VENEZIA 76: AD ASTRA – La solitudine nello spazio infinito

Terzo appuntamento con le recensioni dei #MostriaVenezia: è il turno di un film che ha diviso tantissimo la critica e il pubblico, ovvero Ad Astra di James Gray.

di Cristiano Bolla

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Dire che ha diviso, in realtà, è riduttivo. Le prime recensioni uscite dopo l’anteprima vista a Venezia 76, andavano da una misera stella a quattro. C’è chi ha gridato alla sòla e chi l’ha esaltato, probabilmente la verità su Ad Astra di James Gray sta nel mezzo. Il film era atteso, anche e soprattutto per la presenza al Lido del divo per eccellenza, Brad Pitt, accompagnato dal regista, Ruth Negga ma non dalle altre due big star, Tommy Lee Jones e Donald Sutherland.

Ad Astra è, come si intuisce dal titolo e dalle prime immagini, un sci-fi il cui protagonista assoluto è l’astronauta Roy McBride. La storia è ambientata in un non ben precisato futuro, ma sappiamo che l’esplorazione dello spazio da parte dell’uomo è arrivata dove mai prima d’ora: la luna è colonizzata, tanto da avere un proprio Starbucks, ma l’essere umano si è spinto anche su Marte, dove sono nate e cresciute generazioni di persone che non hanno mai messo piede sulla Terra. McBride è chiamato dalla SpaceCom ad andare su Marte per lanciare un messaggio ben preciso e che lo tocca personalmente: sembra infatti che dietro ad alcune tempeste che stanno mettendo a rischio l’intero universo ci sia il padre di Roy, pioniere dell’esplorazione spaziale scomparso 16 anni prima. Al figlio spetta il compito di ritrovare il padre e affrontare la sua probabile follia distruttrice.

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Nelle interviste di presentazione del film, James Gray l’ha toccata pianissimo, definendo il suo Ad Astra come l’incontro tra Apocalypse Now e 2001 Odissea nello Spazio. Scomodare due mostri sacri del genere potrebbe sembrare blasfemo, ma guardando la pellicola è evidente che non ci sia andato lontano: l’esplorazione di uno spazio sempre più lontano, sempre più buio e freddo richiama ovviamente il capolavoro di Kubrick, ma è nel motore della scena che Ad Astra si pone come un Apocalypse Now nello spazio. Roy McBride, infatti, è chiamato a cercare il padre, una ricerca molto simile a quella fatta nella giungla vietnamita per trovare il Colonnello Kurtz. Se i contorni della vicenda sembrano già visti o quantomeno hanno dei riferimenti molto precisi (c’è anche un po’ di Gravity e The Martian), il cuore di Ad Astra sta tutto nella vicenda personale, nel vissuto dell’astronauta messo in scena da Brad Pitt.

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Molte stroncature sono arrivate per l’eccessiva lentezza del film e per il fatto che la storia possa sembrare poco coinvolgente dal punto di vista emotivo, ma James Gray ci ha già dato prova della sua poetica nel bellissimo The Lost City of Z, nel quale Charlie Hunnam interpreta un esploratore alla ricerca della Città d’Oro. In entrambi i film, curiosamente, si ha a che fare con un’esplorazione, ma sia che si tratti della giungla amazzonica che lo spazio sconfinato, il vero cuore della vicenda sta nel vissuto personale del protagonista, in che cosa muove le azioni di uomini disposti ad andare così a fondo in territori sconosciuti.

Ci sono tantissimi primi piani sin dall’inizio di Ad Astra, tutti rivolti ad avvicinarci all’emotività e ai pensieri di McBride, voce narrante che ci guida nella vita di un astronauta abituato a non scomporsi, a restare sempre calmo, ma è una calma data dal vuoto esistenziale che prova, dal trauma della scomparsa del padre, dalla solitudine data da un universo ormai conosciuto ma che appare sempre vuoto, privo di vita, di calore, di amore.

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Ad Astra ha tante scene spettacolari, a partire dal prologo fino allo scontro con dei pirati sulla Luna, dove ci sono sì insediamenti umani, ma anche molti territori senza giurisdizione internazionale e quindi, in maniera umana troppo umana, preda di coloro che vogliono saccheggiarne le risorse. Scene spettacolari, sì, ma che fanno solo da contorno e danno ritmo alla vicenda di un uomo in cerca del padre e con esso in cerca di un senso di esistere, per poter riprovare emozioni e sensazioni che sembrano sbiadite, anestetizzate, disperse in uno spazio infinito.

C’è molta poesia e intimità in Ad Astra, anche grazie alle musiche di Max Richter. Forse troppa per qualcuno che si aspetta un semplice sci-fi nello spazio, ma questa è la maniera di James Gray di indagare le emozioni, di partire da un piccolo particolare, da un sentimento ed esplorarlo internamente, mentre esternamente ci si porta fino ai confini del sistema solare.

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Un bellissimo film, non per tutti. Bisogna armarsi di pazienza, mettere in conto che ci sono momenti che vanno a rilento e che il focus non è sull’azione, ma sul vissuto e le emozioni su schermo. Una volta accettato questo, Ad Astra è un film magnifico.

Qui il nostro commento a caldo durante i giorni del festival, dove potete sentire un parere positivo ed uno negativo sul film:

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