BURIED – IL NICHILISMO E LA CLAUSTROFOBIA

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BURIED – IL NICHILISMO E LA CLAUSTROFOBIA

di Alessandro Sivieri.

Paul Conroy (Ryan Reynolds, ovverosia il pessimo Lanterna Verde e il grandioso Deadpool), camionista di stanza in Iraq, si risveglia sepolto in una bara. È ferito, spaventato e gli rimangono 90 minuti di ossigeno. Ha con sé un accendino, una matita, un coltello e un cellulare. Prima di morire per mancanza d’aria, per la sete o per una crisi (soffre di claustrofobia e attacchi di panico), deve scoprire chi l’ha sepolto in mezzo al deserto, e soprattutto perché.

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Stop, fine. La trama è tutta qui, l’attore è uno, la location è sempre la stessa: l’opprimente interno di una cassa di legno, sepolta chissà dove in mezzo al deserto. Una scelta minimalista a cui molti hanno attribuito del coraggio, altri della furba sciatteria. In ogni caso è un’impostazione che ben si sposa con la filosofia del basso budget: parliamo infatti di un film spagnolo indipendente, firmato Rodrigo Cortés (che ha un buon numero di cortometraggi alle spalle). Presentato anni fa al Sundance Film Festival, riscosse una notevole quantità di commenti favorevoli sia dal pubblico che dalla critica. In seguito venne acquistato e distribuito su scala mondiale dalla Lionsgate.

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Quattro ragazzi che parteciparono ad una premiere inusuale del film

Ora, è davvero possibile rendere interessanti 90 minuti con un tizio sepolto vivo? Diciamo di sì, specie se voi per primi soffrite di claustrofobia e vi calate nei suoi panni. Grazie alle conversazioni telefoniche di Paul emergono inoltre dettagli della sua vita privata (non proprio cristallina) e il cinismo di chi avrebbe il compito di aiutarlo, consolarlo, salvarlo: in una situazione del genere chiunque, cellulare alla mano, cercherebbe un contatto umano e si aspetterebbe un aiuto immediato. In questo caso è il contrario. La maggior parte delle persone che parlano con Paul non lo capiscono o paiono infischiarsi altamente della sua disperata situazione, in un tripudio di riattacchi, attese e segreterie telefoniche. La burocrazia e il menefreghismo diventano il peggior nemico di una persona in pericolo di vita. Il protagonista verrà infatti contattato dal capo della sua azienda e verrà a sapere, al culmine del terrore, che a causa di un cavillo è stato licenziato in tronco, affinché nessuno debba assumersi la responsabilità dell’accaduto (quindi niente indennizzi o pensioni per i familiari di Paul). Un’altra persona con la quale il nostro sfortunato camionista converserà per la maggior parte del film, oltre all’anonimo iracheno che l’ha sequestrato, è un negoziatore con il compito di salvarlo. Come se la morte di Paul fosse già certa, l’intermediario tenterà in tutti i modi di calmarlo, arrivando a mentire spudoratamente.

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A variare un po’ la tensione, parzialmente spezzata dalle molteplici chiamate, ci pensano i guai (anzi, la sfiga più totale): Paul ha continui attacchi di panico, dovrà fronteggiare addirittura un serpente penetrato nella cassa attraverso una fessura e, sul finale, il luogo dov’è sepolto verrà bombardato dalle ignare truppe americane. La cassa inizierà a crollare su se stessa, riempiendosi di sabbia.

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L’abbandono, il panico, la brutalità del destino. L’obiettivo dichiarato della pellicola è quello di fare molto con poco, tenere sulle spine lo spettatore con una situazione senza vie di fuga. Ci riesce solo in parte, in fondo stiamo parlando di un’ora e mezza di primissimi piani sul volto spaventato di Ryan Reynolds, che ce la mette davvero tutta per non rendere monotono il suo spettro emotivo. Fortunatamente arrivano in soccorso le telefonate, dandoci l’occasione di riflettere sulla mancanza di scrupoli della società moderna e sulla sacrificabilità di un singolo individuo. Un po’ vi spaventerete, immaginandovi nelle stesse condizioni di Paul, un po’ vi indignerete per come viene trattato dai suoi pseudo-salvatori. Alcuni di voi arriveranno a sbadigliare per la staticità della narrazione e altri rideranno increduli per la mole di disavventure che pioveranno sul protagonista (altro che le leggi di Murphy!), il quale per inciso non è di certo MacGyver, e tende a utilizzare nel peggiore dei modi le attrezzature a sua disposizione (tipo tagliandosi un dito).  Una cosa è certa: almeno in parte non potrete non appassionarvi alla vicenda, partecipare al panico crescente e al contempo gioire per i (falsi) spiragli di speranza offerti dalle telefonate, dagli sparuti contatti con un mondo esterno che si dimostra crudele quanto la bara stessa.

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