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TWISTERS – Take me home, country roads

twisters poster del film

E se questo sequel della Amblin fosse tornado alle origini?

di Alessandro Sivieri

Vi ricordate quando potevate sgommare con un pick-up nell’occhio del ciclone? La fattoria Pepperidge se lo ricorda. E vi ricordate quando c’erano un casino di disaster movie tipo Volcano, o Dante’s Peak, o anche Deep Impact e Armageddon? Quelli che vi venivano prestati in formato vhs di Panorama e che vi dimenticavate volutamente di restituire? Ma sì, scoliamoci un boccale da cinque litri di nostalgia, immaginiamo che sia capitato l’altro ieri e che l’apparato produttivo a stelle e strisce sia ancora in grado di sfornare roba del genere. Facciamoci del male. Spargiamo le nostre lacrimucce sul terriccio e lasciamo che una tromba d’aria di categoria F5 le risucchi insieme a uno steccato e a un’intera serie di autoarticolati.

E tutto questo senza scomodare lucertoloni atomici o invasori stronzissimi di origini interdimensionali! L’aspetto caratteristico di tale sottogenere è infatti l’origine prettamente scientifica della minaccia: inondazioni, eruzioni, terremoti, tempeste e asteroidi sono fenomeni naturali e misurabili, elevati per l’occasione a villain dal potenziale distruttivo esacerbato che costringono gli esseri umani a trovare soluzioni tanto creative quanto radicali. La base del soggetto, in parole povere, è credibile, e lo diventa sempre di più quando ci ricordiamo che nella vita reale dobbiamo affrontare le conseguenze di un cambiamento climatico pazzerello.

“E va bene, brutti tornado del cazzo!”

Di allucinante c’è invece la svolta, l’assurda idea che lo scienziato di turno tira fuori dal cilindro per combattere l’emergenza, meglio se accompagnata da corse in auto, balzi eroici e tonnellate di tritolo. Da qui deriva la nostra speranza che un omaccione simpatico e coraggioso possa affrontare qualunque cosa, inclusa la furia degli elementi. Sarebbe consolante risolvere tutto spedendo Bruce Willis su un asteroide, evacuare una città insieme a Pierce Brosnan e andare a caccia di raffiche da 400 km/h insieme… al soldato Hudson del Corpo Coloniale dei Marines.

Possiamo dire peste e corna di Twister, possiamo metterne in evidenza l’animo caciarone, ma intanto funzionava. Zitto zitto, nei decenni ha guadagnato lo status di cult. In primis perché un tornado che devasta i centri abitati è indubbiamente uno spettacolo bello e terribile, in secundis perché in trincea c’era una squadra creativa di tutto rispetto: soggetto e sceneggiatura co-firmati da Michael Crichton, il pioniere dei thriller scientifici; Steven Spielberg come produttore esecutivo insieme alla sua Amblin; regia di Jan de Bont, che abbiamo visto dietro la macchina da presa per i due capitoli di Speed (sì, pure il secondo, quello dove Willem Dafoe schizzato fa incagliare una specie di Titanic) e Haunting – Presenze, ispirato alla medesima fonte letteraria di The Haunting of Hill House. Come scordare infine il cast azzeccatissimo?

La coppia protagonista, salvata dal divorzio grazie alla comune passione per le trombe d’aria, aveva i volti di Bill Paxton ed Helen Hunt. Il primo è l’attore feticcio di James Cameron, un tizio che non viene ricordato quasi mai per un ruolo centrale ma a cui gli spettatori degli anni ’80 e ’90 sono molto affezionati; ciliegina sulla torta, può vantarsi di essere stato fatto fuori da uno Xenomorfo, da un Terminator e da un Predator. Che altro dire? È venuto a mancare troppo presto e ci manca assai. La sua partner è la Hunt, che abbiamo apprezzato anche in Cast Away e Qualcosa cambiato e che qui si presenta in veste di una scienziata idealista, una tipa spericolata che con mezzi artigianali spera di prevenire i danni da tornado e sostiene un prototipo della divulgazione del sapere al servizio dell’umanità. Il suo personaggio è accostabile alla Jodie Foster di Contact, sia per la somiglianza fisica che per il desiderio di comprendere un fenomeno dalla portata collettiva, desiderio che affonda le radici nelle esperienze infantili (perdita del genitore).

Vogliamo parlare delle spalle comiche? Del microcosmo che circonda la coppia scoppiettante? Una compagnia sgangherata di cacciatori di uragani che girano su altrettanto sgangherati mezzi, tra i quali spicca il compianto Philip Seymour Hoffman nei panni di un adorabile cazzone. Il team dei buoni dà vita a gustose gag senza appesantire il racconto e riesce a farci sentire in una sorta di family di Fast & Furious che gira in camper per i campi dell’Oklahoma. A capo della squadra avversaria, più disonesta e con un portafoglio decisamente più gonfio, troviamo nientedimeno che Cary Elwes, l’uomo in calzamaglia.

Twister, nel bene più che nel male, porta il vessillo di un certo modo di intendere il cinema catastrofico, legato alle visioni ottimistiche del suo tempo e a un comparto produttivo che, pur spingendosi ai limiti della spacconata, non rinunciava a certi standard qualitativi. Vogliamo rischiare la vita per sparare in aria quel bidone di palline? E facciamolo con stile! Sebbene la mano di maggior peso sia quella spielberghiana, la messa in scena degli eventi distruttivi e il modo in cui i protagonisti interagiscono con essi riporta alla mente il miglior James Cameron, che spinge i nostri limiti in fondo agli abissi e che mantiene il sentimento dell’individuo come perno centrale della narrazione.

Eccoci nel 2024, epoca di paranoie e di instabilità, di cruciali riflessioni sull’ecologia e di cataclismi sempre più distruttivi che affollano i notiziari. È cambiato il modo di approcciarsi alla realtà, siamo tutti meno allegroni, eppure rimane quella volontà inconscia di fare qualcosa, di provare a comprendere, a trovare la chiave di volta per arginare ciò che rischia di spazzarci via. È anche l’era degli effetti digitali a buon mercato e dei sequel, prequel, midquel, reboot a vortice. Spielberg e il suo storico amico Frank Marshall, un altro pezzo da novanta, si svegliano una mattina e pensano: “Perdincibacco, qui c’è bisogno di un seguito stand-alone, e lo chiameremo Twisters, perché il sostantivo va messo al plurale, come nel caso di Aliens, Predators, Tremors… no, Tremors è nato al plurale e non siamo qui a dare la caccia al culo del vermone, sebbene l’intento di cazzeggio sia lo stesso. Comunque ecco a voi i Millennials esperti in divinazione dei tornado!”.

Alla regia era previsto Joseph Kosinski, quello che ha fatto il botto con Top Gun: Maverick, ma in ultima la scelta è caduta su Lee Isaac Chung, cineasta di origini sudcoreane che ha collezionato candidature agli Oscar con Minari, il racconto di una famiglia di immigrati asiatici che tenta di integrarsi con gli abitanti dell’Arkansas. Sì, ecco, può darsi che avesse un curriculum da ingrassare e che gli piacesse a mettere in scena i redneck e la loro vita tradizionale nelle grandi praterie. Ottimo, iniziamo Twisters, il cui collegamento con la pellicola precedente è la macchina Dorothy V che va a puttane. Un gruppo di giovani nerd si mette sulle trace di un tornado F5, buona parte di loro muore e i sopravvissuti (la protagonista e un friendzonato) vivono con i sensi di colpa. Possiamo goderci cinque minuti di  Kiernan Shipka, la graziosa Sabrina di Netflix, prima che venga risucchiata nel nulla cosmico, ed è un vero peccato. Ok, l’erba alta non fa per noi, andiamo in città.

Quanto fascino gettato al vento…

Certo, se il destino ti lega alle tempeste in Oklahoma è solo questione di tempo prima che qualcosa – o qualcuno – bussi alla tua porta e ti ricordi che sei nato con un talento e sei il migliore nel tuo campo, quindi devi muovere le chiappe e salvare il mondo. Così è per Kate, il personaggio principale che prevede i tornado con il sesto senso e che ha il volto di Daisy Edgar-Jones. L’attrice ricorda in modo inquietante una mia compagna delle elementari che ora si è appassionata di ciclismo, porco cazzo quanto la ricorda, è veramente incredibile, comunque vacca boia, l’importante è che incarna ottimamente l’archetipo della tizia cute and smart, la donna in carriera che sotto sotto è rimasta una ragazza di provincia ed è cresciuta in una fattoria. Oh, Kiernan Shipka poteva funzionare ma smettiamo di lamentarci.

Javi (Anthony Ramos), il friendzonato dal passato, richiama Kate per collaborare a un sistema di mappatura dei tornado all’avanguardia, perché lei può percepirli, capito? Poco importa se Javi si rivela un mercenario, un agente al servizio degli speculatori che vogliono lucrare su chi ha appena perso la casa, accompagnato giorno e notte dal lacchè aziendalista Superman. Sì, David Corenswet si presenterà al pubblico come il nuovo Uomo d’Acciaio e intanto passava di qui, ci teneva a farci sapere che dietro la mascella da bravo ragazzo e la stazza notevole ci sono le capacità per interpretare un vero stronzo.

Kate fiuta gli obiettivi loschi della compagnia e fraternizza con quello che all’inizio credeva ancora più stronzo, il cowboy Glen Powell. Chi è costui? Un bisteccone texano, uno di quelli che ti stanno simpatici perché hanno la faccia da trollatore seriale. Chi lo ferma più da quando è apparso in Maverick? Ha pure lavorato con Richard Linklater, tiè. E si mostra allo spettatore a bordo di un veicolo corazzato tamarrissimo che tutti vorrebbero, capace di ancorarsi al terreno per resistere ai tornado. Il suo personaggio è il celebre Tyler Owens, youtuber con migliaia di iscritti che doma le trombe d’aria e le riempie di petardi. Sorpresa sorpresa, è andato al college, non è poi così bifolco e flirta con Kate a colpi di meteorologia e nozioni scientifiche. “Oh sì, abbiamo molto in comune, guarda come sono fatte quelle nubi! Hai impegni stasera?”.

Il rapporto tra i due protagonisti si articola in una sottotrama romance mentre cercano fianco a fianco la soluzione per disinnescare le trombe d’aria. Pur di sfuggire ai reclami del friendzonato si rifugiano a lavorare nel granaio di mamma campagnola, dove Kate sfogava i sogni infantili di stare scienziologa invece di coltivare pannocchie. Ah, poi vanno a vedere i rodei, ammaccano automobili, consolano qualche povero cristo a cui è volato via il pollaio mentre la suocera è tutta contenta di avere un bisteccone in casa per la figlia scatenata. La giovane coppia, dotata di istruzione superiore, attenta al clima e ai problemi di oggi, si protende come un ponte verso la descrizione dell’altra America guardata con nostalgia dal pubblico statunitense, quella fatta di campi coltivati, di tori e cavalli, di gente temprata dalle difficoltà che è pronta a ripartire da zero dopo aver perso ogni cosa. Un incontro tra generazioni, unite dalla consapevolezza di ciò che conta e contrapposte ad avidi miliardari e a influencer che prendono le emergenze come un gioco. Paraculaggine? Va bene, forse un po’, ma non vi piaceva mettere un po’ di musica country mentre fracassavate la mappa di Grand Theft Auto? La sensazione a grandi linee è la stessa.

La fattoria Pepperidge si ricorda anche di quel tocco registico alla New Hollywood che animava Twister e che qui non trova sponde: il sequel è il tipico caso di girato bene senza particolari guizzi, non che ci aspettassimo una Spielberg Face ogni volta che tuona all’orizzonte. La compagnia di Glen Powell, composta da assistenti col drone e spiritosi imbecilli, è un altro tentativo mezzo mancato di omaggiare il cast intorno a Bill Paxton, mentre un punticino viene assegnato al villain, cioè il tornado di turno, sempre impressionante quando incombe sui protagonisti, capace di bucare lo schermo mentre stanno proiettando il Frankenstein di James Whale e di trasformarsi, in stile Kaiju, in un’entità ancora più potente quando travolge una raffineria. Sì, il tornado cattivo diventa un tornado di fuoco! Vi sembra troppo? Beh, in ogni disaster che si rispetti bisogna guidare attraverso le fiamme perché fa molto macho, e le autobotti piene di carburante esplodevano anche nell’originale.

I tempi sono proprio cambiati. Le terapie di coppia a base di adrenalina hanno lasciato spazio a intraprendenti cowboy dei venti che vogliono essere entrambe le facce degli USA in una parentesi di sceneggiatura troppo ristretta, vogliono essere quelli di città e di campagna, i buzzurri che tracannano birra e i pionieri scientifici del domani, giocandosi l’intero piatto sull’alchimia tra due attori al minimo sindacale, anche quando si articola in un triangolo sia d’amore che di ideali. E poi ci sono i rimorsi, gli stress post-traumatici da superare per salvare ciò che resta, motivazioni incise nella pelle dei personaggi per farli sembrare più sfaccettati di quel che sono, data l’impossibilità di fare leva su altro, di meravigliare come una volta un pubblico che ormai mangia apocalissi a colazione e che forse nemmeno apprezzerebbe un briciolo della magia ignorantona di quel 1996. Peccato che, scomparsa la fattibilità e forse l’efficacia di quella magia, i temi d’attualità non bastano a sorreggere un prodotto che ha valori troppo nella media per rinverdire la sua legacy. Se non fosse per l’effettistica niente male con tanto di 35mm, questa love story di barometri ambulanti sarebbe un sonno americano.

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