Dopo John Krasinski arriva il prequel, un monster movie senza rumore.
di Carlo Neviani
Mostri alieni privi di vista, ma con udito sensibile, che lasciano scampo solo a chi vive nel silenzio. Rumore uguale morte. È il format, semplice quanto geniale, del franchise A Quiet Place. Giunti al terzo film, dopo due uscite di successo, la domanda è più che ovvia: la formula continua a funzionare?
Facciamo un piccolo recap. Il primo film (QUI la recensione) ha in sé l’elemento di novità e un dramma familiare super coinvolgente, con una figlia sordomuta e un parto da gestire in silenzio. Il secondo capitolo (QUI la recensione), nonostante minor originalità, rimane un ottimo prodotto, grazie alla buona regia di Krasinski e ad un’espansione del proprio universo narrativo in spazi più aperti, on the road. Come nel caso della saga horror La notte del giudizio nel sequel c’è un passaggio da claustrofobia ad agorafobia.
Il terzo film basa il suo concept fondamentalmente su tre novità narrative: tempo, spazio e personaggi.
TEMPO
Giorno 1 già dal titolo si etichetta come un prequel. È temporalmente ambientato infatti nel primo giorno dell’invasione aliena, che però avviene subito e senza particolari spiegazioni. Come nelle pellicole precedenti, semplicemente, dei mostri piombano dal cielo sulla Terra. A parte il meccanismo di reazione della popolazione terrestre, in particolare della città di New York, da normalità a situazione di emergenza, l’idea di raccontare un antefatto di A Quiet Place risulta di fatto inutile, un’occasione mancata. Non a caso, la sensazione è più che quella di vedere uno spin-off, con personaggi nuovi (a parte uno), ambientato nello stesso mondo.
SPAZIO
Il film si apre con una didascalia: la città di New York emette un rumore medio di circa 90db, pari a quello di un urlo costante. Eccolo l’elemento che si confermerà poi come il più interessante e azzeccato del film: la città. Non solo la metropoli è una novità narrativa per la saga, solitamente di ambientazione rurale, ma è anche fortemente funzionale in un film che ha al centro il rapporto tra rumore e silenzio. Perché New York è si caotica, ma vivere a contatto con circa 8 milioni di persone non è necessariamente un rimedio alla solitudine. Nel film, anche grazie ai suoi protagonisti (ci arriveremo al punto 3), vengono toccati vari temi propri della città: emarginazione e socialità, amicizia e isolamento, altruismo ed egoismo. Nelle immagini di una New York prima attaccata dal terrore alieno e poi deserta e silenziosa si legge anche il richiamo alla realtà (come spesso accade negli horror d’autore): il post 11 settembre, ma anche la più recente emergenza pandemica. E non manca nemmeno quel senso di appartenenza al proprio luogo fortemente americano, sia nei desideri di vita dei personaggi, sia in alcune inquadrature, sia nei dettagli: pure la protagonista porta una tote-bag brandizzata “I love NY”.
PERSONAGGI
Lei (Lupita Nyong’o) un’afroamericana malata di cancro, lui (Joseph Quinn) un ragazzo inglese di buona famiglia che studia giurisprudenza. Un duo improbabile che riflette l’ambientazione newyorkese per casualità e intenti. Due persone diversissime che possono trovare un momento di condivisione in un obbiettivo comune. C’è anche un bellissimo gatto silenzioso (non miagola mai) dalle notevoli doti attoriali, che si inserisce molto bene nei rapporti tra i protagonisti. C’è da dire che Michael Sarnoski, già regista del bel Pig, sa dirigere molto bene i rapporti uomo-animale: un legame profondo che non necessita della parola.
Nei protagonisti però c’è anche il grosso limite di A Quiet Place – Giorno 1. Sebbene siano interessanti, le loro motivazioni sono poco coinvolgenti. Ci sono sì delle belle scene di rapporto umano, delicate, ma l’impatto più viscerale dei primi film restituiva molta più emozione. Il più banale ma estremamente condivisibile istinto di sopravvivenza famigliare era un appiglio in più per lo spettatore, che qui è sostituito da intenti più “alti” e sottili. Più concetti ma meno anima.

