Venezia 81 e il giorno che Joker si sparò nel piede
di Carlo Neviani
Venezia, ore 8:27 del mattino. Siamo in Sala Darsena e l’aria profuma di tensione (e di brioche all’albicocca, diciamolo). Sta per iniziare la prima proiezione stampa di uno dei film più attesi dell’anno: Joker: Folie à Deux. Non è solo hype, è quasi superstizione. “Hai visto il trailer?”, “Barbera l’ha chiamato ‘sorprendente’”, “Pare sia un musical, ma anche no”. Nell’anno più anemico della Mostra che io ricordi – concorso flebile, pochi nomi di peso – Joker sembrava l’unica vera miccia pronta a far esplodere un’edizione altrimenti dimenticabile.
Parte l’applauso. Uno di quelli lunghi, pieni, quasi liberatori. Qualcuno urla “Let’s gooo!” come se fosse a un concerto di Travis Scott. Io sorrido. Ho avuto la stessa sensazione prima della prima del Joker del 2019, lì a Venezia 76. Ma questa volta c’è qualcosa di diverso: l’aspettativa è meno genuina, più ansiosa, come se il pubblico sperasse che questo film fosse in grado di riscattare non solo il festival, ma anche i suoi stessi gusti.
Poi buio. E inizia il film.

90 minuti dopo. Forse 120. Siamo fuori. Silenzio.
Nessuno parla. I critici si guardano tra loro con facce da fine del mondo, o peggio, da fine del cinema. Io mi infilo gli occhiali da sole e vado verso il bar. Non so cosa ho visto. Mi ferma una ragazza, sarà della delegazione tedesca, mi chiede: “Com’era?”
Scuoto la testa. “Non lo so.”
Un altro fa spallucce e dice: “A nessuno è piaciuto.”
È successo davvero? Joker 2 – anzi, Folie à Deux – è appena crollato su sé stesso davanti a una sala gremita. Non fischi, ma un silenzio più duro di qualunque contestazione. Disorientamento. Come se il film ci avesse colpiti con una mazza da baseball invisibile e adesso stessimo cercando i denti in terra.

Il film dopo il film: la ricezione post mortem
Nei giorni successivi il tam-tam stampa è implacabile. Le testate americane parlano di “un’operazione narcisistica”. I francesi, più diretti, “un naufrage élégamment mis en scène”. Al box office, Folie à Deux farà segnare incassi deludenti – un tonfo pesante se confrontato con il successo planetario del primo film. Nonostante Lady Gaga, nonostante il marketing, nonostante l’aura cult che il personaggio si porta dietro.
Ma perché?

Un film fatto da Joker, su Arthur, contro tutti noi
La risposta, forse, è che Folie à Deux non è un film per piacere. È un film che vuole punire.
Punire chi ha amato Joker nel modo sbagliato, chi ha scambiato Arthur Fleck per un eroe, chi ha urlato “We live in a society” come se fosse una profezia messianica. È un film che mette in scena la vera “follia a due”: quella tra Arthur e il suo alter ego, Joker. Non tra lui e Harley Quinn – che qui è una presenza affascinante ma secondaria – ma tra l’uomo e il personaggio, tra ciò che Arthur è (un inetto patologico, una vittima che non ha mai saputo reagire) e ciò che vorrebbe essere (un’icona anarchica, carismatica e vendicativa).
Il regista Todd Phillips sembra voler dire: “Avete frainteso tutto. Ora ve lo spiego. Ma a modo mio.”
E il modo suo è un anti-musical alienante, dove le canzoni (poche, disturbanti) non offrono sollievo ma spaesamento, dove la messa in scena è lussuosa ma fredda, e dove Joaquin Phoenix interpreta Arthur con una stanchezza che è insieme scelta artistica e segnale d’allarme. È ancora bravissimo, certo. Ma anche il suo sguardo sembra dirci: “Perché siamo tornati qui?”

Una vendetta più che un sequel
Alla conferenza stampa, Phillips ha parlato di “decostruzione”. Lady Gaga ha detto che il film “parla del potere dell’immaginazione nei momenti di solitudine estrema” – una frase bellissima, se solo il film l’avesse incarnata. Ma la verità è che Folie à Deux non costruisce nulla di nuovo: smonta il primo film, ne ribalta alcune intuizioni, ne complica il messaggio… ma alla fine non aggiunge molto. È una riflessione meta-cinematografica sulla ricezione del precedente Joker, rivolta quasi esclusivamente a chi non l’aveva capita.
E allora, a chi parla Folie à Deux? A un pubblico che non c’è più. O che si è già stancato. Non è un film che ha fallito per difetti tecnici o per limiti produttivi. È un fallimento interessante, quasi necessario. Ma pur sempre un fallimento.

Fine dell’illusione (e della proiezione)
Quando sono uscito dalla sala quella mattina, il sole sul Lido era già alto. Venezia sembrava ignara di ciò che era appena successo lì dentro. Mi sono seduto sul muretto, guardando il mare.
Pensavo a quel primo Joker, a quanto ci aveva colpiti, spaventati, fatti discutere. E poi pensavo a Folie à Deux, a quella sensazione gelida che mi era rimasta addosso.
Non è bello vedere un film suicidarsi. Ma è un’esperienza che non dimenticherò.

Eppure… qualcosa rimane
Qualche settimana dopo, l’ho rivisto. Di sera, a casa, senza l’adrenalina della prima, senza il peso delle aspettative, senza il filtro della Mostra e dei suoi sguardi severi.
E qualcosa è cambiato.
I dettagli di messa in scena – le luci malate di Gotham, il lavoro chirurgico sul suono, l’incredibile coreografia dei momenti musicali, la precisione millimetrica di certe inquadrature – mi sono sembrati improvvisamente più forti, più parlanti. La rabbia autoriale che a Venezia mi era sembrata quasi adolescenziale, si è fatta – a mente fredda – un gesto sincero, doloroso, perfino toccante.
Poi, in un podcast, Quentin Tarantino lo ha definito “una delle operazioni più radicali sul concetto stesso di sequel”. Ha detto che Folie à Deux è “un film che costringe il pubblico a guardarsi allo specchio, anche quando non ne ha voglia”.
E se avesse ragione lui?
Forse il vero errore è stato voler chiedere a Joker 2 ciò che Joker 1 non ci aveva mai promesso: intrattenimento, riconciliazione, conferme. Forse è un film che esiste proprio per dispiacere, per disturbare la nostra memoria collettiva.
E forse, tra qualche anno, torneremo a guardarlo con occhi diversi. Come accade ai film sbagliati al momento giusto.
Per ora, però, mi tengo stretto quel momento in Sala Darsena. L’applauso, l’urlo, il silenzio. E quella strana sensazione che Joker ci abbia davvero fregati. Ancora una volta.
