LA SOTTILE LINEA ROSSA – QUANDO MALICK RAGIONAVA

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di Alessandro Sivieri

Da The Tree of Life in poi il filosofo texano Terrence Malick è diventato una specie di fotocopiatrice, non potete negarlo. La sua già ragguardevole vena ermetica ha raggiunto l’apice e il regista sembra pensare più a se stesso che al pubblico, in un vuoto comunicativo. La fotografia virtuosa, la natura come co-protagonista, i poetici voice over degli interpreti sono diventati un mero esercizio di stile. Com’è possibile che un regista da quattro lungometraggi in trent’anni sia improvvisamente entrato in una fase di frenesia creativa, sfornando un lavoro dietro l’altro? È ossessionato da un tipo di film che non riesce a creare o ha semplicemente perso la bussola? Perché a questo punto l’unica speranza è che l’imminente Song to Song, accompagnato come sempre da un cast d’eccezione, non sia un’imitazione di Knight of Cups, che rimanda a To the Wonder, che ricalca The Tree of Life, che insomma io boh.

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A un certo punto uno deve anche arrabbiarsi. Malick è sempre stato un punto di riferimento per il bagaglio culturale del sottoscritto. La sottile linea rossa è stato il film che mi ha fatto interessare al cinema, quello con una marcia in più. Dimenticate le uscite recenti, questo è un lavoro da vero Malick, all’epoca di nuovo in gioco dopo vent’anni di assenza. Un film che non è di guerra ma sulla guerra, ambientato nel Pacifico e confrontato ingiustamente con Salvate il soldato Ryan, di cui rappresenta l’antitesi. Le scene belliche e la violenza non mancano ma il fulcro sono le riflessioni dei soldati americani, che come da tradizione comunicano con il pubblico tramite una voce fuori campo. La parola viene sostituita dal flusso di coscienza. È proprio da quest’opera in poi che moltissime star di Hollywood, affascinate dalla leggenda del regista, faranno di tutto per partecipare alle riprese, recitando gratis o in camei di pochi secondi.

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Su tutti i volti noti spiccano quelli del soldato Witt (Jim Caviezel) e del sergente Welsh (Sean Penn), due persone dal pensiero profondamente diverso: uno è spirituale, pacifista, un po’ come l’Andrew Garfield di Hacksaw Ridge, l’altro è guidato dal cinismo di chi ne ha viste troppe. Intorno a loro vivono e muoiono svariate figure, tra soldati semplici e alti ufficiali, tutti alle prese con la guerra contro i giapponesi ma anche con se stessi e con il significato della vita, della morte, di quell’assurdo conflitto tra esseri umani.

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E poi abbiamo gli scorci tanto amati dall’autore: alberi, praterie, spiagge. La natura viene inquadrata con una bellezza che farebbe sfigurare qualsiasi documentario ed è percepita come un’entità quasi senziente, un dio impassibile che contempla le scelleratezze degli uomini, custodendo una verità ignota ai più. Come ciliegina sulla torta abbiamo la colonna sonora un Hans Zimmer al suo meglio. Malick è anche celebre per i tagli e i lunghi tempi di post-produzione, quindi è accertato che molti personaggi secondari, insieme a diversi brani di Zimmer, rimarranno celati per sempre. Se cercate un film corale, un racconto bellico dove i pensieri colpiscono più delle pallottole, dovete conoscere questa summa artistica di Malick. Venendo a patti con la trama evanescente e la proverbiale lentezza avrete l’occasione di entrare in uno stato mentale tutto nuovo, una sinistra quiete dove vi porrete domande più grandi di voi. Se poi volete ridimensionare un mito, guardatevi anche le opere seguenti, consci del fatto che non vi sentirete ugualmente appagati.

La sottile linea rossa

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