STAR TREK BEYOND – LA MATURITÀ DELLA NUOVA TIMELINE

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di Alessandro Sivieri

Nel titolo mi riferisco alla timeline alternativa iniziata nel 2009 con lo Star Trek di J. J. Abrams. Chiamatela come volete, JJ-verse, NuTrek, Kelvin Timeline, ma il succo è sempre quello: un universo parallelo che segue le avventure dell’equipaggio della serie originale, con giovani attori che hanno fatto un bel lavoro nel portarne avanti l’eredità. Questa linea temporale è dedicata esclusivamente ai capitoli cinematografici e non verrà seguita in Star Trek: Discovery, nuova serie della CBS in uscita quest’anno. Ciononostante niente è perduto, il capitano Kirk 2.0 (Chris Pine) e soci torneranno per un quarto capitolo già in cantiere; cosa che, da fan profano, mi fa tirare un sospiro di sollievo. Vediamo perché questi ragazzi sono arrivati a piacermi così tanto.

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Premetto che sono sempre stato più un tipo da Star Wars. Entrambi i franchise trasmettono la meraviglia di mondi inesplorati e curiose razze aliene, ma alla diplomazia e alla riflessione preferisco l’avventura di cappa e spada (laser). Ho però masticato quasi tutti i lungometraggi di Star Trek e un buon ammontare della serie originale e di The Next Generation, oltre ai videogiochi derivati. I primi due film di Abrams mi avevano piacevolmente stupito: un universo riavviato da zero dove non mancano collegamenti e citazioni alla vecchia serie, che a volte sconfinano nella ruffianeria bella e buona, ma questa è una peculiarità del regista (il secondo capitolo con Benedict Cumberbatch in pratica è L’ira di Khan). I personaggi storici e gli eventi vengono rispettati ma adattati alle logiche mainstream contemporanee, con un marcato ampliamento della componente action. Pur mantenendo le sue radici, è Star Trek con un’indole starwarsiana, e infatti J. J. è finito a dirigere The Force Awakens, meritandosi il peculiare titolo di restauratore di saghe fantascientifiche. Questa avvertenza è perciò rivolta ai trekker duri e puri: sappiate che questi film potrebbero essermi piaciuti per i motivi sbagliati, anche se la loro qualità produttiva è indiscutibile.

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Questa terza pellicola è diretta da Justin Lin, che proviene da Fast and Furious. La scelta del regista, unita ai trailer insipidi e caciaroni, mi aveva fatto preoccupare: e se la tamarraggine fosse diventata insostenibile? Invece ho dovuto ricredermi, perché l’incipit, beneficiando delle dinamiche già stabilite da Abrams, sa davvero di Star Trek: troviamo un equipaggio affiatato e maturo, impegnato in una missione quinquennale. Nella routine dell’Enterprise i personaggi sono cresciuti e si pongono delle domande che ci riavvicinano al lato riflessivo del franchise: se lo Spazio è davvero infinito, a che pro continuare le esplorazioni? Non ne comprenderemo mai la vera natura. Dove ci sta portando la sete di conoscenza della Federazione? Un dilemma corale che si unisce ai problemi personali: Spock (Zachary Quinto) apprende della morte del suo anziano alter ego (Leonard Nimoy, che è morto davvero) ed è incerto sul suo dovere di mantenere viva la stirpe vulcaniana. Il capitano Kirk non è più il ragazzino spaccone e irresponsabile del primo capitolo, ora si fida dei suoi sottoposti ma si interroga sul suo ruolo, sta quasi per mollare. A differenza della vocazione del padre, lui è entrato all’accademia per sfida. Chi è davvero James T. Kirk? Sarà all’altezza del genitore (e metaforicamente del Kirk di William Shatner)? Il merito di Lin è aver trattato in modo scientifico le dinamiche del gruppo, facendo comunicare gli attori con lo sguardo (su cui indugiano spesso le inquadrature) invece che con frasi didascaliche: è ben conscio che il pubblico non è composto da bambini di 5 anni. Ritroviamo poi la tosta Uhura di Zoe Saldana, l’ironico McCoy di Karl Urban, il Sulu di John Cho (con un bacio gay tagliato dal montaggio), il giovane Chekov del compianto Anton Yelchin e il simpatico Scotty di Simon Pegg (anche co-sceneggiatore). Funzionano tutti e danno l’idea di un mosaico di tasselli insostituibili.

STAR TREK BEYOND

Poi subentra l’azione in grande stile, con l’Enterprise che immancabilmente finisce vittima di un’imboscata e viene fatta a pezzi. Sparpagliato su un pianeta remoto, l’equipaggio deve riunirsi e fermare i piani del mostruoso villain di Idris Elba. Quest’ultimo sembra il cliché del cattivo celodurista, ma un’inattesa rivelazione finale ce lo fa rivalutare. La sua smania di vendetta è dovuta più alla sua visione militarista del mondo rispetto al passato doloroso del Khan di Cumberbatch, ma entrambi sono psicologicamente feriti, dei cani arrabbiati. Krall è inferiore ma si lascia guardare, anche perché è il lato oscuro dell’indole pionieristica della Federazione. Il tutto viene parzialmente appiattito per far passare la morale trita e ritrita della pace e dell’amicizia che prevalgono sulla violenza individualistica, ma questa è l’onnipresente salsa morale hollywoodiana. Sono riscontrabili altre leggerezze come buchi nella storia (come funziona realmente la tecnologia di Krall?) e un’improbabile corsa in motocicletta alla Steve McQueen, ma nulla di allarmante. Menzione speciale per l’affascinante aliena interpretata da Sofia Boutella, che interpreterà la nuova Mummia a fianco di Tom Cruise; come Zoe Saldana, sembra essere a proprio agio con personaggi non umani.

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Restiamo in attesa del quarto episodio per conoscere il destino dell’equipaggio, tra nuove probabili deviazioni nello spazio-tempo e la curiosità su cosa ne sarà di Chekov dopo la morte di Yelchin.

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