerca di uccidere tutti. Ma il modo in cui Kubrick dirige la vicenda, in cui mette in scena la pazzia di Jack Torrance (penso anche solo alla scena della vasca) è perfetto. Pur di farsi odiare da Stephen King per aver fatto ciò che voleva con la storia, ha sfornato un capolavoro. In Pet Sematary, nonostante ci siano delle modifiche al romanzo, si nota una scelta produttiva prudente, la volontà di fare un buon film senza osare. I registi, reduci da un esordio con atmosfere lynchiane, sembrano non potere sfruttare al massimo la propria creatività.

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C’è anche una propensione a spiegare i temi della storia in modo forse troppo esplicito, come mettessero un cartello con scritto “ok ci sono gli zombie ma stiamo parlando di questo: paura della morte, colpa, elaborazione del lutto, religione, ecc.”. Sarebbe bastato costruire i personaggi in modo più credibile, scavando più a fondo nei loro traumi, ad esempio quello di Rachel con la sorella deforme Zelda, punto di originalità che viene sfruttato più per jump scare che per altro. Stesso discorso per il protagonista Louis, a cui appare più volte in visione lo studente morto Victor Pascow: poteva fungere da buon espediente per approfondire il suo ateismo, messo in dubbio dalla crescente credenza nel soprannaturale, ma l’attenzione è spostata sul riuscito make-up macabro dell’attore. Per raccontare il carattere di Louis si preferisce dare spazio ad un dialogo con la moglie su cosa ci sia dopo la morte: esiste un modo più banale per parlare di religione? Scommetto che il gatto, non a caso si chiama Church, sarebbe d’accordo con me.

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Conclusioni? Pet Sematary del 2019 è come quando senti un brano storico punk suonato da musicisti bravissimi, che ne snaturano l’anima grezza originale e non aggiungono un’interpretazione degna di nota. Ma il sound è curato, la voce intonata, non puoi dire che è una brutta cover. Alla fine rimane una bella canzone… “I dont’ want to be buried in a pet cemetery…”.

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