Mi hanno gettato tra gli Yautja e ne sono uscito capoclan.
di Alessandro Sivieri
I popoli dell’America centrale lo chiamano “Il diavolo che trasforma gli uomini in trofei”, e in effetti è venuto sul nostro pianeta per trovare qualche buon esemplare di essere umano, smembrarlo orribilmente, strappargli la spina dorsale e portarsi via il suo cranio lucido come souvenir. Anzi, come trofeo di caccia. Si tratta del cosiddetto Predator, ovvero di un membro della razza Yautja, tanto forte quanto spietato. In pochi sanno, però, che questo cacciatore è uno sportivo: se siete bambini o donne incinte, vi risparmia; se siete disarmati e avete il fisico di un lanciatore di coriandoli, vi risparmia; se con il suo termoscanner vi osserva mentre zoppicate dopo aver saltato due scalini, mentre vi dirigete alla parafarmacia per prendere i fermenti lattici o mentre uscite dall’auto con la schiena accartocciata, state certi che vi risparmia. Agli Yautja interessano i guerrieri capaci di tenergli testa, non i frequentatori del centro diurno per anziani di Cazzago San Martino.
Se poi questo guerriero riesce a resistere e ad abbattere uno Yautja in uno scontro leale, c’è la possibilità che l’uomo di guadagni il rispetto di questa specie aliena. I Predator, per farla breve, non si riducono a degli ugly son of a bitch con mantello dell’invisibilità e armi futuristiche, ma hanno una società strutturata, guidata da criteri tribali e gerarchici, con alcune eccezioni che forniscono dell’ottimo materiale narrativo: un membro disonorato può imbarcarsi in un’avventura perigliosa per riguadagnare la fiducia del suo clan, così come un estraneo può avere l’occasione di far parte del loro quotidiano. Nei fumetti vintage della Dark Horse Comics viene perfino mostrata una ragazza umana, Machiko Noguchi, che si distingue per il suo valore ed entra a far parte di un clan di Predator!
Il fascino di questa razza è innegabile e da decenni gli appassionati di sci-fi vengono conquistati dal design dei loro costumi e dal loro codice di condotta, rigido quanto quello degli antichi samurai. Non sono mancati, in proposito, i crossover cartacei, videoludici e cinematografici con un altro alieno di serie A, ovvero lo Xenomorfo, che nelle ultime iterazioni della saga rende questo legame infrangibile. Dal primo film con Arnold Schwarzenegger sono nati diversi seguiti, alcuni meno riusciti. Predators prodotto da Robert Rodriguez ha replicato la formula dell’originale, portando su pellicola qualche chicca come i Bad Blood (Predator che giocano sporco) e ampliando l’armamentario dei cacciatori; The Predator di Shane Black, apparso come attore al fianco di Schwarzy nel 1987, ci ha fatto pensare più a una war comedy con battute a bruciapelo e protagonisti schizzati. Il franchise sembrava diretto verso lidi incerti, complice l’acquisto dei diritti da parte del potentato Disney, fino a quando non è spuntato, zitto zitto, un colpo ben assestato di nome Prey.
Sorvolando sulla possibilità che una nativa americana alta un metro e un citofono possa sconfiggere uno Yautja nel pieno della forma, il film di Dan Trachtenberg ha i suoi punti di forza, dalla regia semplice ed efficace all’outfit di un Predator più primitivo, animalesco, che prende pure a cazzotti un orso! Il regista, che ha esordito a Hollywood con l’ottimo 10 Cloverfield Lane, è stato messo al timone della saga, e ha proceduto a sfornare l’antologia animata Killer of Killers prima di dedicarsi a un’espansione della lore micidiale, accollandosi il rischio di scontentare i puristi che da 40 anni esigono sangue e frattaglie. Parliamo di Badlands, un’opera della galassia disneyana lontana lontana, nel bene e nel male. Fortunatamente, l’asticella tende verso il bene.
Protagonista di questa epopea è Dek, giovane Yautja impersonato dallo stuntman Dimitrius Schuster-Koloamatangi, che per l’occasione ha imparato il linguaggio della razza, indossato un costume non propriamente comodo e portato Elle Fanning sulle spalle… ma questa è una storia per dopo. Apprezzabile il ricorso, per quanto possibile, al caro e vecchio prostetico, mentre per l’espressività facciale del Predator non si poteva che ricorrere alla potenza della CGI. Ora, chi è questo Dek? Lo smilzo della cucciolata, quello considerato debole. Per giunta, come viene spiegato dal regista, nei concept iniziali il personaggio doveva addirittura essere cieco da uno o da entrambi gli occhi, beccandosi un handicap fisico che non è certo il massimo in una società che punta tutto sulla performance e la forza fisica.
Dek, dicevamo, viene visto come un peso dal resto del clan, specie dal padre Njohrr (Reuben De Jong), che non può tollerare un individuo debole nella sua cerchia e che cerca solo un pretesto per liberarsi del figlio minore. Dal canto suo, Dek cerca disperatamente l’approvazione paterna, un’occasione per riscattarsi agli occhi della famiglia, e si addestra spesso con il fratello maggiore Kwei (Mike Homik), al quale guarda con ammirazione, in quanto possiede tutte le doti di uno Yautja che si rispetti. Quando i due combattono a colpi di spada, gli echi starwarsiani si intensificano, per poi esplodere quando il crudele papà Njohrr, in qualità di capo assoluto, uccide senza pensarci due volte Kwei, colpevole di aver salvato il fratellino da un’esecuzione. Dek giura di vendicarsi e di onorare la memoria di Kwei compiendo la sua prima caccia, che consiste nel portare a casa il trofeo del Kalisk, una delle creature più pericolose dell’Universo. Insomma, non c’è un Predator umanizzato in senso letterale ma c’è una dinamica relazionale di famiglia che ricorre negli esseri umani, un viaggio dell’antieroe che vuole portare a termine la missione a tutti i costi. C’è uno Yautja fragile, non necessariamente spietato, che deve maturare in fretta. Se decidiamo di stare al gioco, ci attende un’impresa niente male.
Il nostro Young Blood (anzi, Unblooded, in quanto non ha ancora abbattuto la sua prima, importante preda) precipita su un pianeta che pare l’incrocio tra la giungla di Jumanji e un bioma impazzito di No Man’s Sky. Qui incontra mastodonti corazzati e vegetali aggressivi, e i pezzi di equipaggiamento persi per strada equivalgono alle ferite guadagnate. Eppure, assistendo all’ennesima brutta fine evitata per un soffio, iniziamo a percepire la determinazione e la crescita di questo “figlio reietto” in cerca di un riscatto personale. Durante ciò che diventa un mutuo salvataggio, Dek fa la conoscenza di Thia (Elle Fanning), sintetica tranciata a metà che è giunta sul pianeta per delle ricerche scientifiche e che il nostro deve “accollarsi” di malavoglia, in quanto possiede informazioni utili sul Kalisk.
Thia fa parte di una squadra della Weyland-Yutani, la compagnia interplanetaria che abbiamo imparato a conoscere con Alien e che qui opera in bella vista, palesando l’intenzione di far incrociare nuovamente i rispettivi franchise, con tutta la viuuulenza del caso. Parlando di botte, non ci sono esseri umani in Badlands: il fatto che le fila della multinazionale siano composte da androidi funge da pretesto per mostrare sangue bianco e budella artificiali sullo schermo senza inficiare il rating e, conseguentemente, limitare la vendibilità del prodotto. Una ulteriore aggiunta al gruppo di protagonisti “scappati di casa” è Bud, creaturina aliena di ignote origini, che fraternizza con Dek sputandogli in faccia e imitandolo in tutto e per tutto. Bud è la componente Grogu della situazione, è come Suko per Kong, insomma è il nanerottolo che aggiunge carineria e che avrà un ruolo più ampio di quanto non si pensi al principio.
Nell’atto centrale la caccia al Kalisk si intreccia con un’altra urgenza, quella di tenere a freno le mire di Tessa, gemella malvagia di Thia e comandante del team di persone artificiali. La doppia interpretazione ci fa apprezzare la versatilità della Fanning, divisa tra la compagna d’avventure con venature da spalla comica e l’ambiziosa, fredda esecutrice dei protocolli, che non ci pensa due volte prima di vivisezionare qualunque cosa. Volenti o nolenti, entriamo in connessione con Dek e Thia, con questi non-umani muniti di umanissimi difetti che vengono catapultati in una vicenda improbabile e che devono imparare a comunicare, a sviluppare un pizzico di fiducia reciproca. Sputazze a ripetizione, regia dal respiro epico, e affiliamo le lame in attesa della resa dei conti finale, privi di certezza su quale sarà la vera preda.
Poco importa se il tracciato appare derivativo e orientato a fornirci la classica quest di vendetta, noi finiamo a gasarci per Dek, per l’underdog nato come il più inutile tra gli inutili e costretto a cavarsela da solo, a fare i conti con un mondo pericoloso e pieno di motivazioni complesse senza perdere il proprio senso dell’onore. Sfruttando le esperienze pregresse sul pianeta, arriva a costruirsi un equipaggiamento artigianale, mettendo a frutto ciò che ha imparato sul letale ecosistema e diventando cazzuto con grande soddisfazione. Come pubblico di genere siamo abituati a vedere degli umani con fucile al seguito che vengono braccati da uno Yautja veterano, e se alcuni vedranno questo ribaltamento di prospettiva come un attacco al franchise, chi ha la mente aperta di divertirà a osservare i progressi di uno sfavorito, l’imberbe che è arrivato a scegliersi un clan tutto suo e che ora è pronto a scrivere un altro capitolo della sua storia. Ricordatevi: a parteggiare per quello grosso sono buoni tutti.

