Non sai se chiamare Brendan Fraser per farti due risate o Padre Merrin.
di Alessandro Sivieri

Gli antichi egizi, popolo di astronomi, chimici, mistici e soprattutto architetti. Sapevano realizzare di tutto, con innovazioni e soluzioni ingegneristiche che ancora oggi ci stupiscono. Parlando di civiltà del passato, chi ha avuto la fortuna di visitare siti come le Piramidi di Giza, Abu Simbel e la Valle dei Re, afferma che dopo aver visto meraviglie del genere, difficilmente si potrà rimanere impressionati da altro (antica Grecia, Cina e Mesoamerica ci vanno vicino). Le piramidi, le mummie e i geroglifici hanno infranto gli argini delle scienze archeologiche per diventare icone pop, simboli dei fasti della nostra specie; un tesoro di materiale immaginifico che ci consente di rivivere epoche remote e inventare storie. E allora, ragionando come un produttore in cerca della formula vincente, perché l’Egitto fa tanta presa su grandi e piccini?

Forse perché ha radici plurimillenarie, tant’è che due o tremila anni fa i suoi abitanti convivevano con templi e monumenti già vetusti, edificati da dinastie di faraoni che venivano celebrati come divinità. C’è del potenziale in questo, come ha intuito la saga di Assassin’s Creed o quel bellimbusto di Indiana Jones. A ciò aggiungiamo il culto dei morti, che costituiva una fetta importante della quotidianità e che influenzava l’arte e la pianificazione urbana. Il trapasso era a tutti gli effetti il passaggio a un altro piano esistenziale, e perciò il corpo e l’anima dovevano essere preservati integralmente. Da qui le tombe, riccamente decorate, di figure prominenti come sovrani, sacerdoti e scribi. Dalle prime scoperte archeologiche alla stesura di romanzi e racconti, è cresciuta l’attrazione comune per questi luoghi oscuri, misteriosi, dove le sabbie celano l’entrata di cunicoli colmi di trabocchetti e tesori inestimabili. Non dimentichiamo poi le stanze segrete e le maledizioni che procurerebbero agli incauti esploratori una morte truce e dolorosa.

Nel corso degli anni ’30 la Universal Pictures decise di mettere a frutto il senso di mistero e i risvolti oscuri della tradizione egizia, ed ecco che si aggiungeva un “mostro” nuovo di zecca ai fortunati Dracula e Frankenstein, entrambi del 1931. Siamo nell’anno immediatamente successivo e la produzione mette alla regia Karl Freund, che aveva curato la direzione della fotografia del Dracula di Tod Browning e pure di Metropolis di Fritz Lang. In pratica uno che sa dove girarsi e come girare, specie se si tratta di una mummia che si rigira nel sarcofago. Ebbene sì, il mostro è una mummia antichissima, riesumata da studiosi e riportata in vita grazie all’incauta lettura di un papiro che si rivelerà essere il Libro di Thot.

Per la parte viene scelto nientedimeno che Boris Karloff, fresco del successo di Frankenstein, ricoperto ancora una volta di trucco (e parecchi metri di lino) per portare in scena una creatura rediviva. Il suo personaggio è un rispettato sacerdote che, condannato a una mummificazione punitiva, risorge nel 1921 e si dà da fare per rapire la reincarnazione della sua amante perduta Ankh-es-en-Amon (Zita Johann) e sacrificarla, in modo da ricongiungersi con l’originale e vivere felice, contento e reidratato dopo secoli di secchezza delle fauci.

Invero è esistito un Imhotep storico: si tratta di un famoso ingegnere, medico e astronomo vissuto durante la III dinastia egizia; egli servì il faraone Djoser come ministro e consigliere fidato, ma le analogie con la versione filmica si limitano a questo. A differenza di Dracula e Frankenstein, non esisteva un romanzo di culto su Imhotep o su qualche mummia dannata per l’eternità da adattare per il grande schermo. Qualcosa che potesse avvicinarsi al concetto era Il gioiello delle sette stelle, pubblicato nel 1903 sempre da quel Bram Stoker e incentrato sulla antica maga egizia Tera, il cui gioiello potrebbe essere la chiave per la resurrezione. Un gruppo di egittologi si trova così a preparare il rito per risvegliare la mummia, con conseguenze potenzialmente nefaste. A un primo sguardo sembra di ripercorrere le gesta della regina Ahmanet ed è possibile che il fallimentare reboot con Tom Cruise abbia preso in prestito alcuni elementi da Stoker. Rimane centrale, nelle iterazioni classiche, la figura della ragazza come inconsapevole reincarnazione di una fanciulla vissuta due o tremila anni prima.

Non fa eccezione il remake di Stephen Sommers, nel quale Rachel Weisz viene vista dalla mummia come la reincarnazione dell’amata Anck-su-Namun (nel seguito si rivelerà invece Nefertiri, figlia di Seti I). Viene rispettata anche la sorte del sacerdote Imhotep, sottoposto al rito dell’Hom Dai in seguito al tradimento e all’omicidio del suo faraone, e perciò maledetto per l’eternità. La saga con Brendan Fraser non è horror puro, ma miscela con efficacia l’action-adventure, il romance e una sceneggiatura che sa come sfruttare i lati umoristici dei personaggi. Le sequenze di tensione e mistero all’interno della tomba, insieme alla fotografia, rimangono di pregevole fattura e fanno dimenticare i VFX invecchiati maluccio. Più che dignitosa l’interpretazione di Arnold Vosloo, che sapendo benissimo di non essere Karloff di muoversi in un ecosistema narrativo totalmente cambiato ci offre un Imhotep furente e determinato. Inoltre, sfoggia una crapa pelata alla Yul Brynner e si prende in giro nei momenti scanzonati senza perdere per strada la dignità del villain.

Flashforward nel 2026, il rilancio in sala dei mostri Universal è in mano alla Blumhouse di Jason Blum, con un forte contributo produttivo di James Wan e Leigh Whannell, le due menti dietro alla saga di Saw. L’avvio dell’operazione è di quelli che lasciano il segno, con un Invisible Man diretto dallo stesso Whannell che vi fa sentire osservati, costantemente braccati. L’Uomo invisibile viene calato in un contesto scientifico e attuale, quello di un uomo dalla mente geniale ma con l’ossessione del controllo che sfrutta la sua tuta prodigiosa per perseguitare l’ex fidanzata Cecilia (Elisabeth Moss), arrivando a farla sembrare una pazza furiosa. Anche quando la camera inquadra il nulla, un corridoio vuoto, la scala di una soffitta, percepiamo la presenza di questo mad doctor mimetico che si muove in silenzio e aspetta il momento per colpire.

La strategia delle storie piccole e a budget contenuto prosegue con Wolf Man, reboot del film del 1941 di George Waggner, sempre con Whannell alla regia e alla scrittura. Questa volta ci si focalizza sulle dinamiche delle odierne famiglie WASP, in cui i ruoli di genere sono più flessibili, specie nell’ambito della genitorialità, e sul conflitto intergenerazionale: il protagonista Blake (Christopher Abbott) ha un pessimo ricordo del padre, cacciatore severissimo che viveva in isolamento, e non vuole ripetere gli stessi errori con la figlia. Eppure alcune tare paterne faticano a scomparire, specie se si tratta di una mutazione lupesca che si trasmette con morsi e ferite, una roba da cui non vi salverebbe manco una cisterna di antirabbica. Il successo di pubblico e critica non è stato pari a Invisible Man, ma la nostra redazione ha apprezzato parecchio la tensione, le prove attoriali e il make-up che si serve con profitto delle care vecchie protesi, del pus e del sangue finto.

Viene il momento de La mummia, nel tipico approccio Blumhouse con poca spesa e massima resa. Per l’operazione viene invocato Lee Cronin, astro nascente che ha presentato Hole – L’abisso al Sundance Film Festival e, successivamente, è stato scelto per dirigere La casa – Il risveglio del male, a metà tra il sequel e il reboot della celeberrima saga di Sam Raimi. Cronin se la cava egregiamente con le manifestazioni demoniache e le sequenze splatter, regalandoci un prodotto che si distacca dai precessori per l’ambientazione profondamente urbana e che presenta quel mix di violenza estrema e di ironia feroce già sfruttato da Fede Álvarez. A dirla tutta, Lee Cronin è mooolto in gamba a fare Fede Álvarez, a darci in pasto un umorismo che non è campy come quello della trilogia con Bruce Campbell ma più contemporaneo, crudele. È come quando giochi con una siringa usata per l’insulina di nonna e ti diverti all’impazzata, finché non scopri che hai bucato il fratellino. Si tratta dell’autore giusto per mummificarci? Certo, ci mancherebbe, ‘sto pazzo furioso mette le ragazzine a masticare pezzi di vetro!

Curioso il fatto del naming, del nome del regista spiattellato nel titolo, trasformandolo in Lee Cronin’s The Mummy, manco fossimo davanti a Clive Barker’s Hellraiser, a Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas (scusaci, Henry Selick), o a Russ Meyer’s porcata a caso. È chiara come il sole l’urgenza di creare un fenomeno, di dotarsi di un cavallo di razza che giustifichi l’ennesima rielaborazione di un mito. Per carità, è bravo, ma siete certi che la sua autorialità sia spendibile a questi livelli? Siamo pieni di promesse dell’horror che dopo una manciata di pellicole sono state in grado di esibire uno stile solido, una riconoscibilità presso il grande pubblico, da Jordan Peele ad Ari Aster. Hanno avuto un loro percorso, che per quanto accelerato ci pare più organico rispetto a un forzato Lee Cronin’s che capeggia su un sepolcro millenario e l’eredità ivi racchiusa.

Va bene, vediamo gli antefatti: nel 2018, vicino ad Assuan, una famiglia vive isolata e nasconde qualcosa, una specie di entità da tenere celata e in letargo. Gli uccellini muoiono tipo radiazioni, c’è un’atmosfera opprimente, come se la creatura si stesse risvegliando anzitempo. Sotto la piantagione dei tizi c’è un sistema di tunnel, e osserviamo ciò che sembra essere la punta di una piramide in gran parte sotto la superficie, che affiora dal terreno per quanti metri? Quelli consentiti dal budget. I custodi scendono in profondità e scoperchiano l’immancabile sarcofago, più simile a un monolite grezzo che a quelli finemente intagliati degli altri film. Ok, funziona lo stesso, e il fatto che questo blocco di pietra sia squadrato e nero come la pece aumenta il senso di mistero, come se contenesse un materiale pericoloso o un’arma altamente distruttiva. Sorpresa sorpresa, l’entità vuole uscire dalla sua tomba e sono cavoli.

Ci spostiamo al Cairo con uno che fa le veci di Roberto Giacobbo, un giornalista televisivo di nome Charlie Cannon (Jack Reynor, lo scemone di Midsommar) che cerca il contratto da sogno tra reportage, documentari e le spiegazioni di cose archeologiche davanti alla camera. La moglie Larissa (Laia Costa) è un’infermiera che appare stressata dalle peregrinazioni lavorative del marito a cui tutta la famiglia deve adattarsi. Frattanto la figlia maggiore Katie (Emily Mitchell prima, Natalie Grace poi) viene insidiata da una sconosciuta mentre gioca nel giardino di casa. La tizia si rivela essere una specie di maga (Hayat Kamille), la stessa che con il marito aveva il compito di sorvegliare il sarcofago nel sotterraneo di Assuan. La donna sembra conoscere Katie, probabilmente perché va a scuola insieme alla figlia, e la attira a sé con dolcetti e promesse. Questo segmento, in effetti, è tra i più inquietanti del film per via del suo approccio realistico: ci sono innumerevoli persone che possono fare del male ai vostri figli, perfino quando stanno giocando in cortile e sfuggono per qualche attimo alla sorveglianza genitoriale; spesso si tratta di conoscenti, di individui che hanno uno specifico rapporto con la famiglia, e perciò trasmettono fiducia ai bambini che desiderano rapire. Infatti, prima che i protagonisti se ne accorgano, Katie è stata presa e scompare con la maga per le vie del Cairo. A nulla vale un inseguimento proprio sotto una tempesta di sabbia che si scatena sulla città.

Otto anni dopo, la famiglia è tornata a vivere in Nuovo Messico dalla madre di Larissa e dimostra di non aver superato un trauma con cui difficilmente si viene a patti: paranoie continue, accuse non dette, distanza emotiva. Come negli altri reboot Blumhouse, la quiete domestica finisce frantumata sotto il peso delle sfide, e il sovrannaturale lavora a braccetto con i mostri della mente. A nulla sono valse le indagini della detective egiziana Dalia Zaki (May Calamawy), che si è fatta strada in un ambiente a prevalenza maschile e ha avuto a che fare con decine di sparizioni irrisolte. La ragazza, che in otto anni è passata da giovane recluta a poliziotta navigata, preserva una forza di volontà che la disillusione non è riuscita a piegare. Assolve, in parole povere, il ruolo di Jake Gyllenhaal in Prisoners, lo sbirro senza amici che si getta a capofitto nel lavoro e che subisce la disperazione dei genitori, in cerca di qualcuno su cui sfogarsi, accusandolo di non fare abbastanza.

Poi, di botto, un aereo precipita. I piloti sono maciullati e, in mezzo alla foresta, viene ritrovato il sarcofago. Evidentemente i fratelli della maga cercavano di portare l’oggetto in salvo da un’alluvione che minacciava la valle, ma tant’è, le autorità se ne appropriano. In fondo lui è come l’Unico Anello o quel dannato, tambureggiante gioco di Jumanji: vuole essere trovato. Dal Cairo arriva ai coniugi Cannon la notizia tanto attesa, cioè la ricomparsa di Katie, che è rimasta sepolta nella pietra per chissà quanto. La ragazzina appare in uno stato pietoso, tra catalessi e arti atrofizzati, eppure Larissa insiste per prendersene cura nella casa di mammà, forte della sua esperienza di infermiera. I fratellini rimangono straniti di fronte a una sorella maggiore ridotta a una larva, che sembra non essere cresciuta e necessita di assistenza le più banali incombenze quotidiane. Charlie, internamente, è divorato dal senso di colpa in misura ancora maggiore, sempre che sia possibile: la pietosa creatura in cui qualche maniaco ha ridotto la figlia deriva dalla sua disattenzione mentre Katie giocava in giardino. Un punto a sfavore è l’espressività di Jack Reynor, il meno performante del gruppo, con occhi incessantemente strabuzzati e le labbra strette, alla stregua di un membro della security che trattiene la cacarella o di un razzista che ha appena sorpreso la figlia a farsi un minatore dello Zambia. Difficile creare un legame empatico con un piattume del genere, ciononostante in casa l’atmosfera si fa pesante.

Come se non bastasse, la ragazzina putrida dimostra tendenze autolesioniste, ed è qui che Cronin può scatenarsi con quello splatter che tanto gli aggrada, fatto di piccoli strappi e lesioni che ti fanno salire il brividino lungo la schiena: cerca di pugnalarsi, sbatte i denti (forse per comunicare con il padre in codice Morse, memore dei giochi d’infanzia) e i genitori le portano via una striscia di pelle mentre le tagliano le unghie. Beh, le farebbero solo un favore, perché appare chiaro che Katie abbia l’obiettivo di scorticarsi, di liberarsi uno strato di qualcosa che le avvolge il corpo e che la tiene, in qualche modo, prigioniera. Per strapparci due risate, la baby-rachitica tira pure una testata alla nonna, e la poveretta prega per lei nonostante la botta micidiale. Ci sarebbe da aprire un capitolo a parte per questa abuela profondamente devota, stereotipo messicano e catalizzatore principale delle sequenze a base di humor nero avanzate da Evil Dead Rise; diciamo che non sfigurerebbe in Coco o Encanto, intenta a preparare biscotti e a scacciare il malocchio dal seminterrato. Vogliamo sbilanciarci: è roba da Llorona.

Va a finire che il ritorno a casa della figlia perduta, l’evento che doveva rinsaldare la famiglia dopo tanti anni, la sgretola ulteriormente. Katie passa dalla paralisi alla violenza fisica, arrivando poi a colpire sul piano verbale e psicologico: insulti, minacce, tentativi di piegare i fratellini alla sua volontà. Charlie, in un revamp della carriera telearcheologica, scopre che la figlioletta non si sta liberando di uno strato di pelle, ma di bende che la ricoprono interamente. Insospettito, va a consultare un esperto e viene a sapere che le bende sono ricoperte di iscrizioni in ieratico e che la figlia – colpo di scena – è posseduta dall’antico demone Nasmarianan, imprigionato dentro di lei grazie a un rituale. Ecco, la maga e la sua setta perseguivano tale scopo, come ci mostrerà l’indagine parallela della detective Zaki. Il Nasmarianan, che non ha riscontro nella mitologia egizia, è un distruttore di comunità e acerrimo nemico della quiete domestica, e l’unica maniera per tenerlo a bada è rinchiuderlo in una personcina bella fresca, assicurandogli un ricambio di corpi ogni tanto. La bastardissima maga ha pure registrato una VHS con le istruzioni, manco fossimo in Bring Her Back (il patto con il demone Tari) o in Hereditary (la reincarnazione di Paimon). Caspiterina, e cosa ne rimane della mummia, del concetto stesso di mummia? Scordatevelo, la somiglianza più marcata è con L’esorcista.

Alla stregua di una Regan in versione arrotolato alla pancetta, la figlia dei Cannon fa le voci stridule, dimostra poteri di telecinesi, deride gli altri per il solo gusto di generare caos. Perfino la povera abuela, in barba alle invocazioni religiose, precipita da una finestra e viene divorata dai coyote (i medesimi che si azzuffavano nel prologo di William Friedkin). Ah, poi ci sono le camminate sul soffitto, le distorsioni del corpo, le vomitate copiose… e ci viene il dubbio che il lavoro di Cronin – qui anche in veste di sceneggiatore – dovesse intitolarsi Possession o simili, perché si sta muovendo in un altro sottogenere. Per quanto lecita sia una rilettura, non è stata fatta piazza pulita della legacy de La mummia, è stato spianato un intero quartiere con bombe a grappolo. Ve lo ricordate in cosa consiste un horror con le mummie?

Sorvoliamo sullo sforzo scenografico – e perciò di budget – che servirebbe a mostrare una tomba e dei prop con tutti i crismi, questo reboot poggia sulla contemporaneità, sceglie l’intimità di una famiglia e un sistema di tunnel sotto una piantagione di peschenoci. Poca spesa, relazioni tossiche, storie piccole. È questa la formula alla Jason Blum, ma non si sposa bene con la totalità delle tipologie di mostro, specie se consideriamo i significati che veicolano. Certo, nessuno si aspettava un caratterista di grido a proporci l’ennesima versione di Imhotep: la mummia può essere chiunque, un sacerdote, uno schiavo, un faraone, tua cugina… il problema è che un demone non fa parte dell’equazione. La sua parte sovrannaturale e mitologica si basa su una maledizione, sulla non-morte eterna come punizione per aver compiuto un delitto o un atto blasfemo. L’antico egiziano standard viene perciò torturato, dannato e rinchiuso in un sarcofago, per poi essere inumato nel luogo più remoto del deserto con la speranza che nessuno riesca a individuarlo, scoperchiarlo e magari leggere quella formula in grado di scatenarne la furia.

In nome della Legge di Murphy, accade proprio ciò che non doveva accadere nemmeno tra un milione di anni, ed è questo il bello dei film de La mummia: la tomba viene scoperta e profanata. Qualche ladro o un team di archeologi hanno aperto il tunnel sbagliato, innescando una singolarità, una catena di eventi fatale. Nessuna setta, nessuna ricerca di bambine-involucro. Un licantropo o un vampiro possono trasmettere la loro condizione come un morbo, una mummia ha solo il desiderio di rigenerarsi, può soggiogarti con la magia, però si basta da sola. Zero diavoli, niente Pazuzu. Lei è la sua maledizione. Delegare la sua nascita a un’entità estranea equivale a privarla dell’originalità nel pantheon della Universal.

Compiute queste valutazioni, c’è qualcos’altro che affiora dalle sabbie aride, ed è un dubbio sui registi emergenti, su generazioni che si dimostrano abili a spaventare il pubblico e competenti nella messa in scena, mostrando al contempo il fianco a una visione incompleta del prodotto, alla mancanza di criteri essenziali per approcciarsi all’archetipo di riferimento. È possibile che molti (non tutti, per fortuna) continuino a rifarsi a L’esorcista perfino in una cantina dei contadini svitati di Assuan perché la loro formazione si limita a quel filone orrorifico, e non sono in possesso degli strumenti per declinare un soggetto in modo differente, per farti saltare sulla sedia senza distorcere l’identità, la matrice del racconto. O magari la sanno lunga, conoscono a memoria la filmografia dalla prima scorreggia di Karloff, ma ignorano il tutto per volere degli studios, che essendo investitori in attesa di un ritorno economico vogliono vincere facile. Quindi, caro Lee Cronin con genitivo sassone, hai sicuramente creato un horror viscerale e sarcastico, ci hai mostrato con quale brutalità si può corrompere un legame genitoriale, ci hai pure infilato citazioni visive a The Shining e una sequenza di veglia funebre dannatamente spassosa… ma dovevi riportare al cinema La mummia. Obiettivo centrato? Manco per il Cairo.
