Ozark is the new Breaking Bad (fino a un certo punto)

il

di Cristiano Bolla

Netflix naviga in acque molto agitate: l’addio della Disney, l’acquisto della Millarwood e l’annuncio della nuova serie dei Coen sono tutti tasselli di una grande guerra che si sta combattendo  in quel di Los Gatos. Un “Master & Commander” versione moderna, in cui la N Rossa sta sia vincendo e (ultimamente) che perdendo battaglie soprattutto per quanto riguarda la qualità dei nuovi contenuti originali. Non tutti, però, sono da scartare: Ozark, per esempio, merita tutte le oltre 10 ore di visione.

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Tagliamo la testa al toro e accontentiamo tutti i tv series addicted che nell’ultimo mese hanno accusato di plagio la serie creata da Bill Dubuque e Mark Williams con protagonista (e regista di quattro episodi) Jason Bateman: sì, Ozark assomiglia per molti versi a Breaking Bad; bravi tutti a riconoscere delle macro-evidenze che, tuttavia, si fermano alla struttura e al soggetto, per poi staccarsi parecchio dalla serie (oramai) cult di Vince Gilligan.

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Con ordine: Ozark è un drama con protagonista Marty Byrde, promotore finanziario di Chicago e commercialista/lavatrice dei soldi di uno dei cartelli della droga più potenti e violenti del Messico. Il suo partner sputtana tutto e lui, per salvarsi la pelle, propone grossi investimenti e sicuri guadagni in una zona del Missouri di cui ha sentito parlare cinque minuti prima: il lago degli Ozark. Si trasferisce quindi con la famiglia in questa terra di turismo e redneck (gli zoticoni dall’accento del sud) e lotta contro il tempo per riciclare abbastanza soldi per salvare moglie e figli dalla furia del Cartello.

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Il soggetto, inevitabilmente, richiama il caso più recente Breaking Bad: un uomo apparentemente tranquillo inizia a fare cose illegali e farà di tutto per salvare la sua famiglia. A ben vedere, il tema del “pesce fuor d’acqua” non è stato inventato neanche da Gilligan, ma di certo ne ha creato un modello che ci accompagnerà, nel bene e nel male, per tanto tempo. Il narcotraffico è il secondo elemento: tornare a parlare di Cartello fa ovviamente venire in mente la color correction giallo-messico-Breaking Bad e i vari Hector Salamanca e famiglia, ma nel caso di Ozark tutto rimane confinato prima a Chicago e poi nel meraviglioso lago degli Ozark. Terzo elemento: il riciclaggio di denaro; ricordate quando Skyler White scopre tutte le magagne del marito e gli propone di avviare un’attività loro per riciclare il denaro della blue meth? Ecco, in Ozark avrete evidenti déjà vu della situazione, solo con un’altra bionda al posto di Anna Gunn (Laura Linney). Ma poi basta, è tutto qui: le similitudini finiscono.

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Perché la storia potrà pure ricordare Breaking Bad, ma Marty Byrde non è Walter White. La trasformazione del personaggio di Bryan Cranston aveva fatto il giro completo: il buono era diventato sostanzialmente cattivo, spingendolo a omicidi e pluri-omicidi che ne avevano macchiato per sempre l’etica (eppure si tifava per lui, la magia della lunga serialità). Marty invece, grazie anche alla faccia da pessimo bugiardo che contraddistingue Jason Bateman, rimane fedele a se stesso e a principi che sono sì malleabili (altrimenti non arrivi a riciclare miliardi per il narcotraffico) ma fino a un certo punto. Marty Byrde è un buono che fa una cosa leggermente meno buona, combattendo tuttavia per non snaturarsi troppo: lui si occupa solo di numeri e andiamo, che male possono fare? Come Walter, tuttavia, anche Marty ha dei bei drammi domestici che tuttavia non gli impediranno di voler fare di tutto per salvare le cose (famiglia, matrimonio, apparenze). Ma insomma, ci siamo capiti: Marty Byrde non è Heinsenberg.

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Lasciando da parte le similitudini, Ozark ha comunque tutto per camminare da solo ed essere considerata una bella serie, forse non un top gamma su cui puntare per il futuro di Netflix, ma comunque “tanta roba”. Per cominciare, ha Jason Bateman: quelli che si stupiscono che sia riuscito a portare avanti un ruolo così non-comico o non ha visto o ha deciso di ignorare pellicole come The Kingdom (2007) e soprattutto Disconnect (2012), film in cui Bateman abbandona completamente ruoli da commedia per entrare nel war movie prima e nel drama più drama poi. Così è in Ozark: lo spessore della sua performance vive delle sue qualità più evidenti, quella appunto di essere un pessimo mentitore ma di riuscire a cavarsela lo stesso e di non essere un personaggio troppo finto ma “umano troppo umano”.  Lui e la Linney, in coppia, danno qualità assicurata.

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Anche dietro la camera, nei quattro episodi diretti da Bateman ma pure negli altri, si trovano cose interessanti: Ozark è, volgarmente, lento, si prende i suoi tempi di racconto cedendo di tanto in tanto a qualche inquadratura o sequenza più lirica, ma senza mai farti perdere del tutto l’interesse. E non è facile per una serie da un’ora per dieci episodi. Plauso anche a tutto il “contorno”: da Julia Garner, la zotica con la testa da genio criminale Ruth Langmore, a Jason Butler Harner, agente FBI omosessuale a caccia di Byrde (ma non si vedono mai insieme peraltro) il cui personaggio è a volte un po’ gratuito ma funziona come caotico buono. Menzioni d’onore per Peter Mullan (il montanaro Jacob Snell) e Michael Mosley, il reverendo cui è affidata la scena più forte della serie.

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Insomma: Ozark è pieno di motivi per essere vista e bisogna andare oltre le sue immediate similitudini con il fenomeno Breaking Bad. Ci sarà una seconda stagione? La trama dice sì, ma Netflix ci sta abituando a decapitazioni di serie in corso (Sense8 il caso più eclatante) e quindi non è detto che rivedremo Jason Bateman sul lago degli Ozark.

Così non fosse, peccato: la voglia di andare in Missouri te la fa venire.

 

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