Le scelte musicali di Luca Guadagnino in Queer trasformano il film in un viaggio emotivo e sensoriale. Da Cobain ai Verdena, una colonna sonora che lascia il segno.
di Carlo Neviani
Ogni edizione della Mostra del Cinema lascia un’eco sonora: l’eco jazz di La La Land a Venezia 73, le note minimal e ossessive di Joker a Venezia 76… ma quest’anno è Queer che incide sulla memoria musicale dei giorni di festival. Appena calate le luci in Sala Darsena, l’apertura con la cover di All Apologies dei Nirvana, interpretata da Sinéad O’Connor, ha squarciato il silenzio carico di aspettative. Un inizio che ha colpito dritto, non solo per la scelta del brano, ma per la sua capacità di parlare al cuore di un racconto intimo, nichilista, profondamente Burroughsiano.

“All Apologies”: un’apologia al vivere secondo sé stessi
Aprire con le parole “What else should I be? All apologies…” è stata una dichiarazione di intenti. Il film sembra dire: «Questa è la mia supplica al mondo: accetto di essere esattamente ciò che sono, con tutti i miei limiti, la mia ossessione, la mia incapacità di fingere una vita “normale”.» Lee (Daniel Craig) non cerca redenzione, ma comprensione. Come Cobain, porge al mondo delle scuse: per la sua dissonanza, per il suo non voler scendere a compromessi umani. È un momento in cui musica e personaggio si specchiano: un uomo che non può cambiare perché non ha alternative. E noi, spettatori, sentiamo quel graffio di autenticità crescere fino a tagliarci dentro. Non stupisce che la reazione in sala fosse quella di una stretta al cuore e un silenzio quasi reverenziale.

“Come as You Are”: identità come atto sessuale e politico
Il secondo segmento del film utilizza Come As You Are in modo ancora più stratificato. La scelta non è casuale: già dal titolo si tratta di un invito alla libertà dell’essere, alla vulnerabilità. Ma l’inserimento in un contesto che evoca l’atto sessuale – in cui l’orgasmo diventa specchio dell’identità – lo trasforma in un gesto politico. Lee, camminando per le strade di Città del Messico con la sigaretta in mano e il pistola al fianco, diventa emblema dell’uomo sessualmente libero e allo stesso tempo disarmato nella sua ricerca di autenticità. Il famoso verso “I swear that I don’t have a gun” si carica di ironia e tensione: Lee la possiede davvero, ma la sua vera lotta è con sé stesso, non con il mondo esterno.

Verdena: “perdersi è un’agonia” fatta colonna sonora personale
Quando Guadagnino inserisce Puzzle e Sui ghiacciai dei Verdena, non si limita a richiamare il grunge, ma porta dentro una nota di familiarità domestica, per lui italiana, quasi catartica. “Perdersi è un’agonia” diventa leitmotiv: Lee, persosi nella sua identità e nel desiderio, incarna la stessa agonia. In conferenza ha ammesso che inserire i Verdena è stato “forse il gesto più romantico che potessi fare” per rendere il film personale e intimo. È come se il grunge italiano venisse importato negli Anni ’50 messicani per dirci che ogni solitudine ha le stesse radici, ovunque.

Burroughs che incontra la musica: cut-up sonoro e anacronismi simbolici
Guadagnino non si limita a tradurre Burroughs, lo reinventa in chiave sonora. La tecnica cut-up, tipica della scrittura dell’autore beat, trova riflesso nella colonna sonora: brani anacronistici sparpagliati come pezzi di un mosaico psichico. Il ponte ideale tra Cobain e Burroughs è stato esplicitato dal regista: “Urlo di dolore” e senso di repressione li accomuna . Il risultato è frammentazione voluta, sospensione emozionale, disorientamento fertile – musica che spezza, genera pause e suspensioni narrative. È un cinema-sonoro che agisce come contrappunto, in collisione con l’immagine.

Trent Reznor & Atticus Ross: un terzo atto più libero ed emotivo
Alla terza collaborazione con Guadagnino – dopo Bones and All e Challengers – Reznor e Ross sfoderano un lavoro ancora più destrutturato. Intervistati da GQ, raccontano come abbia funzionato il processo creativo: “Luca ci ha dato carta bianca… disorientare lo spettatore”. Il tema Pure Love, con archi e piano, diventa personaggio silenzioso tra Lee e Eugene. Poi Vaster Than Empires, scritto insieme a Caetano Veloso con parole prese dal diario finale di Burroughs, chiude il film con un’epifania sonora: amore, fine, dissoluzione dell’Io. Più che una colonna sonora, un’ossessione emotiva.

Conclusione – un’ossessione sonora che cresce con te
Queer può sembrare spaesante, addirittura ostico all’inizio, ma la musica lavora silenziosa sotto pelle. È un film che ti entra dentro come un leitmotiv che ritorna, cresce e si trasforma. Non è un intrattenimento semplice: è un’opera sonora e visiva che chiede partecipazione emotiva. E la sua colonna sonora è motivo e causa di questo coinvolgimento.
Venezia 81 mi ha consegnato un film indimenticabile: non perché è facile, ma perché risuonerà nella testa e nel cuore, come una traccia che non riesci a toglierti dagli auricolari. E, come ogni grande canzone, ti sorprenderà a distanza di tempo. Con ogni ascolto, con ogni visione, scoprirai una sfumatura nuova, un lieve spostamento emotivo. Un film che suona, vibra, persino duole. Ma è un dolore che cresce, che diventa bellezza.