Se Mark Zuckerberg vuole un alieno, l’equipaggio è sacrificabile.
di Matteo Berta e Alessandro Sivieri

Ebbene, dove eravamo rimasti? Ah, giusto, che nello Spazio nessuno può sentirti urlare, che per le corporazioni la vita umana è una moneta spendibile e che se vuoi salvarti da un mostro bavoso, è meglio dare retta alla tizia con il gatto. Nel 1979 lo sci-fi horror cambiava per sempre, ascendeva al piano di quei generi considerati nobili e si annidava nel nostro inconscio a tempo indeterminato, forse con lo scopo di creare nuove paure o, chissà, per dare un volto a qualcosa che già esisteva. Ridley Scott, spalleggiato da un team creativo e produttivo che contava nomi come Walter Hill, Dan O’Bannon, Hans Ruedi Giger e il nostro Carlo Rambaldi, consegnava alle masse lo Xenomorfo, predatore naturale di una civiltà umana che, forgiata da secoli di progresso, si credeva al vertice della catena alimentare. Una convinzione destinata a capitolare: là fuori ci sono miliardi pianeti e alcuni di essi potrebbero ospitare qualcosa di più grosso, più pericoloso, non offuscato da illusioni di moralità e pronto a utilizzarci come ospiti per il suo ciclo riproduttivo (le vespe parassite insegnano). La pellicola lasciò il segno nella cultura popolare ed ebbe diversi seguiti, non tutti all’altezza.

Aliens è uno di quei rari casi in cui un sequel può fare a braccio di ferro con l’originale. James Cameron è celebre per la sua capacità di world building, di raccontare storie in cui anche la più incredibile trovata fantascientifica sembra destinata a diventare realtà e, soprattutto, a impattare sul nostro quotidiano. Se in Terminator si parlava di una IA sfuggita al nostro controllo, qui ci si concentra sull’avidità di una Weyland-Yutani che è intenzionata, ancora una volta, a sfruttare gli Xeno come armi biologiche, in barba alle misere pedine che rispondono al nome di coloni e marines. La crudele Compagnia opera tramite funzionari senza scrupoli e ha un’aria più tangibile rispetto alle fredde direttive del computer Mother, mentre la protagonista Sigourney Weaver viene approfondita psicologicamente e coinvolta in un legame materno con la piccola Newt (Carrie Henn). Cameron espande l’universo della saga e introduce elementi iconici come la Regina, i fucili a impulsi, il rilevatore di movimento e tanti altri gingilli che per lui, appassionato di tecnologia e sempre coinvolto in prima persona nelle fasi di design, sono importanti quanto un personaggio in carne e ossa.

Meno fortunato sarà Alien 3, risultato di uno script dalla gestazione biblica e sottoposto a parecchie riscritture. David Fincher, regista esordiente e non abituato a lavorare sotto l’occhio degli studios, mette la firma su questo capitolo tra mille difficoltà, azzeccando il mood e la direzione artistica ma ritrovandosi con montagne di idee bocciate. Ellen Ripley viene brutalmente privata del nucleo famigliare ereditato da Cameron e gettata in una prigione di massima sicurezza, abitata da un pugno di ergastolani che non vanno tanto per il sottile. Farà capolino, come previsto, uno Xenomorfo in versione Runner, sempre tratto dai bozzetti di Giger e consacrato in via definitiva come nemesi della donna, che dovrà ricorrere a un atto disperato per liberarsene. Scenari notevoli, qualche sequenza interessante e colonna sonora di Elliot Goldenthal che non fa rimpiangere il genio di Jerry Goldsmith. Ma i tempi duri per il franchise devono ancora venire!

Alien: Resurrection di Jean-Pierre Jeunet è considerato come il tipo strano del gruppo, un viaggio a base di weirdness e pirati spaziali, eppure include degli ingredienti che risultano fondamentali per la discussione della serie in oggetto: gli Xeno in condizione di cattività, analizzati da un team di scienziati e, manco a dirlo, pronti a cogliere la prima occasione utile per la fuga, e una Ellen Ripley ibrida, clonata dall’eroina che tutti conoscono e tracce aliene nel DNA. Sigourney Weaver, il viso affilato dai segni dell’età che avanza, interpreta un personaggio del tutto inedito, un umanoide che ha una connessione con gli Xenomorfi e al contempo fatica a comprendere alcuni tratti della nostra specie. L’unico individuo con cui stabilisce un legame autentico è, guarda caso, un altro emarginato, la sintetica Call, che ha il volto di Winona Ryder.

La tridimensionalità dei personaggi, unita a sequenze d’impatto come la stanza dei cloni malriusciti di Ripley, non è riuscita a salvare la pellicola dalla bocciatura di pubblico e critica, sicché la saga è rimasta dormiente per una manciata di anni. Non hanno apportato benefici – anzi, hanno avuto l’effetto di un’incudine sulla testa durante il sonno! – i crossover con la razza degli Yautja nei due Alien vs. Predator, un incontro che si era già verificato in fumetti, videogame e romanzi fin dagli anni ’90. Poi, a sorpresa, rispunta Ridley Scott, il mastro artigiano degli inizi, e con la firma di Jon Spaihts e Damon Lindelof (lo sceneggiatore principale di Lost) dà vita a Prometheus, ciò che potremmo definire un prequel. Ambientato tra il 2089 e il 2093, racconta una vicenda cronologicamente antecedente al film originale, sebbene la nave Prometheus, inviata in esplorazione dal magnate Peter Weyland, abbia una tecnologia che la Nostromo può soltanto immaginare. Si fa riferimento agli Ingegneri, creatori degli umani e, più o meno direttamente, degli Xenomorfi, ma il fulcro della storia non è nell’orrore, è in ciò che potremmo definire il pallino di Scott fin dai tempi di Blade Runner: l’intelligenza artificiale e il suo grado crescente di autodeterminazione.

Il Roy Batty di Rutger Hauer è un “lavoro in pelle”, un essere artificiale da noi creato per servirci nelle mansioni più scomode e pericolose, e perfezionato negli anni fino a diventare “più umano degli umani”, frase che suona molto come lo slogan per la vendita di un prodotto. I Replicanti di Blade Runner (tratto dall’opera di Philip K. Dick) sono carne da macello, macchine combattimento e modelli di piacere, e sono soggetti a una data di termine. Hanno poco tempo per sperimentare le poche gioie che la loro esistenza ha da offrire, perciò mantengono dei tratti infantili nonostante la corporatura adulta. Naturale, nel caso di Batty e dei suoi compagni, la ricerca di un modo per prolungare la propria vita, anche a costo di uccidere. Torniamo a Prometheus: nel caso di David (Michael Fassbender), troviamo un sintetico affetto da un god complex, la smania di creare una forma organica che corrisponda ai suoi criteri di perfezione, mostrandosi superiore a quegli umani così fragili e ottusi che lo hanno progettato. Viene accorciata la distanza tra i due universi in materia di scopi narrativi e spunti filosofici, mentre il seguito Alien: Covenant porta avanti il racconto dei piani di David, ormai deciso a porsi al di sopra di ogni cosa, inclusi gli Ingegneri. Questo ennesimo film sembra inserire gli Xenomorfi e la parola “Alien” nel titolo solo per compiacere i produttori preoccupati, e i pessimi riscontri al botteghino convincono Scott a lasciar morire l’idea di un terzo prequel.

Ok, tutto iniziava a sembrare una bara alla ricerca dell’ultimo chiodo, e invece arriva una cosetta prodotta dalla Disney (che ha in mano i diritti) chiamata Alien: Romulus di Fede Álvarez, regista e sceneggiatore uruguayano che si era cimentato in precedenza con un altro franchise delicato da maneggiare, e si tratta di Evil Dead, la creazione di un certo Sam Raimi che aveva per protagonista Ash Williams, reparto ferramenta. L’esordio di Álvarez, a metà tra un reboot e uno spin-off, dimostrava la giusta dose di ferocia, cura tecnica e invenzione visiva, quindi il pubblico è rimasto in attesa con moderato ottimismo per Romulus; ottimismo che è stato ripagato, perché il suddetto, ambientato tra l’originale e il sequel di Cameron, ha dalla sua un consistente utilizzo di prostetico e animatronici, fotografia da urlo, personaggi convincenti e una tensione che, pur non resuscitando quella del 1979, ci va parecchio vicino. Prendendo qualche idea da Resurrection per l’ultimo atto, riusciva a rispettare quanto imbastito da Scott con i prequel, grazie alla menzione di una serie di ricerche scientifiche per ottenere il cosiddetto “Fuoco di Prometeo“, il fluido miracoloso di turno. Cavoli, allora lo Xenomorfo c’è, e ha battuto un bel colpo sulla paratia!

Che altro aspettarsi dopo un passo disneyano nella giusta direzione? Una serie tv. Sulla Terra. Periodo temporale? Non si sa con chiarezza, ci sono voci contrastanti. Infine viene chiarito che l’intera vicenda si svolge nel 2120, due anni prima dell’avventura di Ripley e colleghi a bordo della Nostromo. A condurre la giostra – che ha il sapore di una scommessa – viene preso Noah Hawley, autore di romanzi e già al timone di serie come Legion e Fargo. La Casa di Topolino mantiene la componente gore, ingaggia la Weta Workshop per realizzare degli Xeno più concreti possibile, ricorrendo al digitale solo per determinate esigenze, ma è sullo storytelling che si spinge oltre, dando alla luce un blend di tematiche sempreverdi e nuove suggestioni che lasciano numerose porte aperte per il futuro, a costo di incasinare l’intera timeline. Vi sentiranno urlare a Prodigy City? Forse. Di certo sentirete le bestemmie di alcuni fan di lunga data. Intanto Matteo Berta e Alessandro Sivieri vogliono presentarvi Capitan Uncino col braccio bionico.

HOW TO TRAIN YOUR XENOMORPH
di Matteo Berta

Alien sbarca finalmente sulla Terra e nonostante nella saga cinematografica il nostro pianeta sia apparso solo in rare occasioni e quasi sempre come luogo di transizione narrativa, qui diventa il vero palcoscenico del racconto. Già dai primi episodi la serie ci presenta un mondo del 2120 dominato dalle corporazioni, che monopolizzano tecnologia, lavoro e risorse, spartendosi il pianeta e riducendo la società a un sistema di potere industriale. Cinque sono le megacorporazioni citate e cioè Prodigy, Weyland-Yutani, Lynch, Dynamic e Threshold, con un equilibrio precario che sfocia in una guerra fredda commerciale che costituisce il cuore narrativo del racconto. Politica, bioetica, progresso tecnologico e riflessioni sull’efficienza e sulla coscienza umana sono i temi che danno sostanza a ogni episodio, mostrando una distopia coerente con il DNA del franchise.

La trama prende forma quando la nave Maginot della Weyland-Yutani precipita sulla Terra con a bordo esemplari di alieni conosciuti e altri totalmente estranei, che finiscono sotto il controllo della Prodigy, la più ambiziosa tra le corporazioni. Qui i cosiddetti Lost Boys (di peterpaniana memoria), bambini terminali la cui coscienza è stata trasferita in corpi sintetici, diventano parte di un esperimento che fonde identità umana e corpo artificiale, con Wendy come caso più emblematico. Il crash della Maginot scatena la fuga delle creature e accende lo scontro tra potere corporativo e sopravvivenza, portando i protagonisti a confrontarsi con la propria natura e con i confini tra umano, sintetico, ibrido e alieno.

La serie funziona perché affronta con coerenza il tema dell’identità, declinato tanto nei corpi sintetici e nei cyborg quanto negli stessi Xenomorfi, che qui appaiono come entità capaci di assumere personalità e obbedienza, diventando parte integrante di un discorso filosofico sulla coscienza. Wendy arriva a sviluppare un rapporto di controllo con le creature e questo ribalta il terrore puro degli alieni classici, aprendo però nuove strade narrative che si intrecciano con la riflessione sulla volontà e sull’indipendenza. Dal punto di vista canonico la serie è ambientata due anni prima del film Alien del 1979, quindi formalmente come un prequel diretto, ma non tiene pienamente conto della mitologia dei due prequel di Ridley Scott, Prometheus e Covenant. Lo stesso showrunner Noah Hawley ha chiarito che l’intento non era incatenarsi a quelle vicende, ma recuperare lo spirito e l’atmosfera del film originale, lasciando libertà creativa per reinterpretare e scegliere cosa includere. È per questo che Alien: Pianeta Terra si colloca in una nebulosa della continuity: collegata al franchise, ma non rigidamente vincolata.

Esteticamente il risultato è convincente, con un forte gusto retrofuturistico che richiama gli anni Ottanta e Novanta, tra tecnologia sporca, interfacce vecchio stampo e scenari urbani cupi e decadenti. Non sembra un prodotto patinato e moderno, ma un’estensione naturale di quell’universo cinematografico. A dominare è Boy Kavalier, giovane CEO di Prodigy che incarna il genio distorto, un vero Mark Zuckerberg del futuro che non agisce con la forza ma con la mente, manipolando situazioni e personaggi per puro stimolo intellettuale e arrivando persino a costruire un mini zoo alieno nei propri laboratori. La sua ossessione per l’immortalità e il controllo lo rende un villain atipico, che rappresenta il cuore ideologico della serie.

Quello che rimane al termine della visione è un impianto narrativo solido e ben studiato, che non si limita a introdurre nuovi elementi ma lavora in profondità sulle dinamiche e sulle strutture psicologiche dei personaggi, restituendo figure credibili e tormentate in linea con l’angoscia esistenziale tipica del franchise. In particolare il quinto episodio, che si propone quasi come un remake dichiarato del primo Alien, rappresenta il punto più alto della stagione perché ricrea fedelmente le atmosfere claustrofobiche, la tensione crescente e l’orrore silenzioso che hanno reso il film del 1979 un caposaldo della fantascienza, immergendo totalmente lo spettatore in quel mondo e mostrando come la serie sappia omaggiare la tradizione senza rinunciare a una propria identità.

Il finale lascia volutamente l’amaro in bocca: da un lato è aperto e offre la possibilità di immaginare nuovi sviluppi, facendo intravedere un disegno che fa felici i fan in attesa di altre stagioni; dall’altro lato forse una cesura più netta avrebbe dato maggiore compiutezza a questa prima parte. Alien: Pianeta Terra è quindi rispettosa della tradizione, capace di inserirsi con intelligenza nel franchise e di dare nuova linfa all’immaginario, ma anche di lasciare molte domande in sospeso. L’impressione generale è chiara: Alien è tornato, e questa volta lo ha fatto con una serie che apre nuove possibilità per il futuro del mito.
RITORNO ALL’ISOLA CHE NON C’È
di Alessandro Sivieri

L’avvenire che ci viene prospettato da certa fantascienza è un postaccio trafficato, a volte lercio come le fogne di Calcutta, che si regge sulle disuguaglianze, e a vedere come siamo conciati al giorno d’oggi, questa ipotesi diventa alquanto verosimile. La Terra del domani ospita metropoli soffocanti, camionisti spaziali e multinazionali così potenti da spartirsi interi pianeti come se fossero uno Stato autarchico. In Alien del 1979 la compagnia senza scrupoli che vuole accaparrarsi un’arma biologica è la Weyland-Yutani, ma chi ha mai detto che non abbia rivali ugualmente ambiziosi? Benvenuti nel 2120, dove a fare concorrenza alla nostra megaditta di fiducia troviamo la Lynch, la Dynamic, la Threshold e la importantissima Prodigy. Mancherebbe soltanto la Tyrell Corporation, aziendona di Blade Runner, e per chi sognava la fusione di questi due universi di Ridley Scott è stato inserito un personaggio che è un autentico easter egg e che, probabilmente, vi piacerà più di tutti gli altri: il sintetico Kirsh, interpretato da uno strepitoso Timothy Olyphant, che riporta alla mente Roy Batty per l’aspetto e per la flemma con cui si rapporta al resto del cast.

Non possiamo biasimarlo se guardiamo al suo imberbe capo: il fondatore della Prodigy Corporation è Boy Kavalier (Samuel Blenkin), un enfant prodige che alla stregua di Anakin Skywalker è destinato a grandi e oscure cose, e che da bambino si è costruito un feticcio paterno robotico. Ovvio, la differenza è che Ani non ha assemblato C-3PO per assassinare un genitore violento. Il giovane CEO ha fatto fortuna grazie ai suoi talenti e ci ricorda un Mark Zuckerberg che passeggia con i piedi scalzi e un palese deficit dell’attenzione. Cosa ancora peggiore? Ci ricorda Jesse Eisenberg nei panni di un Lex Luthor stronzissimo e pieno di tic. Funziona come personaggio? Se l’obiettivo era renderlo un ometto odioso, sì. Il ragazzo ci viene senza dubbio presentato come un genio, forse non il più grande programmatore o ingegnere della galassia conosciuta, ma dotato di qualità notevoli e al contempo pericolose, riscontrabili facilmente nei miliardari e pionieri del tech che popolano i nostri giornali: Kavalier è un genio perché è spregiudicato, ha lo sguardo rivolto dieci passi in avanti, vuole spingere se stesso e tutte le sue risorse verso la conoscenza dell’ignoto. Non ha scopi nobili come salvare specie in estinzione o eliminare il cancro, piuttosto è determinato a trovare qualcosa che finalmente gli susciti curiosità, qualcuno con cui sostenere una conversazione interessante. Lungo il cammino verso la grandezza si priva scrupoli e “illusioni di moralità” alla stregua di uno Xeno, cosa che lo porta a creare gli Ibridi. E chi sarebbero costoro?

Dovete sapere che Kavalier si sente una sorta di Peter Pan e che conduce i suoi esperimenti più ambiziosi su un’isola che ha battezzato Neverland. Il ragazzo che non vuole crescere ha bisogno dei suoi Bambini perduti, ed ecco la soluzione: un essere mai visto prima, dall’organismo artificiale e dalla mente umana, capace di apprendere e di vivere per sempre. Immaginate di avere dei figli con una malattia terminale e che una potente multinazionale vi presenti la soluzione per salvarli, con la condizione di non poterli rivedere mai più (potrebbero pure mentirvi e certificarne la morte). Le loro coscienze verrebbero trasferite in corpi adulti estremamente forti e resistenti, diventando immortali. Inutile dilungarsi sulla dismorfia imperante che un processo del genere potrebbe causare, unitamente all’azzardo di infilare dei bambini irresponsabili ed emotivamente acerbi in una macchina da guerra antropomorfa. Ancora una volta si palesa l’affinità con Blade Runner, e non solo perché Kirsch, colto da una malcelata sindrome del modello obsoleto, gli fa da padre putativo e gli insegna a gestire le nuove sembianze, ma perché i Replicanti della serie Nexus nascevano con esperienze del mondo quasi nulle e avevano pochi anni (e poca libertà) per sperimentare il bello e il brutto della vita. Sia gli Ibridi che i Nexus contemplano con l’ingenuità di un infante delle cose che a noi paiono scontate, e possono reagire con atti imprevedibili di fronte a quell’ambiguo guazzabuglio che chiamiamo “esistenza”. Una prospettiva allettante? Non proprio, ma l’esistenza dei Bambini perduti apre le porte dell’eternità agli umani sufficientemente facoltosi, e può fruttare miliardi.

La prima candidata per il trattamento è Wendy (il nome, sempre in ottica J. M. Barry, non è casuale), ragazzina con il cancro che si risveglia con delle sembianze mature e che deve prendere dimestichezza con le sue abilità. L’attrice Sydney Chandler ha una fisionomia e un candore che rimandano a Ella Purnell della fortunata serie Fallout, e al contempo emana delle vibrazioni da Alita: Battle Angel, specie se consideriamo la sua abilità combattiva: è resistente, veloce, può perfino connettersi alle apparecchiature elettroniche per sfruttarle a suo favore. A un certo punto viene mandata sul continente, a Prodigy City, armata di una spada di fortuna per un’operazione di soccorso, facendo seguito a quell’atteggiamento imprudente di Boy Kavalier dove non è il fattore del rischio a contare, ma è la curiosità per l’esito finale. L’attrice dà vita a un personaggio memorabile, adattando la sua gestualità per trasmettere l’incertezza di chi muove per una seconda volta i primi passi, ma è determinato a correre per ritrovarsi. Quando sviluppa la facoltà di “parlare” una lingua aliena, offre una performance che a livello espressivo e fonetico non è proprio da tutti.

Ne nascono altri dopo Wendy, altri Bambini perduti che si ritrovano a vivere con membra brevettate, prigionieri di una gabbia dorata. Alcuni, come Slightly (Adarsh Gourav), si ritroveranno ad affrontare scelte difficili e sensi di colpa, mentre altri, come Nibs (Lily Newmark) manifesteranno più di tutti un sentimento di rigetto, turbe psicologiche e traumi rispetto alla loro condizione artificiale. Wendy resta però la più anziana, la più forte, ed è destinata a guidare il gruppo. Gli attori fanno un buon lavoro nell’ostica impresa di sembrare infantili, degli elefanti in cristalleria che non hanno preso confidenza con i loro involucri made in Prodigy, e che devono fare i conti con nemici che aprono una crepa nella loro presunta invulnerabilità. Ultima questione, non meno importante, è chi siano realmente: sono i bambini di prima con un backup cerebrale o sono persone completamente nuove? Li si potrebbe definire “persone”? Come giustamente affermano verso il termine di questa prima stagione, si sentono dei fantasmi che visitano le proprie tombe, e forse spetta a loro darsi un’identità, decidere in autonomia come sentirsi e in che maniera approcciarsi alla società. In fondo un celebre Pokémon affermava: “Il modo in cui si viene al mondo è irrilevante, è quello che fai del dono della vita che stabilisce chi sei”.

La concezione di sé come uno spirito, o un insieme di impulsi elettrici senzienti all’interno di un organismo non può che scomodare il saggio di Arthur Koestler Il fantasma dentro la macchina, una disamina sul percorso evolutivo del nostro cervello e sul dualismo cartesiano che separa il corpo dalla mente, la realtà fisica da quella psichica. Il nostro encefalo conserva strutture primitive, tende a manifestare inevitabilmente sensazioni come rabbia, stress e tristezza, a prescindere dai cambiamenti del suo involucro. In virtù di questo la psiche dei Bambini perduti si porta appresso, unitamente ai ricordi, le paranoie e gli incubi del passato. Questa eredità mnemonica non è da leggere solo in chiave negativa: si tratta di caratteri identitari, di “difetti” che ci rendono unici e vanno a formare la nostra scala di valori e priorità. Un esempio è l’affetto che lega ancora Wendy (il cui nome era un tempo Marcy) al fratello maggiore Joe (Alex Lawther, apparso in Andor e in The Last Duel come un imberbe re di Francia). Il fratellone è un medico militare che credeva la sorella defunta e che, una volta conosciuta la sua seconda incarnazione Wendy, prende le misure, fa delle valutazioni, capendo che i suoi bisogni affettivi e le sue convinzioni non combaciano pienamente con ciò che Marcy 2.0 è diventata.

Il famigerato fantasma nella macchina vi avrà triggerato un altro ricordo, ed è giocoforza quel capolavoro del manga e dell’animazione che risponde al nome di Ghost in the Shell. Ambientato nel 2029, GitS ci presenta un futuro città fortemente industrializzate, divise tra ricchezza e bassifondi, con hacker ribelli e poliziotti cibernetici al loro inseguimento. La protagonista stessa, Motoko Kusanagi, ha un corpo bionico e si interroga sulla possibilità che il nostro Io persista in un mondo dove ogni aspetto è permeato di tecnologia. Cosa c’è oltre? Questo universo parallelo a cui possiamo connetterci può portare alla nostra frammentazione? Cosa ci rende umani, se ancora sentiamo il bisogno di sentirci tali? Tanta filosofia e anche una spolverata di misticismo, la fede quasi cieca che il medesimo Boy Kavalier ripone nella scienza quando si meraviglia dei talenti della “sua” Motoko (ovvero Wendy), spingendola a imparare il linguaggio degli Xenomorfi poiché, essendo così avanzata, può senz’altro riuscirci. Se la scienza prende direzioni incontrollabili, smette di essere un metodo e diventa un credo; funziona e basta, alla stregua della magia. La stessa cosa che ci raccontava Fritz Lang quando in Metropolis tracciava un pentacolo sulla parete del laboratorio del dottor Rotwang, il creatore dell’androide denominato Maschinenmensch. Parliamo del robot – anzi, simulacro – che alzandosi dal trono e iniziando a camminare, ha preso la fantascienza a braccetto per portarla lontano.

Ok, stop, va bene, adesso piantala con questa falegnameria mentale, abbiamo capito che lo showrunner si è fatto una cultura, però dove cribbio è lo Xenomorfo? Bambinoni che manco Robin Williams in Jack, genialoidi che dimenticano le scarpe, panorami distopici e ci dimentichiamo la sostanza? La creatura che ha reso eterno il franchise, il cui scopo è spargere il dannato sangue? Potete posare i forconi, perché Alien sulla Terra ci arriva per davvero, tramite la storyline gemella che coinvolge la Maginot, nave scientifica della Weyland-Yutani che è tornata da una spedizione nello Spazio profondo con campioni biologici pericolosi e che, in seguito a una fuga dei suddetti campioni, si sta schiantando a Prodigy City, dove opera il medico Joe Hermit con la sua squadra tattica. Tutti i fili si incrociano, facendo presagire devastazione. C’è pure una sequenza intenzionalmente (?) presa di peso da Elysium di Neill Blomkamp, dove Joe si reca a uno sportello automatico per ottenere un congedo anticipato che gli consenta di proseguire gli studi: la richiesta viene respinta, e davanti allo sconforto dell’uomo, l’IA gli domanda se si sentirebbe meglio a conversare con un operatore in carne e ossa. La stessa cosa accadeva al personaggio di Matt Damon, alle prese con una burocrazia gestita da un ammasso di circuiti.

Analizzando questa serie dobbiamo tenere a mente un concetto chiave, cioè l’espansione della lore: sulla Terra ci sono diverse corporazioni a contrastare la Weyland-Yutani e sulla Maginot ci sono specie aliene inedite che affiancano Xeno e Facehugger. È risaputo che la nostra bestia preferita sia molto resistente e in grado di prosperare su pianeti ostili, perciò è altamente probabile che degli scienziati in cerca di souvenir viventi si imbattano in un ecosistema complesso, dove uno Xeno non è l’unico soggetto idoneo per un “prelievo”. Nuovi mostri fanno capolino, come l’Orchid (detto anche Plant Pod), una sorta di pianta carnivora, e insetti simili a mosconi che costruiscono nidi e producono un acido in grado di sciogliere vari tipi di materiale sintetico per cibarsene. Il più affascinante e pericoloso, un diretto rivale degli Xeno, è il Trypanohyncha Ocellus, un bulbo oculare munito di tentacoli che dimostra un altissimo grado di intelligenza e può possedere persone e animali defunti, ricordando alla lontana La Cosa di John Carpenter (sebbene non mescoli il proprio DNA all’organismo ospite). È inevitabile che una combriccola simile, rinchiusa in uno spazio limitato, possa infrangere le protezioni e darsi alla fuga, mandando in vacca il viaggio lungo 65 anni della Maginot, magari con l’assist di un sabotatore corrotto da un’azienda concorrente.

Come viene rappresentato lo Xenomorfo? Un po’ in digitale e un po’ con tute e marionette, tant’è che la produzione ha scomodato degli artigiani di serie A come la Weta Workshop per lavorare su prop e trucco. Il Facehugger e il Chestburster sono fedeli a ciò che ricordiamo, mentre il Drone rispecchia il Big Chap del film del 1979 con alcune lievi modifiche: il cranio più scuro e meno traslucido, conformazione differenze della bocca e della mandibola, le appendici dorsali poco sviluppate. Dopo la Crisalide vista in Romulus, possiamo inoltre ammirare un suo stadio intermedio di crescita, un Chestburster già munito di arti che rimane gracile e di piccola taglia come il Runner di Alien 3. Ok, ma come se la cava quando c’è da bucare i crani altrui? Il suo atteggiamento è di pura ferocia e si muove velocemente, dilaniando le vittime in una manciata di secondi. Il body count è altissimo, così come il fattore gore, a dimostrazione che la Disney non lesina sulla violenza grafica nelle serie dal taglio adulto. Le carneficine di massa e i lunghi balzi della creatura rendono necessaria la CGI, che invero non ha una qualità costante, richiamando il Runner del terzo capitolo posto davanti a un blue screen e con evidenti problemi di fluidità. Lo Xenomorfo si muove di frequente a quattro zampe, altro fattore che lo avvicina, ancora una volta, al “cugino” che sterminò gli ergastolani della prigione Fury 161. Ci sono sequenze ambientate sulla Maginot nelle quali ci si serve di un mimo in una suit, e nonostante l’approccio non sia il medesimo di Bolaji Badejo, questo Drone deambula in modo abbastanza disturbante, quindi +10 punti al tizio dentro il costume soffocante.

A dare la caccia allo Xenomorfo troviamo l’ufficiale di sicurezza Kumi Morrow (Babou Ceesay), esteticamente un sosia del Parker di Yaphet Kotto e dotato di un braccio bionico e di altre componenti artificiali. Egli è perciò un cyborg, il primo che incontriamo nella saga, e dà vita ben presto a una faida con Kirsch, che invece è un sintetico puro. Passando dalle minacce a distanza agli scontri fisici, i due si rivelano i personaggi più ambigui e meglio scritti dell’intero cast. A prescindere dall’odio reciproco e dagli obiettivi aziendali divergenti, hanno parecchio in comune: nel loro passato ci sono guerra e violenza (ammirevole come ipotizzano le torture reciproche durante una discesa in ascensore), lavorano per gente disposta a tutto e sono entrambi modelli superati, dal momento che i Bambini perduti sono l’ultima frontiera del transumanesimo. Una situazione che fa pensare all’universo di Deus Ex, in cui il protagonista geneticamente modificato rende obsoleti i cyborg e chiunque abbia ricevuto modifiche e trapianti biomeccanici invasivi.

Il bello di Morrow è che pare privo di empatia per la maggior parte del tempo, dimostrandosi capace di gesti a dir poco spietati, al punto che non comprendiamo dove finiscano i vincoli contrattuali e inizi la fede cieca verso i suoi superiori. Veniamo a sapere che da piccolo mendicava per strada, privo di un braccio, e che venne preso sotto la protezione della nonna dell’attuale presidentessa della Weyland-Yutani. Aveva una figlia, deceduta durante un incendio, e dopo 65 anni a bordo della Maginot non gli rimangono più amicizie o affetti da contattare. Decisamente, non ha nulla da perdere e il lavoro sporco è tutto ciò che gli rimane. Per sottrarre lo Xenomorfo e le uova dalle grinfie della Prodigy si spinge a manipolare da remoto uno dei Bambini perduti, come gli adulti che insidiano i minorenni nelle chat private. Gli Ibridi saranno pure superforti e ben corazzati, ma in ultima rimangono dei ragazzini disorientati, una facile preda per chi vuole instillargli dei sensi colpa, gettare benzina su una frustrazione che non sono in grado di gestire o minacciare di fare del male alle loro madri.

Una volta naufragate con il relitto della Maginot, le specie aliene letali diventano un oggetto di contesa tra le Big 5 della Terra, che non lesinano sulle mosse scorrette e la sacrificabilità dei dipendenti (come la saga ci insegna) pur di giungere all’agognato brevetto, che sia un farmaco miracoloso, un’arma biologica o l’occasione di dialogare con un’intelligenza di origini extrasolari. Sembra soltanto una guerra fra ricconi, un serial sullo spionaggio industriale, fino a quando non accade l’inaspettato: Wendy ha un dono, qualcosa che va al di là di ciò che i suoi creatori hanno previsto, e si tratta di una linea di comunicazione con gli Xenomorfi. Percepisce la loro presenza, inizia a imparare il loro linguaggio, composto da fonemi sulla falsariga dei marziani di Signs quando venivano sgamati alla radio dal figlioletto di Mel Gibson.

È in questo istante che diviene comprensibile l’incazzatura di una schiera di appassionati, che in questa serie riponevano perlomeno qualche aspettativa, perché Wendy scopre le frequenze degli Xeno, ma tale scelta non parla la lingua di una parte del fandom, abituato a delle creature fredde e nate per uccidere, disposte a prendere ordini solamente da una Regina. Eppure i nostri alieni preferiti, in particolare la casta dei Droni, ha dimostrato un’astuzia fuori dal comune, che a sua volta è collegata all’intelligenza. Possono venire a patti con qualcuno? Fidarsene, riconoscerlo come capobranco o membro della famiglia? O semplicemente, Wendy è una hacker così avanti rispetto alla sua programmazione d’origine che ha trovato il modo per “craccare” queste creature? In ogni caso, è una scelta che ci piace, un corso degli eventi che non riduce gli Xeno a cagnolini ma ne stratifica il comportamento sociale, e che apre un sacco di spunti narrativi per le loro future interazioni con la nostra specie. Anzi, no, con la specie di Wendy, che ormai è qualcosa di inclassificabile: non è Marcy, non è l’Ibrido che fa da balia ai suoi fratellini, non è nulla se non ciò che scopre su se stessa giorno dopo giorno.

L’idea di una connessione con gli Xenomorfi risale ad Alien: Resurrection, con una Ripley dal DNA contaminato che veniva da essi risparmiata e infine ospitata nell’alveare. Non si trattava della Ripley morta 200 anni prima, bensì di una persona con le proprie esperienze, alterazioni genetiche e divergenze caratteriali, la cui unica eredità erano i ricordi di una vita passata e un’occasione per ricominciare da zero (per giunta sulla Terra, un territorio ora estraneo anche per lei). Il personaggio di Wendy segue queste orme, e trova una sintonia con gli Xenomorfi perché, pur essendo animaleschi e sanguinari, a suo dire sono onesti. La stessa Ellen Ripley in Aliens faceva un’affermazione simile durante una ramanzina a Carter J. Burke, spiegando che gli alieni non si fregano l’un l’altro in cambio di una sporca percentuale. Un’altra affinità della protagonista è quella con Sarah Kerrigan della saga videoludica StarCraft: una soldatessa con poteri psionici che viene rapita dagli Zerg e mutata in un ibrido destinato a comandare l’intero sciame; nel momento in cui comincia a scrivere da sé il proprio destino, viene soprannominata “Regina delle Lame“.

Di paragoni potremmo farne a iosa, quanti ne volete, arrivando ad attribuire simbolismi che vanno oltre l’intenzionalità degli autori, o che sono stati inclusi nello script senza pensarci troppo: se Boy Kavalier è Peter Pan e la sua creazione disobbediente è Wendy, Morrow può essere un Capitan Uncino ossessionato dalla sua caccia allo Xenodrillo, mentre Kirsch è un Tinker Bell i cui scopi sono nebulosi quanto i metodi che utilizza, e infatti per fare un favore a Peter prende iniziative contorte, quasi egoistiche, dettate unicamente dal piacere di dimostrarsi più astuto dell’avversario. O ancora, il Bambino perduto che rimane vittima della propria sbadataggine e viene ucciso dalle mosche giganti si chiama Isaac, destinato al sacrificio come l’omonima figura biblica.

No, la verità è che se ci approcciamo a questo prodotto con una mente aperta, ce n’è per tutti i palati: chi cercava il sangue – umano e sintetico – ha ottenuto ciò che voleva; chi voleva una sorta di remake dell’originale in stile Romulus ha avuto il quinto episodio, il recap di ciò che è accaduto sulla Maginot, in cui la tensione è sparata a mille e appare evidente l’investimento in termini di design e scenografie retrofuturistiche. E poi c’è la questione prequel, argomento cruciale dato che Hawley vuole considerare canonici solamente i primi due capitoli della quadrilogia classica. L’equipaggiamento dell’unità tattica Prodigy vi farà venire in mente i marines della Sulaco, e metà della vicenda si svolge su una Nostromo piena di scienziati, perciò il ragionamento non stride.

Ma qualcosa non va… i Droni di Alien: Earth agiscono come un Runner sotto steroidi, e Wendy sembra uscita da quel quarto episodio dove, tra le altre cose, gli Xeno clonati erano tenuti prigionieri in un laboratorio. E i prequel di Scott? Non si fa menzione di Ingegneri e di sostanze nerastre, eppure il discorso sulla IA e sulla presa di coscienza di chi è stato fabbricato per farci da schiavo è ancora lì, ed è il motore degli eventi. Consciamente o no, i frammenti di ciascun film si inseriscono nella serie come una vera infestazione, generando un esemplare che non teme di uscire dai binari e cercare una propria dimensione. Il cerchio si chiude con la frase citata in apertura, quel mantra che ci accompagna da decenni sulle urla e lo Spazio, cose delle quali ci siamo già abbuffati. Bene, in un momento di lucidità, in quella pennichella post-pranzo, possiamo andare oltre le grida, gli spari e i borbottii, e ascoltare in silenzio un franchise che dopo un’eternità di alti e bassi sta riflettendo su se stesso ad alta voce.

cmq, la forma di predazione delle vespe e degli xenomorfi non è parassitismo ma parassitoidismo
Oh, no! Anyway…