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LION – Recensione del vero live action de Il Re Leone

lion kio documentario national geographic cover della recensione

E se vi dicessi che il vero live action de Il Re Leone è arrivato soltanto adesso?

di Matteo Berta

È disponibile su Disney+ “Lion”, la nuova serie National Geographic prodotta da Jon Favreau, e credo che per noi appassionati de Il Re Leone sia praticamente impossibile guardarla senza pensare continuamente alla storia di Simba. Partiamo però dalle dimensioni incredibili di questo progetto, perché una cosa del genere praticamente non era mai stata fatta prima. Una troupe ha seguito i leoni del Masai Mara, in Kenya, per oltre quattro anni, accumulando circa 1.400 giorni di riprese. L’obiettivo era osservare un vero branco abbastanza a lungo da poter raccontare non semplicemente alcuni momenti della sua vita, ma un’intera storia.

E quella storia, incredibilmente, è uscita fuori davvero. Il protagonista che è emerso da questo enorme lavoro si chiama Kio, un piccolo leone nato nel branco guidato dalla coraggiosa matriarca Summer, sua madre. Lo conosciamo da cucciolo, piccolo e vulnerabile, e attraverso i quattro episodi lo vediamo crescere, affrontare pericoli, perdite, separazioni e il rapporto con i suoi fratelli, fino a seguire la sua vera e propria ascesa verso l’età adulta e la possibilità di diventare, finalmente, un re.

La cosa affascinante è che Kio non era stato scelto in anticipo come protagonista. La produzione iniziò seguendo decine di leoni e soltanto con il passare del tempo si rese conto che, davanti alle telecamere, stava emergendo spontaneamente una storia incredibilmente cinematografica. Ma puntare tutto su Kio significava anche accettare un rischio enorme: nessuno sapeva se sarebbe sopravvissuto. Kio era nato più piccolo degli altri e le sue probabilità di arrivare all’età adulta non erano affatto scontate. Nel corso degli anni la troupe aveva inevitabilmente creato anche un legame emotivo con lui e, ogni volta che tornava nel Mara, la domanda era sempre la stessa: Kio sarà ancora vivo?

Favreau ha raccontato addirittura di aver ricevuto telefonate dall’altra parte del mondo in cui gli comunicavano di aver perso Kio, per poi scoprire successivamente che era ricomparso. Ed è forse questo uno degli aspetti più belli dell’intero progetto: mentre gli autori si affezionavano sempre di più a questo animale e cominciavano a costruire l’intera serie intorno alla sua vita, la natura non garantiva loro alcun finale. Non potevano sapere se Kio sarebbe sopravvissuto, se sarebbe scomparso o quale direzione avrebbe preso la sua storia E c’è un dato che rende tutto questo ancora più impressionante: dei circa venti cuccioli osservati dalla produzione, Kio è stato l’unico a raggiungere l’età adulta. Pensiamo quindi a quanto sia straordinario il materiale che abbiamo davanti: quattro anni di riprese durante i quali nessuno poteva sapere se il protagonista di questa storia sarebbe arrivato alla fine. Ed è proprio qui che LION diventa qualcosa di speciale per chi ama Il Re Leone.

Jon Favreau nel 2019 ci aveva mostrato la sua versione fotorealistica del classico Disney, interamente realizzata attraverso la computer grafica. Questa volta, invece, potremmo quasi dire che abbia realizzato il vero live action de Il Re Leone. Perché qui non c’è CGI, non c’è un copione che stabilisce cosa debba succedere a Kio e non ci sono animali digitali. Eppure la natura ha costruito davanti alle telecamere una storia che presenta sorprendenti similitudini con quella di Simba: un cucciolo che nasce all’interno di un branco, cresce affrontando enormi difficoltà, viene messo alla prova dalla vita e intraprende il proprio percorso per diventare adulto e conquistare il suo posto nel mondo.

E questa sensazione è rafforzata anche da una scelta tecnica davvero azzeccata: molte riprese vengono effettuate praticamente a raso d’erba, all’altezza dei leoni. Invece di osservare continuamente gli animali dall’alto o dalla classica prospettiva distaccata del documentario naturalistico, la macchina da presa si abbassa e cerca il loro punto di vista. L’erba diventa enorme, gli altri animali appaiono davanti a noi come li vedrebbero i leoni e abbiamo quasi la sensazione di muoverci insieme al branco. È una scelta apparentemente semplice, ma che aumenta tantissimo l’immersività e contribuisce a trasformare quello che stiamo vedendo da semplice documentario naturalistico a racconto cinematografico vissuto ad altezza di leone.

E persino il nome Kio farà inevitabilmente scattare qualcosa nella testa degli appassionati più accaniti de Il Re Leone: è impossibile non pensare a Kion, il giovane protagonista di The Lion Guard. Una coincidenza, certo, ma decisamente curiosa. Ma i legami con Il Re Leone non finiscono qui. Ad accompagnarci nella storia, nella versione originale, è infatti la voce di O.J. Lynch. E se il suo modo di raccontare la storia di Kio sembra particolarmente adatto, un motivo c’è: Lynch ha già vestito i panni di Mufasa nella produzione teatrale di The Lion King. E anche questa scelta non sembra affatto casuale. Per il narratore, la produzione cercava infatti una voce profonda e autorevole che potesse richiamare quella del leggendario James Earl Jones.

Il risultato aggiunge un ulteriore livello di familiarità alla serie: è quasi come se fosse proprio la voce di Mufasa ad accompagnarci nella crescita di questo nuovo, vero giovane leone. A rendere ancora più cinematografico il racconto c’è poi un altro elemento fondamentale: la musica di Hans Zimmer e dei suoi Bleeding Fingers Music Group, con il coinvolgimento anche del Nairobi Chamber Chorus e di Lebo M., un altro nome che gli appassionati de Il Re Leone conoscono decisamente bene. La musica si inserisce perfettamente nel racconto naturalistico, conferendogli una dimensione molto più drammatica ed epica. Ma la grande sorpresa è che durante la serie riaffiorano anche rivisitazioni e nuove registrazioni di temi musicali storici de Il Re Leone, inserite intelligentemente nei momenti chiave senza trasformare LION in una semplice operazione nostalgia.

E c’è una scena che, personalmente, mi ha emozionato più di tutte. Kio alza lo sguardo verso un immenso cielo stellato, quasi cercando nei suoi predecessori e nei membri della sua famiglia che non ci sono più la forza necessaria per continuare il proprio viaggio. E lì è davvero impossibile non pensare a Il Re Leone. È uno di quei momenti che sembrano usciti direttamente dalla filosofia di “He Lives in You”: chi è venuto prima di noi continua in qualche modo a vivere dentro di noi e può darci la forza necessaria per andare avanti. Solo che questa volta non c’è uno sceneggiatore che ha deciso di raccontare una storia, tutto questo…

È successo davvero.

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