ROGUE ONE: A STAR WARS STORY – COSA BOLLE IN PENTOLA?

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ROGUE ONE: A STAR WARS STORY – COSA BOLLE IN PENTOLA?

di Alessandro Sivieri

Premetto subito che mi piaceva di più la prima versione del titolo, ovvero Star Wars Anthology: Rogue One. Mi suonava più seriosa, contestualizzata. Un’antologia in fondo è una raccolta di racconti indipendenti ma legati da un filo comune. Infatti, accanto alla nuova trilogia ufficiale, la Disney ha pensato bene di produrre una serie di spin-off con il compito di espandere l’universo narrativo della saga e, banalmente, tappare i buchi di un anno tra il rilascio di un episodio e l’altro. In fondo solo un folle sprecherebbe un succulento box office natalizio, giusto?

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Ovviamente anche il produttore meno accorto si renderà conto che non sono solo occasioni per battere cassa, ma per raccontare qualche storia interessante, lontana dalle vicende monopolizzanti della famiglia Skywalker, o collegata a esse solo in parte. L’universo creato da George Lucas è vasto, affascinante, portato per natura a espandersi attraverso altri media: nel corso degli ultimi decenni abbiamo avuto romanzi, fumetti, videogame, serie tv, tutti prodotti dalla qualità altalenante che hanno il pregio di aver approfondito la storia della galassia, l’impianto mitologico che lega Jedi e Sith, tra antiche battaglie e figure leggendarie di cui lo spettatore medio a malapena ricorda il nome. Con Rogue One siamo all’operazione nostalgia, una storia che dalle premesse non era necessario raccontare ma che risulterà senz’altro avvincente: siamo nel lasso di tempo che separa la trilogia originale degli anni ’80 dai prequel del 2000, in pieno dominio dell’Impero Galattico. Una giovane ma combattiva ragazza (Felicity Jones, la Rey di turno, come dicono i maligni) viene scelta dall’Alleanza Ribelle per rubare i piani di costruzione della Morte Nera. Al timone troviamo il regista Gareth Edwards, che ha già ridato linfa vitale a Godzilla.

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Cosa significa tutto questo? Un interessante e inedito sguardo alla lotta della Ribellione, nuove e vecchie tipologie di truppe imperiali pronte a sterminare pianeti (sempre che riescano a colpire qualcosa), protagonisti non-prescelti che combattono senza sfruttare la Forza (si spera) e, udite udite, il ritorno di Darth Vader, con la leggendaria voce di James Earl Jones! È una lunga trafila di paraculaggine?

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Forse, ma è del tipo che mi piace. Aspettavo da sempre uno Star Wars sul grande schermo che si occupasse esclusivamente dei comuni mortali, di gente che viaggia per la galassia e si fa strada tra i bassifondi di un pianeta ostile a colpi di blaster. A condire il tutto, comprimari dall’aria figa come Forest Whitaker nei panni di un veterano della Guerra dei Cloni e Donnie Yen (artista marziale con i controcazzi) in quelli di un saggio guerriero ispirato ai Jedi (si profila uno scontro mortale con Vader all’orizzonte?). Ovvio, un progetto del genere non lascia mai nulla al caso, quindi è probabile che tornare nel passato sia utile per spiegare alcuni retroscena di The Force Awakens; c’è chi addirittura evoca le origini del supremo leader Snoke (Andy Serkis)!

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Siamo di fronte a una mera operazione commerciale o a una serie di prodotti più dinamici, in grado di dare filo da torcere alla trilogia principale? Maledicete pure la sete di denaro della Disney, intanto le Olimpiadi ci hanno regalato il secondo trailer e sono diviso tra l’ansia di assistere ad altre sorprese e spoilerarmi tutto.

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