I MORTI NON MUOIONO, il pubblico invece sì

Come sopravvivere alla zombie comedy di Jim Jarmusch.

di Alessandro Sivieri

La satira zombesca vince facile. In fondo la nostra società ha parecchio in comune con i non-morti, a parte lo stato di putrefazione e la dieta a base di cervelli umani. Con occhio cinico si può inquadrare la persona media come un essere privo di senso e scopo, che si trascina pigramente da un luogo all’altro, sbattendo contro le vetrine. È il consumismo acefalo, baby. Gli amati cannibali dell’oltretomba, consegnati alla gloria da George A. Romero, hanno visto una rinascita all’inizio del ventunesimo secolo: 28 giorni dopo di Danny Boyle e il remake de L’alba dei morti viventi di Zack Snyder ci hanno offerto una rilettura stilistica del genere zombie, con gli infetti rabbiosi che invece di barcollare al rallentatore corrono come dei centometristi dopati.

Un’altra branca importante è composta dalle commedie splatter, in primis Shaun of the Dead di Edgar Wright, Benvenuti a Zombieland e, almeno in parte, Quella casa nel bosco. Al capolinea di questo florido ventennio, in concomitanza con il Festival di Cannes, arriva Jim Jarmusch, autore di stampo indie che si è già cimentato nell’horror (Solo gli amanti sopravvivono) e che ha un punto di vista ben codificato sulla società occidentale. Posseduto da una smania citazionista, partorisce The Dead Don’t Die, un’opera che sfoggia platealmente la propria matrice senza recarsi da nessuna parte. Un omaggio al passato, soprattutto sul versante scenografico e costumistico, che riafferma l’ovvio con piglio svogliato. Benvenuti a Centerville, un villaggio “davvero carino” degli USA con 738 abitanti (bestiame compreso).

Siamo in un presente alternativo dove i cambiamenti climatici e la cosiddetta rottura dei poli della Terra (polar fracking) stanno causando danni al nostro ecosistema. I mass media e gli enti internazionali sono divisi tra negazionisti e studiosi allarmati. Intanto, in una sonnacchiosa cittadina, si avvertono le prime irregolarità. Due agenti di polizia, il commissario Cliff Robertson (Bill Murray) e il suo vice Ronald Peterson (Adam Driver), si recano a rimbrottare un eremita locale, colpevole del furto di un pollo ai danni di Miller (Steve Buscemi), un fattore razzista. Risolta in modo quasi pacifico la contesa, i due riprendono il giro di pattuglia. Riflettendo sulla lunghezza delle giornate, si accorgono che qualcosa non va e che la tranquilla routine del paese potrebbe essere spezzata a breve. Detto fatto, grazie al cataclisma globale i defunti si risvegliano e iniziano a mietere vittime. Starà ai due sceriffi contrastare l’invasione di non-morti, con l’aiuto della collega isterica Minerva (Chloë Sevigny) e della becchina Zelda (Tilda Swinton), trasferitasi da poco in città e con abitudini che definire peculiari è un eufemismo. Quando il tracollo della civiltà umana diventa palese, la pellicola manda in vacca la quarta parete e procede a tentoni verso un monologo finale di rara pedanteria.

Il primo atto funziona e, costruendo l’attesa per un’apocalisse imminente, espone la cifra stilistica di Jarmusch: inquadrature statiche, strade deserte, personaggi taciturni e l’onnipresente musica country. Sulla scena si affacciano dei cittadini statunitensi catatonici, persi in un vuoto ontologico ancora prima che i loro cari estinti risorgano dalla tomba per papparseli. Formidabile l’alchimia tra Bill Murray e Adam Driver. Il primo è uno sceriffo in eterno pre-pensionamento, lento e spaesato come se si trovasse in Non è un paese per vecchi (in effetti c’è l’ironia tipica dei fratelli Coen). Su Driver la nostra redazione si è spesa più volte in apprezzamenti. Il suo passato da militare, la costituzione fisica e i tratti facciali marcati gli consentono di impostare una mimica spassosa. Per farci ridere basta che il suo Roland arrivi sulla scena del crimine con una Smart cabrio, guardi in silenzio i presenti per degli eterni secondi e commenti con distacco le orride mutilazioni delle vittime. Il punto forte della regia è proprio l’umorismo minimal, dove ci si diverte quando non succede nulla e quando gli interpreti discutono su inezie.

Con la resurrezione di massa, a metà film viene smarrita la bussola narrativa. Gli zombie sono esteticamente curati e ci sono tutti gli elementi che rimandano a Romero o a Thriller di John Landis, dalla nebbiolina al cimitero di campagna. Eppure non si percepisce la concretezza di questi non-morti, che hanno l’unica funzione di rimando metatestuale all’ambientalismo e al consumismo. Sono un simbolo a cui vengono attribuite azioni ulteriormente simboliche, come cercare il wi-fi o una bottiglia di Chardonnay, replicando le ossessioni terrene. In omaggio alla tradizione, bisogna sparargli alla testa per eliminarli, ma quando succede emettono fumo nero (altra metafora dell’inquinamento). Un messaggio scontato, se pensiamo che già in Dawn of the Dead i dannati senza cervello si aggiravano tra gli scaffali di un centro commerciale. Gli zombie sono da sempre la personificazione del nostro nulla esistenziale e non serviva la predica di Bob l’Eremita (Tom Waits), che vive a contatto con la natura, mangia pollame sottratto a un elettore trumpiano e legge Melville.

Non è un caso che Bob, insieme a tre ragazzini che disquisiscono di scienza ed ecologia, sia l’unico a comprendere effettivamente la situazione. Certo, [INIZIO SPOILER] Driver conosce la storia a menadito perché ha letto il copione [FINE SPOILER], ma questa autoreferenzialità è un campanello d’allarme che sancisce l’esaurimento delle idee. Un espediente del tutto evitabile, insieme al personaggio della Swinton, tributo vivente a Kill Bill di Tarantino che non aggiunge nulla al racconto e se la squaglia in modo tremendamente kitsch. L’aspetto e l’atteggiamento dell’attrice forniscono qualche piacevole intermezzo, ma la sua esistenza è solo un divertissement.

La produzione è troppo impegnata a veicolare messaggi moralisti per raggiungere la sufficienza nella trama e ne esce un groviglio senz’anima di riferimenti alla cultura popolare e a tematiche d’attualità. Insomma, facciamo critica da discount sulla sovrapproduzione industriale. È come incidere la cover di dieci canzoni in una, cambiando qualche parola e assoldando dei bravi turnisti per suonare due note in croce. Da un lato i super-camei di artisti come Iggy Pop, giusto il tempo di un caffè, dall’altro comprimari che vengono tolti di mezzo alla bell’e meglio perché sviluppati male. Forse lo sguardo rassegnato di Murray ha una componente autentica e, se volete sopravvivere, meglio tornare a Zombieland con lui.

Vi lasciamo con la diretta post-visione dove Alessandro, Matteo e il collaboratore Massimo Terribile cercano di salvarsi dalla delusione funerea:

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