Maggie Gyllenhaal o il moderno spiegone.
di Matteo Berta e Alessandro Sivieri
Avete visto da poco l’ultima fatica di Del Toro e, non a torto, pensate che per una manciata di anni la parola “fine” compaia, vergata con piume d’oca, su Mary Shelley e la sua creatura, entrambe sviscerate, fatte a pezzi, ricomposte e messe sul placo per un balletto non appena si palesa la crisi della fucina delle idee. I classici della letteratura e, in generale, del nostro immaginario sono quel carburante a cui Hollywood fa ricorso quando gli spunti originali scarseggiano, quando il margine di profitto cala e si preferisce puntare su storie e nomi già dotati di background, e perciò spendibili.
C’è un altro caso, quello del talento emergente che vuole misurarsi con un mostro sacro, farne la sua rilettura. Sì, “rilettura” è un termine che spaventa, eppure qualunque sceneggiatura è filtrata da un punto di vista. C’è sempre un tocco personale, a prescindere dalla pressione che i produttori esercitano sul reparto creativo. Però, mettiamo che voi siate un regista con un certo budget in tasca e vogliate rivisitare un classicone: ve l’ha chiesto qualcuno? No. Bene, allora volete esibire a tutti la vostra cazzimma o avete davvero, davvero qualcosa da dire. Nel caso di Maggie Gyllenhaal, è stata ha una festa, ha visto un tatuaggio con la Moglie di Frankenstein, ha visto il film del 1935 e ha detto: “Oh acciderbolina, tutti a parlare della Sposa ma poi si vede solo alla fine!”.
Ecco, pensavate a un lungo riposo per la creatura, e invece è piovuto questo ennesimo colpo di fulmine che l’ha rianimata, anche se il vero colpo è tra Gyllenhaal e il minutaggio ridotto di Elsa Lanchester, l’immagine di Mary Shelley che si è creata in testa e il messaggio femminista utilizzato come premessa, se non come pretesto. La celebre attrice aveva già trionfato dietro la macchina da presa con La figlia oscura, suo esordio registico tratto dal romanzo di Elena Ferrante e applaudito alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ci è pure scappata qualche nomination agli Oscar 2021.
Ora, Gyllenhaal raggranella un budget di tutto rispetto (80 milioni di dollari), convoca un talento versatile come Jessie Buckley (già ne La figlia oscura e nel recente Hamnet) e convince altre celebrità a imbarcarsi nell’impresa, tra cui il fratello Jake nei panni di uno pseudo-Fred Astaire con l’aria da stronzetto, Christian Bale pieno di prostetico per incarnare il Mostro originale, Penélope Cruz e pure la sua vecchia fiamma Peter Sarsgaard, talmente scarso nella sua parte di sbirro corrotto che nemmeno riesce a piangere. Le premesse ci sono, ma aleggia anche quell’aria di volersi dare un tono da intellettuale, di dilettarsi con l’artsy-fartsy e al diavolo la consistenza narrativa. Un’operazione che voleva unire attraverso un’esclamazione di giustizia e che invece ha diviso… chiunque, dalla critica agli spettatori casual e gli appassionati di mostri. Alessandro Sivieri e Matteo Berta appartengono proprio alla loggia dei mostrofili, perciò carichiamoci con un altro po’ di Volt e andiamo a scoprire cosa ne pensano.
UN INVITO ALLA FESTA SBAGLIATA
di Matteo Berta
La sposa! è un film fortemente derivativo, costruito con l’intenzione evidente di sfruttare mode e formule di successo degli ultimi anni, mettendo insieme suggestioni che vanno dalla rilettura dei cattivi classici in stile Cruella fino alle versioni estreme e psicotiche di Joker e Harley Quinn, ma senza riuscire davvero a trovare una propria identità, anche perché queste tendenze risultano ormai superate. Il problema principale è proprio l’assenza di coerenza nel mix di elementi, infatti la protagonista viene descritta come instabile in modo più fastidioso che profondo, risultando più simile a una ribelle sopra le righe che a un personaggio davvero segnato da una crisi identitaria credibile, tradendo così anche il senso originale della figura della sposa di Frankenstein, che nasce da un presupposto moralmente disturbante, ovvero il desiderio egoistico del mostro di ottenere una compagna creata apposta per lui, condannata fin dall’inizio a una condizione di rifiuto e discriminazione.
Un elemento, quest’ultimo, che nei classici funzionava proprio perché portava a un esito tragico e inevitabile, mentre qui si tenta di trasformare tutto in un manifesto di emancipazione femminile inserito però in una struttura narrativa che continua a presupporre uno scopo imposto, creando una contraddizione di fondo. Nel mezzo sembra quasi che la regista Maggie Gyllenhaal abbia radunato un cast di altissimo livello più per affetto personale e giri di conoscenze che per una reale fiducia nel progetto, perché sulla carta nomi come Christian Bale o Penélope Cruz dovrebbero elevare tutto, ma qui finiscono per sembrare ospiti capitati alla festa sbagliata, a cui si aggiunge una regia confusa insieme a scelte fotografiche e musicali poco coordinate, con il film che prova a sfiorare il linguaggio del musical senza mai abbracciarlo davvero e finisce per imitare senza filtrare diversi lavori recenti, dando come risultato un insieme disordinato di idee dove emergono solo pochi spunti interessanti, mai abbastanza sviluppati per rendere l’opera davvero convincente.
SE SCAPPI TI SPOSO IL CADAVERE
di Alessandro Sivieri
Atmosfera molto noir, in bianco e nero, Mary Shelley che ti racconta di essere prematuramente scomparsa per un tumore al cervello e che quindi ha pubblicato il suo capolavoro Frankenstein ma non è riuscita a dirti tutto, cioè proprio tutto tutto. Non c’era tempo per parlare della Sposa, quella che ne La moglie di Frankenstein, sempre con Boris Karloff e con la regia di James Whale, compare solo per una manciata di minuti. Però ha cambiato tutto. La sua permanenza sullo schermo è inversamente proporzionale al suo impatto sui ruoli femminili e alla sua influenza culturale. Elsa Lanchester non è apparsa troppo tardi o di sfuggita: è apparsa quando doveva farlo per suggellare un epilogo tragico, per colpire lo spettatore nel modo più efficace e viscerale.
Perché la Sposa entra nell’equazione? Perché nel sequel del 1935, iconico quanto la pellicola precedente, il Mostro affronta un percorso di crescita interiore e, nonostante le delusioni esistenziali e le cicatrici che si moltiplicano (quelle con cui è nato, quelle dell’incendio del primo film), vuole essere amato. Sviluppa sentimenti, desidera una relazione alla stregua di un normale essere umano. La sua aspirazione è condivisibile, il nodo cruciale è la modalità egoistica con la quale si realizza, perché la futura moglie, una creatura simile a lui, viene fabbricata come un abito su misura. E se quest’ultima non fosse d’accordo? Se rifiutasse, oltre al grottesco matrimonio combinato, perfino la sua misera esistenza?
Un dilemma etico affrontato, innanzitutto, dal dottor Frankenstein (Colin Clive), che rifiuta di rispolverare i vecchi esperimenti, almeno finché non viene sedotto da un altro mad scientist, il dottor Pretorius (Ernest Thesiger), che è anche il suo antico mentore. Pretorius gli prospetta la creazione di una razza artificiale, in grado di superare i nostri limiti, partendo proprio dalla Sposa. Quando il Mostro, spazientito, rapisce sua moglie Elizabeth (Valerie Hobson), il dottor Frankenstein si trova costretto ad accettare. Viene alla luce, in un processo che sfida per la seconda volta le leggi della natura, una potenziale compagna per il Mostro di Karloff, guardata da quest’ultimo con affetto e speranza.
Il personaggio della Lanchester viene introdotto in scena con le sue movenze da bambola scoordinata, lo sguardo spiritato e l’acconciatura ispirata a quella di Nefertiti, insieme al motivo bianco della saetta, a ricordarci che è stata una scarica elettrica a infondere nei due esseri la scintilla della vita… due anime che provano emozioni e soffrono, intrappolate in sagome grottesche, assemblate da molteplici resti umani. Allo smarrimento sopraggiunge l’orrore, un panico cieco e animale sia per la propria condizione che per la prospettiva di finire tra le braccia di uno sconosciuto dall’aspetto non proprio rassicurante. Svanita l’ultima illusione di felicità, il Mostro esorta Henry ed Elizabeth a fuggire, facendo poi saltare il laboratorio. Nell’esplosione troveranno la fine lui, la Sposa e Pretorius, punito per il suo perverso god complex. Ah, ciliegina sulla torta abnorme, Elsa Lanchester interpretava anche Mary Shelley nel prologo, intenta a illustrare a marito e amici il prosieguo ideale della sua opera, proprio come fa Jessie Buckley in questo strano, stranissimo caso, un film che come il Mostro pare assemblato con pezzi di più generi che non riescono a trovare una coesione.
Ecco perciò Mary Shelley, ambigua, intenta nella performance del suo monologo di stampo teatrale, che comunica allo spettatore le sue intenzioni: per dare voce a chi non ne ha mai avuta, intente possedere un altro corpo, nella fattispecie quello della prostituta Ida (sempre la Buckley), che vive nella Chicago del 1936 e per mantenersi è costretta a intrattenere i loschi figuri della mala locale. Per la cronaca, non sopporta le ostriche e nemmeno i tizi maleducati che le mettono le mani addosso. Conosce in particolare le malefatte del boss Vito Lupino (Zlatko Burić), che è solito far sparire giovani ragazze tagliando loro la lingua. Durante una cena con dei clienti rattusi, la possessione ha inizio e la protagonista, non riuscendo a celare la sua indignazione, inizia a inveire contro il capo mafioso, elencandone le malefatte davanti a tutti.
La vicenda viene resa grottesca dalla sindrome di Tourette di cui soffre Ida, che la porta a pronunciare frasi fuori contesto e citazioni letterarie a profusione, vuoi per lo spirito della Shelley, vuoi per far capire che è una persona colta. Va avanti per tutti il film con questo schema, come se avesse ingoiato un’antologia della letteratura moderna e contemporanea, e lo script è talmente asservito al suo peculiare modo di esprimersi da rendere sconclusionato tutto il resto, inclusi i botta e riposta tra i personaggi e le manifestazioni di intenti. A un certo punto, con un po’ di malizia, viene da pensare che sia la regista a voler esibire una collezione di letture, rendendo monotono perfino un espediente come la Tourette.
Beninteso, Jessie Buckley è spaziale nel ruolo e porta sulle spalle l’intera produzione, con un contributo non trascurabile di Frank, il Mostro originale, che ha il volto ben truccato di Christian Bale: la creatura vaga per il globo da un secolo, evitata da tutti e schernita per il suo aspetto, e ha assunto il nome del suo artefice. Frank, come possiamo intuire, è incredibilmente solo e fa visita alla dottoressa Cornelia Euphronious (Annette Bening), le cui ricerche sulla rianimazione di piccoli mammiferi sono promettenti. Alla stregua del cult degli anni ’30, il Mostro chiede una compagna simile a lui e la scienziata, dopo una iniziale titubanza, accetta. La cavia per l’esperimento è, guarda caso, il cadavere di Ida, uccisa dagli sgherri di Lupino per aver parlato troppo.
Nella ragazza viene infusa nuova vita, facendola risorgere con l’acconciatura da elettroshock e una spruzzata di fluidi medici che le fanno il trucco sbavato. Frank prova ad attaccare bottone con Ida e la convince che prima di un terribile incidente i due si conoscevano ed erano destinati a sposarsi. Inoltre lei si chiama Penelope Rogers. Come Ginger Rogers. Capito, luridi villici? Non è un caso che l’idolo cinematografico di Frank, Ronnie Reed, sia Jake Gyllenhaal che costruisce un personaggio piacione e ballerino molto simile a Fred Astaire. La coppia sembra nata per ballare, per fuggire insieme e fare un po’ di casino.
Ida si convince, con alcuni dubbi che spiano dalla serratura, di essere Penelope detta “Penny” e di aver detto il fatidico “Sì” a Frank tempo addietro. I due si mettono in viaggio, incappando in feste di periferia dove si radunano altri emarginati sociali (prostitute, travestiti) e vivendo alla giornata. Le luci sfavillanti, le sale da ballo, i costumi prendono ispirazione dagli anni ’30 ma risultano evidentemente più pop dello standard della ricostruzione storica, quasi favoleschi, come quel Baz Luhrmann che ci ha abituato alle messe in scena opulente e agli spettacoli di danza. A guardare lavori come Il grande Gatsby si percepiva un mix di vintage e moderno, accostamenti visivi e sonori che per quanto audaci riuscivano a funzionare, a trasmetterci la prospettiva del regista. Ebbene, qui è evidente lo sforzo ma non si arriva alla conclusione, come se a ogni sequenza mancasse il punto esclamativo infilato nel titolo.
Avete presente un musical? Ci sono le parti cantate, con coreografie e ritornelli, e si tratta del fulcro di questo tipo di film. Nel mezzo ci sono dialoghi che presi singolarmente avrebbero poco senso, ma servono a tenere il ritmo costante, a sviluppare la trama e a trasferire i personaggi dal luogo A al luogo B, in attesa che esploda il prossimo numero. Bene, La Sposa! ha un linguaggio da musical senza esserlo, e finisci per aspettarti quella sequenza da Broadway che puntualmente non arriva. Gli scambi di battute, vuoi per l’approccio alla scrittura, vuoi per la Tourette onnipresente, risultano atipici e inconsistenti per una pellicola che avanza come un gigantesco preludio a qualcosa, incapace di reggersi sulle proprie gambe. C’è perfino un accenno a come potrebbe giovare una declinazione musicale quando Frank conosce dal vivo Ronnie Reed e ne esce svilito, con grande agitazione di tutto il salone da ricevimento e la polizia che sopraggiunge. “Vorrei ma non posso essere Baz Luhrmann, o anche un Rob Marshall. Aspetta, non ho mai voluto esserlo, non ne sono sicura, intanto ammirate la sottocultura dei freak!“.
L’evoluzione logica di una fuga di stramboidi è l’avere a che fare, prima o poi, con atti criminosi e con i tutori della legge. La coppia inizia a uccidere e a rapinare, partendo dall’autodifesa per giungere a un rifiuto caotico e sfacciato di quella società che li vede come mostri. Un po’ Bonnie & Clyde, la celebre coppia di banditi, un po’ anche Mickey e Mallory di Natural Born Killers, specie se guardiamo alla loro esposizione mediatica: le imprese del duo conquistano i giornali e, di conseguenza, l’opinione pubblica, con le donne oppresse dalla società patriarcale che decidono di truccarsi come Joker Ida e di reclamare la loro facoltà di autodeterminarsi. Gli investigatori che dovrebbero porre fine a questa folie à deux sono il detective Mills (Peter Sarsgaard) e la sua partner Myrna Malloy (Penélope Cruz). Il primo è un ex della regista in una prova attoriale da scarico del lavandino, che per giunta ha dei trascorsi sentimentali con la Sposa; la seconda viene scambiata per la segretaria e deve farsi strada in un ambiente, quello della polizia, maschiocentrico per tradizione.
I messaggi dell’operazione arrivano forti e chiari: rivincita dei “brutti”, emancipazione femminile, lo smascheramento talvolta brutale e distruttivo di una società dedita al conformismo e al soffocamento del dissenso. Qualcosa di promettente da diluire in una storia monster che si ibrida con il gangster movie, e invece il piatto finito è una lezione, un almanacco di citazioni e di nobili intenti che finisce per oscurare la narrazione e la natura dei suoi personaggi, i quali finiscono in una gabbia metafilmica più grande di quella da cui stanno fuggendo. Vengono trasformati, in definitiva, da individui ad accessori di un megafono, da agenti del caos a contenitori di simboli. E non basta qualche momento azzeccato come gli spiccioli pescati dalla fontana, una parentesi di dolce vita in mezzo al sudiciume e alla discriminazione. Esperienza da ripetere? “Preferirei di no”.

