Il nuovo Monsterverse ci spiega che non serve la componente umana se umanizziamo le bestie.
di Matteo Berta

Ebbene sì, dopo una scia di palazzi frantumati siamo giunti ai mostroni tamarri. Boom boom, swish swish, clang clang, ruggito, fiato atomico. Il Monsterverse ha ormai compiuto dieci anni e questo è il risultato. Il punto di partenza è stato il Godzilla del 2014, diretto da Gareth Edwards, con il suo taglio serioso e militaresco. Per alcuni motivi abbiamo preferito il Godzilla di Emmerich, quello che molti fan si rifiutano perfino di riconoscere, ma vabbè. Poi è arrivato Kong: Skull Island, un’avventura vecchio stile in un continente perduto, accompagnata da una gustosa impostazione visiva e da concezione di allargamento dell’universo crossmediale del quale fa parte: Kong non è un antieroe animalesco in senso stretto o la minaccia finale, è l’inquilino di lusso di una realtà estremamente ampia e in continua espansione, dove il genere umano è costretto a rapportarsi con un fenomeno incontrollabile, ovvero specie gigantesche di Titani che riemergono dalla Terra Cava e che seguono le proprie regole. L’ecosistema del pianeta, all’improvviso, non è più a nostra misura e ci sentiamo ancora più piccoli e insignificanti, quindi per fronteggiare quello Strisciateschio alpha è meglio fidarsi dello scimmione, che non è né buono né cattivo e tiene alla propria privacy isolana.

Godzilla II – King of the Monsters ha preso una piega mitologica, spingendo il pedale sull’epicità, sulla rivalità tra mostri destinati a prendersi a mazzate e prendendo in prestito dai cinecomic diversi elementi, sia di linguaggio visivo che di svolgimento della trama (pensiamo tuttora che Michael Dougherty si faccia i segoni su Zack Snyder). Bene, era questione di tempo prima che i due Titani protagonisti (Godzilla e Kong) si trovassero faccia a faccia e litigassero un pochino, e Godzilla vs. Kong ha fornito l’occasione. Diretto da Adam Wingard, regista sbucato fuori dal circuito degli horror a basso budget, l’atteso scontro tra i due contendenti mostruosi di serie A è riuscito a… deludere un sacco di gente.

Non ci riferiamo alle botte da orbi, presenti in dosi massicce rispetto agli episodi precedenti, quanto a un tessuto narrativo fortemente impoverito e a una componente umana del cast dallo scarso carisma e dalle motivazioni poco chiare. Se perfino la gitarella di Kong nella Terra Cava – il luogo di origine della sua specie – ti sembra un segmento da serie tv, c’è qualcosa che non va nell’intera operazione. O forse sei tu che ti stai sbagliando e che pretendi la cosa sbagliata. Devi cambiare atteggiamento, allinearti alla mentalità da filmone di mazzate anni ’80 molto lineare, e allora qualcosa di buono lo trovi. Sei avvisato, caro spettatore: Adam Wingard è tornato per questo The New Empire, perciò tieni scollegato quell’angolino esigente del tuo encefalo se vuoi sperare di divertirti.

La questione divertimento, nello specifico, è legata all’annosa domanda: che cosa cerchi in un film? Se vuoi un giocattolone in continuità stilistica con quello del 2021 sei a posto. Godzilla e Kong: Il nuovo impero richiede un certo sforzo di fettasalamismo sugli occhi. Può essere considerato un buon film di mostri? Beh, anni di cinematografia mostrifera di serie B potrebbero confermare l’ipotesi, ma noi di Monster Movie ci siamo sempre battuti per supportare le pellicole con mostri che fossero in grado di nobilitare il genere e non relegarlo all’immaginario spazzatura ove spesso è stato identificato (creatura giganorme che salta addosso al suo avversario gridando “Rrrraaaaawrrrrrh!”). Pensiamo a pellicole come La forma dell’acqua di Del Toro o a Godzilla Minus One, che sono riuscite ad entrare di diritto nelle candidature e successive vincite dei premi e riconoscimenti per i film “quelli belli” secondo la critica internazionale. Ma c’è anche da riflettere sull’eredità storica di certi personaggi mostriferi che hanno saputo garantirsi un passato glorioso pur rimanendo all’interno di circoscrizioni di pellicole da botte.

Godzilla x Kong di Adam Wingard decide proprio di omaggiare un’epoca godzilliana che puntava principalmente a un intrattenimento senza fronzoli al limite (e oltre) della verosimiglianza artistica, ovvero andando a strizzare l’occhio alla tarda era Showa di Godzilla, piuttosto lontana dalle atmosfere dell’esordio del 1954, un vero e proprio film d’autore . Il Monsterverse nacque con l’idea di voler raccontare i Kaiju – o come sono stati “brandizzati” in questo universo, Titani – nel modo più “verosimile” possibile, privilegiando il punto di vista degli esseri umani e mostrando visivamente le sequenze in un modo credibile se mai succedesse nella nostra vita extradiegetica un’invasione di mostri grossi (e qui si torna a Edwards e al suo focus sul nucleo familiare protagonista). Godzilla vs Kong abbandonava completamente questa poetica in favore della spettacolarità fine a se stessa. È stato allora che la trasformazione del franchise è diventata palese, con le inquadrature spiate dal buco della serratura che hanno lasciato spazio alle royal rumble.

L’evoluzione artistica che rinuncia alla sospensione dell’incredulità ha proceduto di pari passo con l’intento di umanizzare sempre più i Titani, che sono passati da essere delle enigmatiche forze della natura a dei supereroi delle espressioni facciali antropomorfe e della dinamiche chiaramente umane. In questo film abbiamo addirittura una relazione genitoriale surrogata tra Kong e Suko, un piccolo della specie delle “grandi scimmie”, concettualmente simile al Minilla visto in televisione decenni prima. D’altronde è lo stesso regista a specificare di aver voluto raccontare una storia dal punto di vista dei mostri, i quali diventano giocoforza simili a noi nel comportamento e nelle reazioni emotive, in modo da creare un minimo di connessione con lo spettatore. Lo script non si esime da una impostazione del racconto legata alla nostra forma mentis, poiché sarebbe impossibile comprendere le logiche di una bestia completamente differente da noi e al contempo protagonista di un lungometraggio.

Ecco, mentre lo sviluppo di Godzilla appare lievemente sacrificato, ci si concentra sul passato e sulla razza dell’antropoide Kong, avvantaggiato dalla sua gamma espressiva maggiormente “umana”. La lore storica delle grandi scimmie viene approfondita e scopriamo la loro natura di “protettrici dell’umanità” in parallelo ai Titani “protettori della natura in generale”. C’è sempre qualcuno da proteggere, e in questo caso siamo noi. Bisogna proteggerci da noi stessi e, a volte, da minacce insormontabili. Questo rispecchia una tesi che sosteniamo da anni qui in Monster Movie: non esiste l’uomo senza il mostro e non esiste il mostro senza l’uomo, ma questo non significa che debbano essere presenti in scena a forza entrambe le “specie”. Gli esseri umani qui sono marginali quanto lo era Godzilla nel film di Edwards (dal punto di vista dell’approfondimento psicologico), se ci atteniamo al minutaggio.

In particolare questo coinvolgimento “umanizzante” dei mostri lo percepiamo al meglio nel percorso di crescita da padre surrogato di Kong nei confronti di Suko, piccolo della sua stessa specie scappato dal regno di Skar King, il villain principale del film, uno scimmione despota che schiavizza altre scimmie e che trae beneficio da una presentazione spettacolare del personaggio. Kong e il suo figlioccio hanno un rapporto inizialmente tormentato, salvo diventare col tempo compagni di avventure. La complessità della loro relazione è ben visibile in diverse sequenze, dove i due personaggi imparano a conoscersi e a fidarsi uno dell’altro. Il legame paritario tra i due viene messo in contrapposizione al rapporto di sottomissione tra Skar King e Shimo, una femmina Titana tenuta sotto scacco dal cattivo attraverso il potere dominatore basato sul dolore scaturito da un cristallo. Abbiamo quindi mostri in convivenza, mostri protettori della natura, mostri protettori dell’umanità e mostri distruttori. È davvero il caso di dire: più umani degli umani. Inclusa la tendenza ai cazzotti!

Bene, abbiamo parlato di un racconto mostrocentrico, di una indole adventure anni ’80 e della necessità di staccare il cervello, ma non è tutto oro quel che luccica, specie se consideriamo gli ingredienti base necessari al funzionamento di una storia che, per quanto lineare, deve avere nessi di causalità e punti di riferimento per apparire credibile. Nonostante la varietà di creature proposte in questa pellicola, si sente la mancanza di un vero villain carismatico in grado di polarizzare il rischio di un mondo in costante equilibrio tra superficie dominata da Godzilla e umani e un sottosuolo ancora troppo misterioso e inesplorato. I precedenti capitoli erano riusciti a raccontare al meglio dei cattivi che minavano l’ordine delle cose, basti pensare a King Ghidorah e il suo desiderio di terraformare il pianeta. In questo caso il cattivo non ha veri e propri obbiettivi, è un primate stronzone e basta. Le sue ambizioni vengono solamente giustificate all’interno di leggende tramandate dagli Iwi, abitanti della Terra Cava.

La trama si mostra comprensibile e godibile anche a un pubblico di bambini e ragazzi, che sembrano essere i veri target del progetto, dal momento che l’intero film propone tanti personaggi diversificati dal punto di vista del carattere e dell’estetica, che possono generare altrettanti giocattoli di riferimento, cosa sfruttata dalla Playmates. Esempio lampante è Kong, mostrato sia in forma base che con il braccio meccanico in dotazione, seguito da Godzilla in versione magenta. Queste varianti sono sufficienti da sole a produrre diverse tipologie di pupazzi e action figures, con somma gioia del reparto marketing. Pensate ai Batman prodotti da Joel Schumacher negli anni ’80, privi della profondità del dittico di Tim Burton ma prodotti con l’intento di riempire i negozi di giocattoli, come dichiarato dal medesimo regista. Sì, è il primo paragone che ci viene in mente.

La colonna sonora di Antonio Di Iorio (qui la nostra intervista) e Junkie XL ricalca perfettamente le sequenze ma è carente di originalità per quanto riguarda i leitmotiv: tendenzialmente vengono riproposti quelli del film precedenti e le new entry tematiche sono scarne e poco riconoscibili. Ma la score ha il pregio di variare dal punto di vista della costituzione stessa, proponendo partiture sinfoniche di stampo classico in dialogo con pezzi eseguiti interamente da sintetizzatori, in modo da coinvolgere ancora di più lo spettatore in una dimensione di modernità in costante approccio al passato leggendario delle civiltà dei Titani.

La scena migliore del film è sicuramente quella ambientata nel regno cavernoso di Skar King, una sequenza in grado di citare la schiavitù del popolo degli ebrei nel periodo storico del dominio degli imperatori (chiaro rimando al prologo de Il Principe d’Egitto), mixata a una storia avventurosa alla Indiana Jones; in particolare quel passaggio filmico ricorda molto la scoperta del tempio sotterraneo in Indiana Jones e il tempio maledetto. Altri riferimenti che possono arricchire l’esperienza citazionista della storia sono sicuramente da ricollegare a Jurassic Park; in particolare il primo atto sembra ricalcare la struttura narrativa classica dei film giurassici della Universal, dal momento che abbiamo degli animali gestiti da umani, in contrasto con una forza della natura incontrollabile e ineluttabile, e infine una spedizione di ricerca e salvataggio da parte di umani.

L’impronta della mano di Skar King su una roccia all’interno del regno della Terra Cava ricorda molto i graffi degli artigli lasciati sul muro del recinto dell’Indominus Rex (sì, ancora dinosauri nel calderone). Non manca la componente esotica per quanto riguarda le ambientazioni: il film è in grado di spaziare in molte parti del mondo, anche se le scene più importanti sono relegate all’Egitto e al Brasile, teatri degli scontri migliori tra i Titani. Abbiamo perfino un sapore nostrano nelle parti ambientate a Roma, con il nostro caro Godzilla che scorrazza per il Tevere e si riposa nel Colosseo! Un bellissimo rimando al mostro Ymir di A 30 milioni di km. dalla Terra, oltre che un omaggio del regista Wingard al suo gatto, che ama risposare bellamente in mezzo alla scrivania durante le riunioni di lavoro. Quel che si dice una presenza ingombrante!

Vi saranno ormai chiari gli elementi che rischiano di polarizzare la risposta del pubblico, un cocktail di ingredienti che creano un intreccio improbabile da un lato e tante mazzate sul cranio spettacolari dall’altro, convogliando il tutto in una battaglia finale che non capitalizza su costruzioni di pathos ma stupisce per la portata colossale e si serve di una CGI convincente. Il resto può impiccarsi, in primis i danni collaterali alle città e le vittime umane del caso, un po’ come gli Avengers quando radevano al suolo una metropoli pur di arrestare un’invasione e non erano frenati dagli Accordi di Sokovia. Il nostro pianeta diventa quindi un parco giochi per creature supereroiche e non c’è una Bella, ma solo tante Bestie con i propri intenti. Se dal vostro piccolo – anzi, microscopico – sceglierete di stare al gioco, troverete una scimmia in noi.
Non dimenticate di inciampare nella nostra videorecensione del film:
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