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28 ANNI DOPO – Cosa Boyle in pentola

28 anni dopo protagonisti fuga

Diventando grande scoprirai che oltre il villaggio ci sono estranei arrabbiati.

di Alessandro Sivieri

Molte decadi fa il signor George A. Romero ci ha fatto capire che siamo una società di morti viventi: ci aggiriamo privi di cervello nei centri commerciali, mossi da un consumismo senza limiti che ormai è diventato una forza inerziale; accalcandoci sulle vetrine come una massa informe, perdiamo la nostra individualità e cerchiamo di masticare le budella di quei superstiti a cui è rimasto un briciolo di senno. Chi è scampato all’infezione non è omologato, può preservare la civiltà. Ciò non gli impedisce – ed è meglio specificarlo – di comportarsi come un pezzodemmerda, predando altri sopravvissuti, o di costruire il suo impero autocratico, diventando così deprecabile da far preferire la compagnia dei non-morti. Ecco, durante un’apocalisse zombie, filone lanciato proprio da Romero, ci sono vari modi per portare la nostra specie al degrado. Il genere ha vissuto fortune alterne fino alla necessità di un rinnovamento, con l’affacciarsi del nuovo millennio e di mezzi all’avanguardia. L’ispirazione è venuta, come fu allora, dall’attuale contesto socio-economico.

Le generazioni ormai prossime alla mezza età hanno attraversato periodi non proprio rosei: la paranoia dell’11 settembre, la perdita del potere d’acquisto, pandemie e conflitti come se piovessero. Ai tempi di 28 giorni dopo non c’erano ancora i social network come li intendiamo ora, ma si poteva già percepire nell’aria il malcontento in cerca di nuovi sfoghi, lo sgretolarsi delle certezze che trascina i popoli verso l’anarchia. Crollato quel castello di illusioni tenuto in piedi dai mass media, lo smarrimento dell’uomo contemporaneo diventa frustrazione, che a sua volta diventa furia cieca e distruttiva, senza più distinguere tra un ordine costituito potenzialmente corrotto e chi vorrebbe trascorrere i giorni in pace, o perlomeno senza farsi sbranare dal vicino di casa. È tempo di una nuova zombie apocalypse, però con gli infetti che corrono come dei centometristi.

Da cadaveri lentoni siamo diventati un branco di infetti rabbiosi, il riflesso cinematografico di un mondo schiavo della fretta. Il primo ad avere questa intuizione fu proprio Danny Boyle, già autore del cult Trainspotting e di The Beach, che nel 2002 unì le forze con Alex Garland e riportò in auge le zombate grazie a 28 giorno dopo: un giovane Cillian Murphy si aggira sperduto in una Londra devastata, fino a scoprire che l’intero paese è caduto preda di una sorta di epidemia che rende le persone simili a belve sanguinarie e che i pochi non ancora contagiati devono rimanere uniti per sopravvivere. Oltre agli zombie corridori, un punto di forza della pellicola è il montaggio ipercinetico a cui Boyle ci ha abituati, uno stile da più parti definito “videoclipparo” e caratterizzato da tagli rapidi, inquadrature con una gran varietà di angolazioni e accompagnamenti sonori audaci. Il risultato è un’esperienza viscerale, disorientante, che ben si lega all’idea di un poveraccio inseguito da subumani bavosi. Il medesimo approccio concettuale è stato adottato da Zack Snyder con l’apprezzabile remake de L’alba dei morti viventi del 2004, dove gli zombie del supermercato optano per un passo veloce. La stessa abbondanza di scattanti morditutto si può trovare in World War Z e in Io sono leggenda con Will Smith, che si prende parecchie libertà rispetto al classico di Richard Matheson; classico che verrà preso a modello – ironia della sorte – proprio da un giovane George Romero.

Gli anni trascorrono (non esattamente 28) e rimane viva l’esigenza di un pubblico per la prosecuzione di un franchise ancora molto amato, rimasto fermo all’apprezzabile 28 settimane dopo di Juan Carlos Fresnadillo (la opening scene e la sequenza dell’elicottero valevano da sole la visione). Frattanto il mondo è cambiato nuovamente, e non certo in meglio: quarantene, assuefazione da schermi, lo storico voto per la Brexit che ha portato l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea. Approfittando di tali spunti tematici, Boyle e Garland (quest’ultimo ormai apprezzatissimo come regista) scelgono di tornare nel loro vecchio campo da gioco, decisi a sfornare una trilogia con Cillian Murphy co-produttore e per nulla intimoriti dall’oligopolio zombesco di brand seriali come The Walking Dead. Non ignorano ciò a cui la concorrenza ha abituato il pubblico ma tentano di rimanere fedeli al loro stile e a uno spirito indie. Ladies and gentlemen, ecco a voi il Regno Unito trasformato in una riserva proibita.

L’incipit è una dose di ultraviolenza e dissacrazione, ambientato nel cuore delle Highland scozzesi mentre il virus si sta ancora diffondendo e Cillian Murphy non è ancora uscito da un pronto soccorso di Londra. O forse sì. Fatto sta che un villaggio con relativa canonica viene invaso dagli infetti e il piccolo Jimmy Crystal (Jack O’Connell nella versione adulta) è costretto ad assistere allo smembramento del suo papà, un pastore protestante, con tanto di sermone sul Giorno del Giudizio. Il piccolo riesce a darsi alla fuga con una gustosa croce omaggio, e ciò che rimane della sequenza è una sensazione di tragedia e splatter che corre volutamente sul filo del ridicolo, per poi fare il giro e approdare al grottesco. Una farsa, un massacro al gusto pop che riflette l’ampia gamma tonale del film (un minuto prima sei emozionato, quello dopo sei incredulo); antipasto tipico di un’opera di Boyle, ma anche di Garland, che nel suo Men si è scatenato con i parti maschili plurimi.

Terminata la messa, giungiamo al presente con il suo The Village di turno, una comunità di sopravvissuti che vivono di caccia e pesca su un isolotto, e che sono collegati alla terraferma da una sorta di ponte che scompare a seconda della marea. Veniamo a sapere che il resto del mondo ha contenuto l’epidemia e che l’Inghilterra è circondata da un blocco navale, con il divieto di avvicinarsi a chiunque non sia autorizzato. Il giovane Spike (Alfie Williams) è alle soglie dell’adolescenza e viene accompagnato da papà Aaron Taylor-Johnson fuori dal villaggio per la sua prima uccisione, perché là fuori è colmo di pericoli, quindi impara alla svelta a usare quell’arco e le frecce, figliolo.

Dinamiche comuni a prodotti seriali che nel frattempo si sono affacciati sul mercato, come The Last of Us, sennonché il punto focale della pellicola si rivela essere altro: non il corso da survivalist del papà (che nasconde qualche scheletro nell’armadio) ma il rapporto con la madre Isla (Jodie Comer), malata di cancro. In una terra dove le cure mediche sembrano ormai un miraggio, Spike viene a sapere di una leggenda riguardante un medico ancora vivo e poco distante da casa. Il dottore in questione potrebbe essere uno psicopatico, potrebbe rimanerne solo una carcassa putrefatta, ma il guizzo di speranza è sufficiente a far fuggire Spike dal villaggio con un diversivo, portando con sé la mamma. Ha inizio un cammino verso l’età adulta in una realtà estranea al concetto di coming of age, nel senso che non c’è il tempo di essere bambini e nemmeno di fare gli adolescenti impauriti.

La seconda parte infrange le logiche di quello che altrove diventerebbe il viaggio iniziatico di un piccolo eroe, e diventa un percorso inaspettatamente colmo di attimi di riflessione sul dolore, sulla separazione, sulla gestione di una perdita. All’esterno sarà diffusa la rabbia che infetta tutti, ma all’interno dei protagonisti avanza di pari passo lo sfacelo emotivo, la costante messa in dubbio di se stessi e delle proprie motivazioni. Abbandonata l’isola, ci viene data l’occasione di ammirare le doti recitative di Jodie Comer, il cui personaggio si muove tra la confusione mentale e il senso di protezione materno, oltre ad affrontare un’agonia costante senza perdere la compostezza o gli slanci di altruismo verso gli estranei.

Sul piano visivo vengono alternati dei campi lunghi dalla mirabile composizione (il ponte emerso, il tempio di ossa) a sequenze concitate, sporche, dove la shaky cam insegue padre, figlio e compagnia di infetti portandoci ad avere il fiatone come se corressimo accanto a loro. Assecondando la passione personale per i device della Apple, Boyle ha perfino utilizzato una ventina di iPhone 15 Pro Max montati su supporti speciali, in modo da avere riprese fluide a 180° sui personaggi in movimento. L’aspect ratio rimane quello dedicato all’IMAX, ma la volontà di appoggiarsi agli smartphone per le scene d’azione dimostra l’entusiasmo del regista per le potenzialità di questi device, la cui dotazione in fatto di ottiche e software di elaborazione sta facendo notevoli passi in avanti. E poi, non è certo la pulizia l’obiettivo: spesso le inquadrature sono sbilenche, fuori fuoco, bruciate. Sei Danny Boyle e vuoi scaraventare lo spettatore nel sangue e nel fango, non vuoi lasciargli il tempo di riprendere fiato, e perciò fai tutto bello sporco.

Un altro elemento imprescindibile per i seguiti di blockbuster iconici è l’espansione della lore, e 28 Years Later vi si applica con scrupolo, comportandosi come un capitolo di Alien, di Avatar, di Matrix, di qualunque saga che per sostentarsi abbia bisogno di un more of the same: nuove creature accanto a quelle già conosciute. Una strategia che non vuole limitarsi a piacevoli conferme e che si prende qualche rischio, perché una tipologia inedita di mostro può avere capacità mai viste prima, cosa che è direttamente legata all’evolversi della storia. Dopo aver rivisto i classici infetti, facciamo la conoscenza dei cosiddetti Bassi lenti (Slow-Lows), dei grotteschi omini Michelin che strisciano e divorano qualunque schifezza trovino per terra. Da lontano è come sparare a dei pesci in un barile, ma se riescono ad avvicinarsi sono guai. Ci sono poi gli Alpha, sui quali il virus ha avuto l’effetto degli steroidi o, se volete, di una piscina colma di Red Bull mescolata a un barattolo di creatina. Gli Alpha sono enormi e sono più forti, veloci e intelligenti dei tipici rabbiosi, cosa che li rende dei perfetti boss finali. Sono perfino in grado di riprodursi, e non è detto che il frutto dei loro lombi sia infetto, il che porta a dinamiche da episodio de Il pianeta delle scimmie o de L’era glaciale, dove la squadra di comprimari si porta appresso un pupo per salvarlo dalla sorte dei genitori biologici. Gli zombie di Boyle iniziano, in pratica, ad avere una personalità. Il dottor Kelson arriva a dare un nome all’Alpha che incontriamo nel film, chiamandolo Sansone.

Ah, giusto, il dottor Kelson, un Ralph Fiennes in stato di grazia che offre una prova micidiale e che apparirà, con un peso determinante, nel prossimo capitolo. Si tratta di un personaggio che buca lo schermo e che è sopravvissuto in un isolamento pressoché totale, evitando di uccidere infetti per quanto possibile, poiché li considera esseri viventi con una dignità. Il suo Giuramento di Ippocrate è rispettato in modo ferreo, e per l’autodifesa fa ricorso a una cerbottana e alle sue miscele chimiche stordenti. L’ultimo atto ruota intorno alla sua figura, ai suoi insegnamenti sul significato dell’affetto e del distacco, portando il franchise verso sentieri meno action e più meditativi, in barba alla nostra sete di adrenalina.

Sapete, forse non avevamo bisogno di uno squartamento extra, ma di una parentesi di raccoglimento, di un faccia a faccia doloroso con qualcosa che esula da epidemie idrofobe e di cui tutti noi, nel  mondo reale, abbiamo paura, ogni giorno. Si impara a crescere, si impara ad accettare la sofferenza, talvolta in modalità così brusche da farti maledire la sorte, da farti domandare “Perché proprio a me?”. Ebbene, non c’è risposta; a contare è la nostra reazione. La morale di Kelson è semplice: memento amoris, perché è vero che dobbiamo ricordarci della morte incombente, ma la consapevolezza di essere amati sopravvive alla carne. Il primo capitolo di questa trilogia non cede al gioco tra guardie e ladri, alle boss fight che vengono rinviate a data da destinarsi, e preferisce metterci in una condizione spiazzante, nel bene e nel male. Per “male” intendiamo un epilogo quasi giocoso, che introduce un gruppo di mentecatti con la tutina scappati da un set di Guy Ritchie. Molto abbiamo imparato (su noi stessi), molto deve essere ancora spiegato (su quanto sia sbroccato il guru Jimmy Crystal), e Boyle ha messo in scena questo sanguinolento antipasto correndo sul filo dell’autocompiacimento e attenendosi a un principio antico quanto lo stesso genere zombie: evitare di infettarvi non vi darà la garanzia di restare umani.

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