Guillermo Del Toro e i mostri: un amore senza fine che torna protagonista a Venezia 82 grazie al Mostro per eccellenza.
di Cristiano Bolla
Ricorda, tu mi hai strutturato più forte di te […] Ma non cederò alla tentazione di mettermi in competizione con te. Io sono la tua creatura e nei tuoi confronti sarò sempre docile e comprensiva, laddove tu farai altrettanto con me. Oh, Frankenstein, non puoi essere equanime con tutti e calpestare solo me, al quale più che a ogni altro, devi giustizia, clemenza e persino affetto! Rammenta che tu mi hai generato: dovrei rappresentare il tuo Adamo e invece sono l’angelo caduto che tu hai allontanato senza che avessi compiuto alcun misfatto. Ovunque vedo una beatitudine dalla quale io solo sono irrevocabilmente escluso. La mia indole bonaria è stata vanificata da un’infelicità che mi ha reso demone.
– Frankenstein o il Moderno Prometeo, Mary Shelley (1818)
Da quanto il regista patatone messicano più amato da queste parti, Guillermo Del Toro, ha spalancato di nuovo la porta ai mostri grazie al trionfo de La forma dell’acqua (2017), le creature sono tornate prepotentemente protagoniste al cinema e sul piccolo schermo. Negli ultimi anni abbiamo avuto svariate nuove interpretazioni di Dracula (e derivati), dell’Uomo Invisibile e nel giro di un anno vedremo ben 3-4 versioni del Mostro di Frankenstein. La prima l’ha presentata lo stesso Del Toro oggi all’82.ma Mostra del Cinema di Venezia, una sorta di ideale chiusura del cerchio aperto otto anni fa col film che gli è valso diversi premi Oscar, grazie a una pellicola che in estrema sintesi è un sentito omaggio al grande classico della letteratura gotica e di mostri.
Il punto di partenza non può essere che il romanzo Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley, rivoluzionario per quei vari motivi che abbiamo imparato tutti quanti tra i banchi di scuola. L’ambizione sconfinata della scienza e il desiderio umano di oltrepassare i limiti naturali, l’ossessione di creare la vita, il confronto con le responsabilità delle proprie azioni e la creatura come simbolo della colpa che nasce quando l’uomo si sostituisce a Dio senza valutarne le conseguenze. E ancora l’alienazione e il rifiuto sociale, la società delle apparenze che condanna chi non risponde a modelli prestabiliti, il mostro come specchio della solitudine e della disperazione che nascono dal bisogno umano di accettazione negato bla bla bla. Tutto già ampiamente noto ed esplorato in decine (e decine) di film, episodi e quant’altro. Cosa può restare da dire? Niente, ma a fare la differenza è come sempre il modo in cui si ripropongono cose già dette e ridette. Ed è qui che le cose si fanno delicate.
Frankenstein è tutt’altro che un brutto film: ha una struttura solida che richiama quella epistolare di Mary Shelley, alterna il racconto tra i ghiacci del Polo Nord alle versioni dello scienziato e quella della creatura, segue quasi filologicamente lo sviluppo della storia che da oltre 200 anni emoziona gli appassionati del genere gotico. È un classico, un grande classico ma pur sempre un classico fatto e finito. Il giudizio che ne consegue dipende a questo punto dalle aspettative e dai “bisogni” di chi guarda: chi cerca una rilettura travolgente, grottescamente horror che vi faccia dire che questo è un Frankenstein mai visto prima, probabilmente resterà deluso; se invece ci si accontenta di un classico raccontato da qualcuno che la materia la conosce come le sue tasche, allora le 2 ore e 30 di visione saranno magnifiche.
Proprio l’affetto e l’amore che Del Toro nutre verso le creature classiche consente a questa nuova versione di Frankenstein di raccontare la stessa storia, correggendo però qua e là alcuni dettagli che non stravolgono, ma fanno pendere decisamente la bilancia dell’attenzione dalla parte della creatura. Senza troppi spoiler, ma in questo film risaltano aspetti più narcisistici, tirannici e brutali dello scienziato – le cui colpe vengono rese ancora più evidenti grazie a modifiche alla storia e al rapporto che intercorre soprattutto tra Victor, la creatura ed Elizabeth – come non se ne vedevano dai tempi della Hammer.
Al netto di questo, tutto il resto è confezionato con un classicismo per certi versi in tono minore rispetto all’estetica alla quale ci ha abituato Guillermo Del Toro: bellezza e orrore continuano a convivere, il Mostro evoca estrema empatia e le ambientazioni sono tanto affascinanti quanto narrativamente significative, ma a mancare è proprio la scintilla in grado di dare la vita a questo ammasso di pezzi messi insieme con estrema conoscenza e grazia da un grande regista e appassionato.
Come il Mostro dice a Frankenstein, è inutile fare paragoni e mettere in competizione le varie versioni di un classico senza tempo: questo film, d’altronde, è chiaramente figlio delle suggestioni e delle estetiche consolidate nel corso di un secolo di cinematografia dedicata, ma se da un lato quello di Del Toro potrà imporsi come il più fedele adattamento del romanzo (ma non per questo eccessivamente incatenato), dall’altro non passerà probabilmente alla storia come un clamoroso capolavoro. Un altro tassello nel sempre più ricco panorama del cinema di mostri, che contribuisce a comporre un mosaico imprescindibile per gli appassionati, ma vedendolo da lontano si confonderà con gli altri, come la pelle cinerea del Mostro mentre si allontana tra i ghiacci del Polo Nord, prima di sparire per sempre. Ancora una volta.

