Emma Stone disseziona il mostruoso femminile liberato.
di Alessandro Sivieri

Ragazzi, c’è Emma Stone alla porta ed è aperta a ogni genere di idea. Che altro vogliamo chiedere a Emma Stone? Cavolo, ha 35 anni e ha visto di tutto. Si è fatta le ossa nelle commedie romantiche, è passata per le lande di Birdman, ha mostrato a tutti quanto sia brava nei musical aggiudicandosi un Oscar come migliore attrice protagonista in La La Land. Bene, cosa le chiediamo? Di ballare male. Non strano come Jenna Ortega, proprio male. Poi le chiediamo di camminare scoordinata, di esibire un chilometrico crine nero e di spogliarsi non solo dei vestiti ma di tutta la cognizione e il bagaglio esperienziale che si porta dietro una persona adulta. L’obiettivo è scoprire il mondo daccapo, con tutte le sue insidie e contraddizioni, nelle sembianze rinate – anzi, resuscitate – di un individuo puro, guidato unicamente dalle pulsioni sessuali, in seguito emotive e infine cerebrali, impossibili da imbrigliare per tutti i luridi altoborghesi che si annidano nei ricevimenti a palazzo e sui panfili.

A reclutare la Stone per questo anti-Barbie in una linea temporale steampunk c’è il greco Yorgos Lanthimos, un autore relativamente giovane che pare aver accumulato cinismo per cento vite, un cinismo che è il perno della sua poetica. Il regista, che ha spiazzato Cannes con Dogtooth e che ha esordito nel mercato internazionale con The Lobster, ama scandagliare gli abissi delle pulsioni umane, la fatalità delle nostre scelte e i meccanismi relazionali in cui le nostre anime manifestano sofferenza. Proprio nella prima pellicola con Colin Farrell chi rimane single è destinato a trasformarsi kafkianamente in un animale, mentre ne Il sacrificio del cervo sacro è obbligatorio fare ammenda a un torto familiare sacrificando uno dei propri affetti, come se si rispettassero per filo e per segno i passaggi di una tragedia di Euripide (nello specifico Ifigenia in Aulide). C’è tanta magniloquenza nel linguaggio visivo di Lanthimos, tanto autocompiacimento nella scrittura e nello sviluppo dei soggetti, ma il risultato finale consente al succitato di presentarsi al pubblico con una certa dose di cazzodurismo. In breve, ha il talento necessario a perseguire le sue ambizioni.

Suo recente obiettivo è stato quello di trasporre in immagini il romanzo Poor Things! dell’ormai defunto scrittore scozzese Alasdair Gray. La storia è ambientata in una ucronica Londra vittoriana, epicentro di un mondo in cui coesistono brillanti scoperte scientifiche e norme sociali arretrate; queste ultime vanno a colpire in particolar modo il genere femminile, considerato subalterno a quello maschile e relegato al ruolo di sfornafigli, angelo del focolare e passivo strumento del piacere altrui. Questa concezione sbilanciata dei generi rimane tutto sommato aderente alla realtà storica e fornisce un trampolino alla bizzarra nascita di Bella Baxter, la protagonista; trampolino in senso letterale, perché negli ormai soffocanti panni di Victoria Blessington si butta nel Tamigi. La giovane donna, incinta, ripudia il ruolo impostole e arriva a togliersi la vita pur di essere libera dalla gravidanza e dalle grinfie di un marito crudele. Le spoglie vengono “donate alla scienza”, o meglio raccolte da Godwin “God” Baxter, il mad doctor della situazione con il corpo completamente scombinato.

Il patrigno di Emma Stone è interpretato da un Willem Dafoe fenomenale come al solito, sospeso tra il tragico e il comico, esteticamente simile a un manichino messo insieme con pezzi pescati dal fondo della scatola. La sua faccia sembra un quadro di Picasso ed è costretto ad aiutarsi con dei macchinari per digerire il cibo, altrimenti addio succhi gastrici. Come evidenzia il suo stesso nome, lo scienziato è pervaso da un god complex che lo porta a ricreare la vita da tessuti morti, innestando il cervello della figlia mai nata di Victoria nel corpo della madre. L’operazione ha un impatto simbolico da cortocircuito e intreccia il prodigio con l’abominio, dando origine a Bella, mamma di se stessa, adulta bambina che vive un second coming of age. L’essere scaturito da questo azzardo medico non ha precedenti nella storia umana e forse non ha neppure un posto nel grande disegno delle cose… Poveracce Bestie!

Bella – ribattezzata con un nome che rimanda all’apparenza estetica – sperimenta il mondo senza preconcetti, come se fosse la prima volta, ed è uno spettacolo osservare la Stone all’opera, specie se pensavamo che avesse già dato tutto: i passi incerti da bambolina rotta, le capacità verbali acerbe, lo sguardo che si posa incuriosito su ogni particella che compone la materia. Con l’esperienza arriva la crescita ed ecco che Bella inizia a muoversi con maggiore sicurezza e ad ampliare il suo vocabolario, oltre a prendere coscienza della sua identità e dei suoi genitali. Eh sì, nonostante il cervello infantile la protagonista è una donna adulta e scopre ben presto i piaceri dell’autoerotismo, passando poi al desiderio di avere rapporti completi; la sessualità di Bella è vigorosa, spregiudicata, mostrata senza veli proprio come la Stone, che del suo corpo vuole conoscere ogni segreto.

La ricerca del piacere di Bella va ovviamente in contrasto con la morale vigente, e la ciliegina sulla torta è il candore sanguigno della ragazza, che non è nata ribelle poiché non ha assimilato alcuna norma da infrangere; è piuttosto una tabula rasa, una mente azzerata che delle nostre vergogne non sa che farsene, specialmente se vanno a minacciare l’integrità della sua clitoride. Fanculo il patriarcato, viva la body autonomy. Intendiamoci, Bella è bella davvero, e il suo sviluppo psicosessuale sotto steroidi è affiancato da un’ingenuità fanciullesca che la rende desiderabile da chiunque: in primis è l’assistente di Godwin a invaghirsi di lei, poi è il turno dell’avvocato di mezza età Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), che lusinga la libidinosa Miss Frankenstein con la promessa di mostrarle com’è fatto il mondo. Bella vuole fuggire con Duncan e ottiene l’approvazione, sebbene a malincuore, di Godwin, che non vuole privarla del suo libero arbitrio.

La protagonista scoprirà in fretta che Duncan è un omuncolo e che buona parte dei potenti con cui si ritrova a tavola non hanno nulla da offrire a parte frivolezze, puzza sotto il naso e sentenze sputate a mitraglietta. Decide perciò di continuare il viaggio in solitaria e per sopperire all’indigenza economica trova lavoro in un bordello. Dato che la sua carne è stata sessualizzata fin dalla ri-nascita, che male c’è a prendere in mano il potere della femminilità e farci qualche soldino? Squattrinate Robe! Nell’esistenza che si costruisce intorno, Bella sperimenta persone oneste e individui mediocri, scopre il socialismo e la filosofia, la pietà per le classi svantaggiate e il senso di rivalsa verso i privilegiati, forgiando un’intelligenza e una consapevolezza che risultano essenziali quanto la sua vulva. Infine tornerà al nido come una donna fatta e finita, sostituendosi al compianto Godwin sul piano professionale e attaccando chirurgicamente chi vuole mutilarla e confinarla nel ruolo di “splendida ritardata”.

Lanthimos orchestra l’odissea steampunk della sua Billie Wednesday Eilish per le strade di Lisbona, di Parigi, di Atene e dell’Egitto a colpi di fondali dipinti e di architetture che omaggiano in più frangenti la favolosa Casa Batlló di Barcellona. L’immaginario scenografico passa da una nave da crociera rappresentata come una prigione a capitali europee che esplodono di colori, dando un tocco di follia a tutto ciò che dovrebbe essere sensato, tangibile. L’ispirazione surrealista viene dai quadri di Hieronymus Bosch, da Egon Schiele, ed è studiata per calarci nel punto di vista di Bella e nelle emozioni che scaturiscono da questo grand tour privo di schemi comportamentali o mete prefissate. La fotografia non può che essere ugualmente atipica e si serve di grandangoli, di fish-eye come se piovessero e di incipit in bianco e nero.

L’immagine deformata, le atmosfere gotiche e le luci vivide sono lì a ricordarci che la prospettiva non corrisponde ai nostri canoni di consumo ma vuole avvicinarci il più possibile a ciò che proverebbe un’entità come Bella, una Donna Sapiens che si è risparmiata un’infanzia colma delle nostre scemate e che si ciba di libri e meretricio. Il suo atto più coraggioso, scendendo dalla giostra, non è il sex work e nemmeno la trasformazione in freak dei suoi aguzzini; è la forma più sana di edonismo, la volontà di non scendere a compromessi riguardo il proprio benessere psicofisico e di costruirsi una comunità di affetti che, per quanto lontana dalla perfezione, non campi di oppressione paternalistica. Sia chiaro, stimati guardoni, che la parte centrale di Sfigati Arnesi non riesce a mettere sul piatto abbastanza copule e divagazioni esistenziali da togliere l’impressione di un intreccio che in un determinato momento inizia a incepparsi, a girare su se stesso, rendendo il ritorno della figliola prodiga nel terzo atto un affrancamento invece di una naturale conseguenza. Se qualche lungaggine non vi turba e i pischelli sono già a letto, avrete modo di gustarvi l’empowerment di una sposa cadavere che affila le armi contro la costrizione matrimoniale e getta orgasmi in faccia a una logica collettiva che in nome della fecondità sterilizza tutto il resto.

visto al cinema in madrelingua
film molto bello e lei bravissima, ha un controllo della voce e del corpo impressionante!