Antonio Tentori si racconta: I mostri e la mia sfida vinta con Dracula.

Estratto dell’intervista ad Antonio Tentori, sceneggiatore per Dario Argento. Matteo Berta

Che rapporto ha ed ha avuto con gli autori, registi, collaboratori e sceneggiatori con e per cui ha lavorato?

Io ricordo i registi come amici e persone con cui condividere grandi passioni. Il mio grande punto di rifornimento è stato Lucio Fulci, il regista che invece mi ha stimolato di più è sicuramente Dario Argento. Sono sempre fortunato anche nelle collaborazioni di sceneggiatura dove ho sempre trovato sintonia con le persone con cui mi trovavo a condividere progetti. Ricordo con piacere la mia amicizia con Joe D’Amato, collega umile e regista “artigiano”. L’importanza di tutti questi incontri non è solo per il cinema ma per la vita che c’è fuori, il buon lavoro deriva anche dal divertimento fuori da esso.

Una delle componenti fondamentali del cinema è riuscire a suscitare tutti i tipi di emozioni e permettere una certa catarsi anche verso ciò che più ci spaventa, affrontando le paure davanti ad uno schermo e spesso uscendone rafforzati. A volte questa componente risulta più importante perchè il mostro non è semplicemnte un aberrità o una mostruosità ma si tratta della “belva” che vive dentro di noi che uscendo fuori prende forma. Quali tipi di Monster Movie sono più efficaci dal punto di vista suggestivo?

I mostri possono essere diversi, dallo squalo e tutte le sue derivazioni (piranha…) a mostri che provengono dallo spazio, o i mostri lovcraftiani, fino ad arrivare a veri e propri mostri umani. Io personalmente penso che l’identificazione del mostro sia fondamentale, alcuni ti compaiono già nei titoli di testa, per altri serve invece un’indagine riconoscitiva più profonda ed è proprio il processo piscologico stesso che può rendere ancora più inquietante la figura del mostro. Alcuni mostri sono stereotipati, quelli che preferisco sono gli zombie, essi sono tra i più spavenotsi proprio per la loro componente della trasfigurazione umana. A volte fa più paura la piccola componente umana del mostro piuttosto che tutto quello che lo rende effettivamente tale. Le differenze tra il mostro e l’uomo sono immediate e saltano agli occhi, il mostro fa schifo, mentre le similitudini sono più profonde e per certi versi più inquietanti.

Su quale passaggio narrativo o scelta di stile si deve puntare per ridare linfa e mistero a figure di mostri divenute iconiche, per poterle riproporre in nuove rappresentazioni? Nel suo caso specifico, parliamo di Dracula.

Quando ho scritto Dracula assieme ad Argento, mi si è presentata davanti agli occhi una sfida. Abbiamo pensato di fare delle variazioni sul tema mantenendo caratteristiche ispirate al romanzo. Abbiamo cercato di focalizzarci sull’idea del mostro (Dracula) che possiede una rete di complici in carne ed osse, servi e schiavi del male. In Dracula troviamo l’esasperazione, l’erotismo (più spinto). L’obbiettivo era quello di scegliere un determinato punto di vista e mostrarlo come chiave di lettura diversa del personaggio ormai universalmente noto. La principale idea di Dario è stata quella di far trasformare Dracula in animali (dal lupo agli insetti). Consideriamo Dracula una sfida vinta. 

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