THE SHAPE OF WATER – I MOSTRI COME PIACCIONO A NOI

“La Forma dell’Acqua” di Guillermo del Toro è una romantica favola mostruosa. È il principale indiziato all’Oscar come Miglior Film (e forse della nostra Trota d’oro).

di Cristiano Bolla 

“Fin dall’infanzia, sono stato fedele ai mostri. Sono stato salvato e assolto da loro, perché i mostri, credo, sono santi protettori della nostra beata imperfezione, e permettono e incarnano la possibilità di fallire.”

È dal discorso con cui Guillermo del Toro ha accettato il suo Golden Globe che da queste parti aspettavamo di poter vedere The Shape of Water: mostri? Santi protettori? Del Toro evidentemente è un fan della nostra pagina, o noi del suo lavoro, dipende dai punti di vista. Il film con cui ha vinto il Leone d’Oro a Venezia è una sorta di panegirico al mondo dei mostri, tanto che il film sembra quasi un sequel de Il Mostro della Laguna Nera del 1954, anni di Guerra Fredda in cui è ambientato anche La Forma dell’Acqua.

Nel cuore dell’Amazzonia viene ritrovata una creatura che viene venerata dagli indigeni come una divinità: ha le sembianze di un pesce, ma sembra dotata di intelligenza. Viene portata alla Nasa, dove entra in contatto con Elisa (Sally Hawkins), donna delle pulizie, muta e con evidenti carenze affettive che ovviamente cerca di colmare tramite il contatto col mostro, tanto simile a lei nel mutismo come nella delicatezza dei movimenti. The Shape of Water però è mutevole anche nei generi e la storia romantica si intreccia con la spy story maccartista, tra capi della sicurezza dal manganello facile (Michael Shannon) e spie comuniste. Tutto il film viene riassunto già dalle prime battute: è la storia di una principessa senza voce e del suo tempo, di amori e di sconfitte e del mostro che cercò di distruggere tutto.

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Per gente che scrive su un blog chiamato Monster Movie, questo film è una sorta regalo di San Valentino: del Toro ci abbraccia e non ci fa sentire soli, ma anzi convalida tutto quello che diciamo da un paio d’anni nelle nostre teorie mostruose. I film sui mostri prevedono sempre un meccanismo di riconoscimento tra l’uomo e la creatura di turno, sia essa uno squalo, un dinosauro o un essere abissale. In The Shape of Water questo gioco di specchi è reso in modo forse leggermente retorico e immediato, prendendo forma come storia d’amore tra due che non possono esprimersi. Ma tant’è, è tutto qui quello che serve: un collegamento tra il mostro e noi, che ci faccia entrare in contatto con lui e, in questo caso, stare dalla sua parte. Il contrasto è dato ovviamente dall’elemento umano, dalla malignità di un Michael Shannon sempre perfetto nei panni del cattivo. Ma al centro della scena (letteralmente, in un momento lalalandiano di del Toro) ci sono loro due: Elisa e la Creatura, in questa scoperta reciproca fatta di linguaggio dei segni, balli sott’acqua e salvataggi reciproci.

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Del Toro prende la via della love story con spruzzate di tanti generi diversi, con tocchi a volte eccentrici che grazie (o per colpa, dipende) alle note di Alexandre Desplat ricordano vagamente Wes Anderson o il Tim Burton che tutti rimpiangiamo. Fa tanto anche una palette di colori viva e mutevole dove trovano spazio tonalità vive e spente, perché ormai l’abbiamo capito che la forma dell’acqua si adatta a qualsiasi contenitore e segue il corso della storia, anzi della Storia, elemento principe del film.

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The Shape of Water è innanzitutto una favola antica e moderna allo stesso tempo, racconta qualcosa e lo fa con tempi e modi classici ma mai banali, si percepisce l’intenzione di dire qualcosa, di far ritornare il cinema alla sua essenza narrativa di intrattenimento e, in questo senso, La Forma dell’Acqua può diventare un nuovo caposaldo della filmografia di genere mostruoso.

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Potrebbe diventare il film più vincente della storia, con le sue tredici candidature, ma non lo farà: sulla strada dei premi tecnici si troverà contro Dunkirk e Blade Runner 2049, su quella dei premi artistici Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e Il Filo Nascosto. Resta il principale favorito alla vittoria, noi ci accontenteremmo della Miglior Regia per sentire Guillermo del Toro omaggiare ancora una volta i nostri amati mostri.

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