THE BOY – Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il pupazzo.

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THE BOY – OVVERO COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE IL PUPAZZO

Una Recensione di Alessandro Sivieri.

Vi svelo un piccolo segreto: ho sempre avuto una dannatissima paura dei pupazzi e delle bambole. Questo non significa che scapperei urlando di fronte all’ultimo modello di Barbie della vostra nipotina, ma diciamo che quei simulacri in miniatura dell’essere umano, con i loro occhi vitrei e i tratti perfetti o grotteschi a seconda del caso, mi fanno impressione. Di certo non dormirei sonni tranquilli sapendo che uno di loro si trova nella mia stanza, immobile e con lo sguardo fisso nel buio. Portando il discorso sul piano cinematografico, se sono riluttante ad assistere a La bambola assassina o alla scena del manichino meccanico di Profondo Rosso, affronto con sicurezza prodotti più recenti come Annabelle o il pur pregevole Dead Silence di James Wan.

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L’altra sera invece mi sono visto The Boy di William Brent Bell, nella cui filmografia troviamo, almeno per ora, soltanto pellicole di genere horror. Il film in questione aveva solleticato la mia curiosità ancora l’anno scorso, quando ho avuto modo di vederne il trailer al cinema. Maledicendo me stesso, ho dato inizio alla visione sapendo che la sola presenza del feticcio che dà il titolo all’opera mi avrebbe comunque spaventato, a prescindere dalla qualità oggettiva di quest’ultima. Insieme a una buona dose di tensione ho invece trovato qualche bella sorpresa, poiché la storia e i personaggi risultano, se non originali, perlomeno azzeccati. Questa è anche un’utile premessa: se siete in cerca di un prodotto carico d’innovazione, lasciate perdere, perché i tratti stilistici (i più malevoli li chiamerebbero cliché) del genere ci sono tutti, dall’ambientazione alla protagonista. Quest’ultima, interpretata da Lauren Cohan, è una ragazza americana tanto carina quanto riservata, e guarda caso è in fuga da un passato torbido; arrivata in Inghilterra, dove è intenzionata a trovare lavoro come bambinaia per mantenersi, finirà nella solita magione decadente (con tanto di mobili polverosi, dipinti antichi e parquet scricchiolante) abitata da una coppia inquietante, che intende affidare il figlioletto alle amorevoli cure della giovane per concedersi una vacanza. Fin qui tutto normale (anzi, mica tanto), se non fosse che il bambino in questione è una bambola. E se una persona assennata sarebbe già fuggita con tanto di sgommate sul vialetto, la nostra eroina, forse in preda alla disperazione, accetta il lavoro; dovrà restare sola in casa con il pupazzo – che i due trattano come se fosse un bambino vero, in pratica il miglior sogno bagnato di Pinocchio – seguendo una ferrea lista di regole atte a garantirne la felicità.

In seguito alla partenza dei due, la giovane si fa cogliere dallo scetticismo e abbandona il pupazzo a se stesso; come da copione si verificano alcuni eventi paranormali, che porteranno la ragazza a pensare che Brahms (questo il nome della bambola) nasconda un segreto piuttosto minaccioso. Decide perciò di assecondarne la volontà, prendendosene cura come se fosse vivo, arrivando quasi ad amarlo e portandosi pericolosamente sull’orlo della follia. Non rinuncia però a indagare sulla famiglia che la ospita, finendo per scoprire che il Brahms in carne e ossa è presumibilmente morto giovane, e che potrebbe aver preso possesso della bambola. Nel frattempo alcune cause esterne portano all’infrazione di parecchie regole della lista, cosa che farà imbestialire non poco lo spirito del bambino.

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Non vi svelo l’ultimo atto, che presenta un turning point in grado di farsi apprezzare, nonostante la sua prevedibilità. Lo stesso dicasi per lo scontro finale vero e proprio. Ovvio che gli autori non si siano scervellati per imbastire una trama fuori dagli schemi, ma hanno avuto il buon gusto di giocare bene le proprie carte: nessun elemento del film si discosta da quanto visto nell’ultimo ventennio, ma siamo di fronte a un’opera compiuta e godibile. Il pupazzo risulta genuinamente sinistro, e con un po’ di autosuggestione non è difficile avvertire l’entità maligna che si nasconde dietro il suo volto di porcellana, anche grazie ai generosi primi piani offerti dalla regia; altro punto di forza è il design sonoro, con una vasta gamma di rumori e risate infantili, che qualunque produzione horror rispettabile non deve mai farsi mancare; la recitazione è invece nella norma. Mai difetti?

Certo, se per arginare la tensione volete ricorrere al buon senso e radiografare l’opera, ne troverete un po’, a partire dal solito abuso di jump scare (che a detta del sottoscritto andrebbero messi da parte per tornare a tipo di horror più “primitivo”) fino alla cronica mancanza di logica dei protagonisti, che tendono a non fiutare mai il pericolo e, in generale, a complicarsi la vita: avete presente la massima “Se la casa è stregata, non andare in cantina”? Ecco, se è già rischioso dover restare soli con un manichino malvagio in una casa sconosciuta e gigantesca, tanto varrebbe non curiosare in giro con il rischio di mettersi nei guai, senza la possibilità di chiamare aiuto. O ancora, mai una volta che i protagonisti in fuga si accorgano di essere in sovrannumero e cerchino di affrontare a muso duro l’inseguitore di turno. Vero, queste critiche sono altrettanto scontate. Senza una buona dose di sfiga e incoscienza, nessuna persona normale si ficcherebbe nei guai, quindi addio film horror. Infatti è quasi d’obbligo, in questi casi, scollegare il cervello: perché preoccuparsi della logica in un film di pupazzi posseduti?

Più interessante è invece adottare questo buon film come pretesto per una riflessione, in parte personale, sul perché le bambole ci spaventino tanto. Ho scoperto di recente che questa paura ha anche un nome: pediofobia. Purtroppo, non essendo psicologo, non posso fornire un parere clinico sull’argomento (cosa che qualche dottore ha già fatto), ma come devoto studente del genere horror e dei suoi effetti sulla mente dello spettatore, qualche indizio riesco a coglierlo: a spaventarci non sono i tratti più o meno grotteschi di un pupazzo o le sue dimensioni (anche se quest’ultimo parametro varia da persona a persona), ma la sua stessa natura, ciò che rappresenta: è a tutti gli effetti un nostro simulacro, un oggetto inanimato che però è ispirato a un essere vivente; ne consegue un’ambiguità che può essere percepita come sbagliata, innaturale. Pensiamo a una marionetta dall’aspetto molto verosimile che però si muove in modo brusco e meccanico: in molti di noi la sorpresa lascerebbe posto alla repulsione, perché quella cosa non è viva ma è realizzata per sembrarlo. A peggiorare la situazione ci pensa il suo sguardo vitreo, con gli occhi sempre aperti, come quelli di un predatore in agguato; in questo caso la nostra paura ancestrale farebbe capolino, portandoci a credere che quegli occhi siano sempre puntati di noi, un po’ come quelli del piccolo Brahms; l’attenzione dello spettatore è tutta per lui, in una sorta feticismo del volto inumano nel quale il cinema horror ha trovato terreno fertile. Se infatti abbiamo il terrore che il pupazzo muova la testa o si metta a camminare, da un lato vogliamo disperatamente che lo faccia.

 

 

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