ANTICHRIST – L’INCUBO A OCCHI APERTI DI LARS VON TRIER

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ANTICHRIST – L’INCUBO A OCCHI APERTI DI LARS VON TRIER

di Alessandro Sivieri

Prima ancora che un regista, Lars von Trier è un fenomeno che ha segnato il cinema contemporaneo: eccentrico, estremo, politicamente scorretto e dai tratti fortemente estetizzanti, il co-fondatore del movimento cinematografico denominato Dogma 95 (un insieme di regole registiche dall’impronta minimalista, che lui stesso ha più volte violato) è uno di quei personaggi che si crogiolano nel lato controverso di ciò che dicono e fanno. Una figura che si ama o si odia, che nelle sue creazioni non scende a patti con la massa e che presenta un’impronta stilistica immediatamente riconoscibile (un po’ come Nicolas Winding Refn, anche lui danese).

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Lasciamo perdere le uscite pubbliche discutibili, come quella sulla figura di Hitler che gli costò l’espulsione a Cannes: per alcuni una dichiarazione inaccettabile, per altri uno dei suoi sberleffi provocatori, per altri ancora la solita strategia del “purché se ne parli”. Il fatto accertato è che la Danimarca è una piccola ma efficiente fabbrica di registi particolari che elevano la brutalità e la drammaticità al sublime, come fa von Trier con Antichrist: rimorso, tare psicologiche, violenza, scene surreali e fuori dal tempo si amalgamano in un cocktail dove la storia impalpabile cede il passo all’esercizio di stile nudo e crudo, all’estetica perversa. Al nostro Lars piace divertirsi un po’, impressionarci con il gore e trasportarci nel suo caos interiore, dove la natura è permeata da un sinistro equilibrio tra l’immobilità assoluta e la cieca furia distruttrice. Tutta scena e niente contenuto, dite? Può darsi, ma accidenti se funziona!

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La trama, così come il numero dei personaggi, è ai minimi termini: un bambino piccolo, non sorvegliato dai genitori impegnati in un selvaggio rapporto sessuale, precipita accidentalmente dalla finestra di casa, rimanendo ucciso. Il marito (Willem Dafoe), preoccupato per le condizioni della moglie (Charlotte Gainsbourg, la “ninfomane” di von Trier), decide di condurre personalmente delle sedute di psicanalisi per aiutarla a superare il trauma. Si trasferiscono quindi in un cottage in mezzo al bosco, dove l’uomo arriverà pian piano a scoprire il lato più oscuro e instabile della compagna. Tutto qui. Paura, eh? Diciamo che in alcuni passaggi, quelli più brutali o visionari, non griderete in preda al terrore ma di certo rimarrete scossi e a disagio. Questo non è un horror, è un viaggio negli angoli più insidiosi della mente umana: la stessa casa e la foresta che la circondano appaiono come un ambiente lontano dal tempo e dallo spazio, l’imprevedibile mente della moglie nella quale si avventura il marito psicologo. E come la natura stessa, questa dimensione parallela segue le proprie imperscrutabili regole, rendendo inerme la logica umana. Un incubo a occhi aperti che, dato l’indubbio talento del regista, è anche maledettamente bello da assaporare: l’incipit in bianco e nero con la morte del bambino, accompagnato dalle note di “Lascia ch’io pianga” e dalle immagini piuttosto esplicite dei coniugi che fanno sesso, quasi ostenta la propria eleganza. Lo stesso dicasi per le scene oniriche costruite dai racconti della moglie, che colpiscono per l’atmosfera e la raffinatezza delle inquadrature. Abbiamo poi il delirio e la violenza: partiamo da una volpe parlante impegnata in un atto di autocannibalismo per arrivare a dolorosissime mutilazioni genitali mostrate in primo piano. Questo è Lars von Trier, baby. Non stare lì a chiederti il perché, rischieresti di diventare folle quanto lui.

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Ovviamente niente nasce dal niente, se infatti volete parlare di influenze stilistiche, qui di certo non mancano: la stessa pellicola è un tributo al regista sovietico Andrej Tarkovskij, che in quanto a tecnica, profondità e misticismo ha ben pochi rivali. Ma se la natura tarkovskiana (o anche quella di Terrence Malick) è mostrata come un dio impassibile che assiste alle vicende umane, quella di von Trier è ben più ambigua e corrotta; non per nulla il personaggio della Gainsbourg afferma che “la natura è la chiesa di Satana”. Poi abbiamo la sessualità violenta, l’inquietudine metafisica che fonde realtà e sogno, un microcosmo di metafore (il bosco, le figure animali); in tutto questo si respira un po’ di David Lynch. Non scordiamo l’affascinante follia di Charlotte Gainsbourg, che incarna un archetipo femminile letale e fuori controllo, come la mantide che decapita il partner dopo il rapporto: la donna che rifiuta le catene della maternità e che si consuma nell’autodistruzione, in una sanguinolenta catarsi dove l’uomo è la nuova “damigella in pericolo”, il sesso debole; qui il ruolo della vittima tocca infatti a Willem Dafoe, e un paio di scene faranno venire i brividi a noi maschietti (ma tranquille, care donne, ce n’è anche per voi).

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Vedete, a volte si sente il bisogno di purificarsi dalla razionalità e compiere un balzo nell’ignoto; è come intraprendere un viaggio pur essendo consapevoli di aver lasciato a casa la cartina. Non cercate un senso compiuto in Antichrist, vivetelo come un’esperienza sensoriale. In caso contrario, il suo crudele autocompiacimento potrebbe stomacarvi.

Antichrist

 

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