Stranger Things – Panegirico degli anni ’80, ma…

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Stranger Things – Panegirico degli anni ’80, ma…

di Cristiano Bolla

  Nell’epoca delle maratone, del binge-watching e di Netflix che butta fuori subito tutti gli episodi di una serie, basta ritardare di qualche giorno per essere inevitabilmente fuori orbita sulla tabella di marcia della critica. Con Stranger Things, diventato in pochissimi giorni un cult mondiale, osannato a più riprese, questo aspetto si fa ancora più rilevante. Con tre settimane di ritardo, quindi, diventa difficile dire qualcosa di positivamente originale e non ripetitivo, ma ci provo lo stesso anche perché, sul finale, vorrei provare a lanciare una piccola riflessione provocatoria.

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Prima, ovviamente, va presentata la serie per coloro che magari nelle ultime due settimane sono stati sottoterra in un bunker anti-atomico senza connessione: Stranger Things è una nuova serie targata Netflix e creata dai semi-sconosciuti Fratelli Duffer e incentrata sulla storia di quattro ragazzini e una piccola cittadina americana nel 1983, alle prese con sparizioni e strani eventi soprannaturali. Din din din: già qui suonano parecchi campanelli di “allarme”. Stranger Things, infatti, sta passando alle cronache come un riuscitissimo omaggio agli anni ’80, un connubio di tutti quegli elementi che hanno fatto la storia della letteratura e del cinema e della televisione vintage, soprattutto americane. Gli elementi non abbondano, strabordano dallo schermo e lo fanno senza porsi il problema che forse sia un po’ troppo evidente il rimando, l’omaggio: in fondo perché dovrebbe essere un problema? Se il presupposto di partenza è fare una serie che esalti le atmosfere e i protagonisti degli anni ’80, tanto vale farlo apertamente.

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Giusto per fare un elenco (non esaustivo): dici bambini in bicicletta e pensi subito ad E.T; li vedi camminare sul binario di un treno ed è subito Stand by Me; viene presentata una creatura senza volto che fiuta il sangue e spostatevi tutti che c’è Alien e Lo Squalo; una ragazzina coi superpoteri ci fa ricordare subito Carrie. Questo solo per scalfire la superficie, perché in profondità c’è tantissimo altro: da Incontri ravvicinati del terzo tipo, The Fog, Videodrome, A Nightmare in Elm Street, Blow-Up e ancora La Casa, La Cosa, Star Wars, i The Clash… Quando non è espressamente chiaro, l’omaggio traspare tramite props di scena come libri, poster e quant’altro. Insomma: ’80s are the new black.

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Forse è inutile dirlo ad alta voce, per così dire, ma i personaggi di riferimento nella testa dei Duffer sono tutti lì da apprezzare: Steven Spielberg, Stephen King, John Carpenter. I tre mostri sacri degli anni ’80 prestati ad una serie TV che praticamente ne è il panegirico, il discorso pubblico di esaltazione. C’è molto, di tutti loro: le atmosfere di uno degli scrittori americani più prolifici e influenti del nostro tempo, maestro del Thriller; il gusto del paranormale e i rimandi ai film cult del regista; che ha appassionato 2-3 generazioni; infine le musiche, i sottofondi e la generale tensione del miglior Carpenter. Stranger Things: scritto da Stephen King, diretto da Steven Spielberg e musicato da John Carpenter.

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E l’operazione, in questo senso, è perfettamente riuscita. Molto più di quanto, per esempio, non aveva fatto un film come Super 8 di JJ Abrams che pure (per atmosfera, soggetto e protagonisti) puntava a farci riassaporare gli anni ’80. A funzionare, oltre al sapiente uso di tutti gli elementi già detti, è anche il cast e una Winona Ryder meravigliosamente calata nel personaggio della madre disperata, sul punto di crollare e cui non crede nessuno; riuscitissimo anche il trio di ragazzini capitanato dall’inglese Millie Bobby Brown (Eleven), che incarna perfettamente l’arte di fare molto con poco. Insomma, Stranger Things sembra essere il prodotto perfetto per esaltare un periodo da molti ritenuto perfetto, un apoteosi del genere e dei protagonisti degli anni ’80 in tutto e per tutto. MA

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Ma (e qui parte la riflessione provocatoria) siamo sicuri che le Operazioni Nostalgia siano veramente un bene? Per carità, non è dal singolo prodotto che si può lanciare “l’allarme”, ma è innegabile che questo decennio sia caratterizzato da una pesantissima nostalgia degli anni che furono e il mercato, saggiamente, sta provvedendo. Operazioni di questo tipo stanno diventando evidenti in qualsiasi campo: dal cinema alla musica, dalla televisione all’abbigliamento fino, per dirne un’altra, alla fioritura di pagine social dedicate proprio all’esaltazione di un periodo che fu, solitamente appunto gli anni ’80 o ’90. “E bhe, che problema c’è? Evidentemente si fanno queste cose, appunto, perché ce n’è richiesta.” Sì, vero: indubbiamente ora il target di riferimento è la generazione di quei due decenni e quindi è ovvio che, commercialmente, si punti a soddisfare loro. Ma siamo sicuri che tornare indietro sia il giusto modo per “andare avanti”? Mi metto nei panni delle nuove generazioni (ho i brividi ma ci provo): è giusto che il mercato sia dominato dal gusto vintage e retrò e che questo, quindi, venga propinato anche a chi, magari, di quegli anni non ha non solo ricordi ma neanche interesse? È giusto, insomma, che la nostra nostalgia sia riversata su generazioni che, forse, così difficilmente potranno costruirsi una propria cultura in tutti i campi, specialmente quelli dei media? Prodotti nuovi, diversi e freschi potranno nascere lo stesso in questo clima da “ah quant’era bello quando i treni arrivavano in orario”?

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Domande forse esagerate, che nulla tolgono alla bellezza di una serie come Stranger Things e al suo riuscitissimo tentativo di farci riassaporare cose che, ancora oggi, restano inarrivabili per bravura e riuscita. Per dire, ho recentemente letto 11 22 63 di Stephen King e poi visto la serie con James Franco; nulla a che vedere, non c’è stato proprio un tentativo di amalgamare le atmosfere e il racconto del Maestro, mentre in Stranger Things è tutto squisitamente al posto giusto.

E per questo sia sempre lodato Netflix.

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