Ma in Italia sappiamo ancora fare cinema?

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Ma in Italia sappiamo ancora fare cinema?

di Cristiano Bolla

Se Matteo è riuscito nel suo intento col quale ha dato vita a questo blog, in questo momento sto parlando a  veri e propri cinefili, semplici appassionati o, addirittura, a qualcuno che sta provando a fare del cinema la sua vita professionale. E altrettanto probabilmente quest’ultimi, come me, sono stati attirati dalla splendente luce della Settima Arte non da prodotti italiani ma da qualche film, regista o attore straniero. Difficile credere che siano in molti, negli ultimi vent’anni, ad essere cresciuti con De Sica e Sordi nel cuore e questo soprattutto perché i distributori e le emittenti televisive ci hanno talmente bombardato di prodotti stranieri che occorre proprio, maliziosamente, fare questa domanda: ma in Italia sappiamo ancora  fare qualcosa di buono al cinema?

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Piccola premessa: con “buono” e “fare cinema” non si intende semplicemente realizzare dei prodotti godibili e con tutti i pezzi al loro posto, perché per farlo ormai non serve un miracolo e il mondo webseriale ce lo sta dimostrando con grandi prodotti a basso budget. No, la discriminante del “fare buon cinema” sta anche nelle vendite che si ricavano.

“Cristiano, ma allora mi stai dicendo che Checco Zalone è buon cinema, visto che ha il record di incassi per un film italiano?”

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Grazie della domanda: sì e no. Nel senso che l’avere avuto tante realtà distributrici a credere nel successo di Zalone non lo rende per forza un bellissimo film (Avatar docet). Oltretutto, quello di Zalone è solo l’ultimo di una serie interminabile di film italiani usciti al cinema sotto la categoria di commedia, il genere principe del Bel Paese. Proprio qui parte la mia riflessione e mi scuso se prima di rispondere alla domanda iniziale continuo ad aggiungere dei pezzi: in Italia sappiamo ancora fare del buon cinema diverso dalla commedia e che sappia vendere?

Eccoci, siamo arrivati al cuore del problema. Soprattutto quest’anno sta dando un peso specifico a questa domanda e, sorprendentemente, una risposta più che positiva. Forse perché la commedia non tira più come prima (Zalone mosca bianca) o forse perché ci si è fatti più audaci, ma stanno uscendo allo scoperto registi e prodotti che affrontano generi che in Italia si è sempre avuto difficoltà a distribuire e a veder degnamente realizzati. Andando in ordine, dal 2011 ad oggi: L’Ultimo Extraterrestre, Il Ragazzo Invisibile, Il Racconto dei Racconti, Non essere Cattivo, Lo Chiamavano Jeeg Robot, Perfetti Sconosciuti, Veloce come il Vento. Queste uscite rappresentano una variegata novità rispetto al recente passato e che danno nuova linfa o quantomeno spessore al catalogo italiano. Il  fantasy ispirato alla graphic novel di Gipi e quello letterario di Garrone, l’intenso dramma di Caligari, i superhero movies di Salvatores (mh) e di Mainetti (thumbs up!), il race movie di Rovere e la botta di commedia brillante di Genovese: tanti titoli, più o meno tutti riusciti, che hanno tuttavia dimostrato come l’italiano possa declinare più generi cinematografici invece di fare la torta sempre con gli stessi ingredienti. Qui abbiamo torte, ma anche crostate, pasticcini e bon bon.

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Ma, come detto, non basta “farli”, devono anche essere bei film e soprattutto vendere. Perché se La Grande Bellezza, Cesare deve Morire e Fuocoammare hanno recentemente dimostrato che il buon cinema italiano sa ancora vincere all’estero, la vera lotta del cinema non sta solo nella critica o nei premi ma anche al botteghino. E qui l’elenco che trovate sopra si fa interessante perché è come se i primi film avessero riscosso le coscienze cine-nazionali del pubblico, fino a dar vita a questa belle époque che stiamo vivendo. Si passa dal flop di Gipi ai tre milioni del Racconto dei Racconti, i due di Veloce come il Vento e i cinque di Lo Chiamavano Jeeg Robot, fino ai diciassette di Perfetti Sconosciuti. Sì, è vero: la commedia in Italia è ancora irraggiungibile, ma di strada le inseguitrici ne stanno facendo. E considerando che il cinema è un’industria, va da sé che questo spartiacque potrebbe rivelarsi decisivo per il futuro del cinema italiano: più incassi, più produttori, più distributori, più generi, più qualità. Equazione semplice.

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In arrivo c’è molto altro, ma a questo punto sta anche a noi cinefili, appassionati, pubblico occasionale del martedì sera quando c’è poca gente e il biglietto ridotto, sta a noi credere che in Italia il cinema lo sappiamo fare. Forse non avrà ne il budget ne le maestranze scintillanti di Hollywood e altre città dorate del cinema, ma una seria possibilità ai prodotti di casa dobbiamo iniziare a darlo. È un po’ lo stesso discorso che si fa con gli stranieri nel calcio e negli sport: siamo sicuri che uno straniero scarso sia preferibile ad un giovane italiano? L’erba del vicino è più verde?  Scegliete la metafora che preferite.

Mentre scegliete, torno a guardare Ladri di Biciclette o magari l’eterno Fantozzi, ma lo faccio a cuor leggero e senza malinconia, perché per gustarmi del cinema buono e di casa ora non devo guardare al millennio scorso.

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