Pensavo fosse amore e invece era in catalessi.
di Alessandro Sivieri

A meno che uno non abbia fatto voto di clausura, a tutti è capitato di essere friendzonati o di friendzonare qualcuno. Oh, ha senso, è la natura umana, la nostra sfera relazionale è complessa e ogni individuo è una storia a sé. Può darsi che la tua anima gemella ti sia passata accanto in metro come una perfetta sconosciuta mentre tu ti fissi su una persona del tuo cerchio di amicizie o dell’ambiente di lavoro, senza cavare un ragno dal buco. Non importa se quella persona, sul piano caratteriale, sia poco adeguata al tuo stile di vita, perché al cuor non si comanda: ti piace tutto di lei, la idealizzi, ne ignori i difetti e i potenziali campanelli d’allarme. Allo stesso tempo ti lasci sfuggire qualcuno che prova un sentimento genuino nei tuoi confronti e che sarebbe psicologicamente più affine ai tuoi bisogni. Anzi, lo ignori proprio, come la verdura surgelata nel freezer o il famoso Peter Parker di Tobey Maguire che, a detta dei fan, è corso dietro a Mary Jane lasciandosi sfuggire quel gioiellino di Ursula. Lo ripeto, è complicato, l’attrazione non funziona col telecomando e un Homo Sapiens adulto e vaccinato è libero di spendere i suoi giorni da lavoratore sottopagato inseguendo la sua crush, la cotta perenne che a volte termina in un lieto fine, altre volte in anni buttati alle ortiche, dando poi alle fiamme il campo di ortiche. Ma cosa accade quando tale innamoramento sfocia in una insana ossessione?

“Mi spiace, ti vedo più come una pasticcera.”
La situazione diventa ostica se soffri di ansia sociale e sei agli antipodi del classico Chad, il tizio che ha carisma, ha sempre qualcosa di interessante da dire e dimostra sicurezza in se stesso. In soldoni riesce a piacere senza nemmeno provarci. Puoi lavorare sulla tua confidenza, puoi diventare simpatico, ma se non hai un chaddismo da fuoriclasse, di fronte alla tua persona speciale perderai ogni difesa. Qualunque rifiuto o fraintendimento potrà ferirti a morte. La diagnosi clinica, se così vogliamo definirla, corrisponde esattamente Baron Bailey detto Bear, protagonista di Obsession e con il volto di Michael Johnston (lo ricorderete più che altro per Teen Wolf). Se dovessimo misurare Bear in base al successo con il gentil sesso, è un perdente nato, se non addirittura un pirla totale. Commesso di un negozio di articoli musicali, soffre di depressione, non ha autostima e ha pure perso la gatta che si è abboffata di psicofarmaci in sua assenza. Bear è segretamente innamorato della collega Nikki Freeman, che farebbe girare la testa un po’ a chiunque, tombini in ghisa compresi: è spiritosa, tosta, sexy e leggermente incasinata; bonus per il fatto che è alta un metro e credici. Insomma, ha personalità! La ragazza in questione è interpretata da Inde Navarrette, ex-streamer su Twitch, modella di una notevole bellezza e già apparsa come attrice in Superman & Lois. Navarrette dimostra una presenza scenica e un repertorio espressivo che ne fanno una potenziale scream queen nei prossimi anni, ci teniamo a dirvelo subito.

Nonostante l’intensa passione, Bear non trova il coraggio e le parole per dichiararsi a Nikki, e finisce per annaspare in quella sinistra palude della friendzone, senza esserne sicuro al 100%: una storia tra loro due potrebbe funzionare? È considerato un caro amico o, peggio ancora, una specie di fratellino cuccioloso? Il protagonista non si decide a fare la fatidica prima mossa, e si confida con due amici, ovvero Ian (Cooper Tomlinson) e Sarah (Megan Lawless). Il primo ha segretamente un rapporto di trombamicizia con Nikki che dura da anni, e furbescamente sta sabotando Bear con consigli sbagliati. Sarah, invece, è la classica tizia considerata meno appetibile di Nikki che però è sinceramente attratta da Bear. Sì, è la Ursula della situazione, sebbene le sue capacità dolciarie siano ignote.

Va a finire che Bear ci prova, a superare quello scoglio di paura e timidezza che gli impedisce di esprimersi, e pensa di dichiararsi mentre riaccompagna Nikki a casa. Ci prova ma fallisce, e da friendzonato in incognito abbozza una difesa dove è lui a friendzonare, poi peggiora ulteriormente l’esito chiamandola col soprannome Freaky Nikki (Nikki la stramba), cadendo nella trappola di Ian. Ecco, occasione sprecata, Nikki incazzata nera. È allora che Bear, in un atto di disperazione, tira fuori un oggetto dai poteri sovrannaturali nelle cui proprietà non aveva creduto nemmeno per un attimo: il One Wish Willow, il Salice dei Desideri, un legnetto comprato come regalo per la ragazza dei suoi sogni in una di quelle botteghe fricchettone dove fai rifornimento di cristalli e prenoti un bagno di gong. Bear desidera letteralmente che Nikki lo ami più di chiunque altro al mondo, vuole plasmare la realtà delle cose (nello specifico, i sentimenti di un individuo) e annullare quella sensazione di rifiuto tramite un cheat code. E cavolo, pare che funzioni.

Nikki è all’improvviso affascinata da Bear. Si presenta a casa sua in abiti succinti, trova scuse per vederlo, dà inizio a una storia che in principio è tutta rose e fiori, tra l’invidia e lo sbigottimento del circolo di amici. Il protagonista fatica a crederci, ha avuto ciò che voleva. Forse. Perché la frequentazione non tarda a prendere una brutta piega: Nikki inizia a essere ossessionata da Bear e ad avere atteggiamenti da stalker. Attenzione, non parliamo di qualcuno che si limita a ricattarti emotivamente, a chiamarti sul lavoro dieci volte al giorno e a controllarti le chat, qui si tratta di una progressiva adozione di condotte distruttive e autolesioniste, che nulla hanno a che fare con una psiche equilibrata e le norme sociali. La ragazza sigilla le porte con il nastro adesivo, ha sbalzi di umore che Mr. Hyde spostati, rimane immobile ad attendere Bear mentre è fuori casa, senza mangiare e pisciandosi addosso, e in ultima lo osserva mentre sta dormendo, in piedi, nell’oscurità della stanza da letto. In sporadiche parentesi sembra avere bruschi risvegli da questa condizione, reagendo con panico, come se non sapesse perché si trova lì a sbaciucchiare il suo ex-amicone.

Bear realizza, suo malgrado, che non sta con la vera Nikki, ma con Freaky Nikki, una seconda personalità innestatasi nella ragazza per esaudire il suo desiderio, quello di un amore distorto, cieco, privo di capacità empatiche e autonomia psicologica. Il bello dell’atto centrale è che lo spettatore rimane nel dubbio, pensa semplicemente a un brutto scherzo o a una discesa nella follia della ragazza, dovuta a chissà quali droghe o a trascorsi familiari burrascosi. O forse è Bear a sognarsi tutto, magari per una dose eccessiva di farmaci. Ma Freaky Nikki non si ferma, minaccia di violenza gli amici, prepara un sandwich al suo amato con i resti della gatta, manifestando la sua devozione in modo disumano, peggio di una IA che si è pappata il prompt sbagliato e si assicura di raggiungere l’obiettivo a prescindere dal buon senso, dalla propria e altrui incolumità. Il faccia a faccia arriva durante una notte, quando Freaky Nikki dorme ma la vera Nikki è sveglia e implora Bear di ucciderla, perché si trova in una condizione non distante da quella dei neri in Get Out di Jordan Peele: prigioniera del suo stesso corpo, messa all’angolo da un doppelgänger artificiale e pericoloso. Fino a lì potresti perfino empatizzare con Bear, ma il protagonista si rivela un pusillanime ferito nell’orgoglio, intento a chiedersi “È davvero una tortura stare insieme a me?”, senza pensare al fatto di aver peccato di onestà fin dall’inizio, di non essere stato degno della sua crush perché ne ha piegato l’essenza. Per soddisfare la sua ossessione ne ha creata una vivente, tenendo in ostaggio la Nikki originaria. Quanto è diabolico costringere qualcuno a stare con noi (con un incantesimo o un inganno, poco importa), privandolo di quelle caratteristiche lo rendevano speciale ai nostri occhi? La massima “Il sonno della ragione genera mostri” non è mai stata così attuale.

Intendiamoci, la storia non è nulla di rivoluzionario e l’escamotage del bastoncino che porta alla nascita di Freaky Nikki richiede una certa sospensione dell’incredulità (non dissimile dalla strega spezzalegnetti di Weapons o dalla maledizione trasmissibile di It Follows), ma stiamo assistendo a un horror psicologico con elementi sovrannaturali, e come tale richiede di siglare un patto sociale con lo spettatore. Siglato il patto, scopriamo che il punto di forza di questa seconda opera di Curry Barker (con un passato da comico e youtuber, prima di uscire alla ribalta con il found footage Milk & Serial) è proprio l’imprevedibilità. Ma come?! L’epilogo è scontato, possiamo immaginare un paio di scenari macabri e sanguinosi in cui termina questa vicenda, e ci azzecchiamo con un buon margine. Di cosa parliamo, quindi? Del terrore quotidiano, delle reazioni senza preavviso di un partner che somiglia un giocattolo difettoso: Freaky Nikki ti guarda mentre sonnecchi e non sai cosa stia facendo o provando; percepisci la sua presenza anche quando non viene inquadrata, rimani in ansia mentre ascolta le conversazioni da lontano, o per i suoi silenzi dietro la porta, quando le hai dato una risposta che non le va a genio. È una pazza che può combinare qualunque cosa, e il suo sadismo dettato dalla paranoia viene sfogato oltrepassando i tratti tipici della violenza domestica.

La regia trasforma l’economia di budget – e perciò di cast e location – in un punto di forza, presentandoci l’abitazione di Bear con una serie di shot statici che aumentano quel senso di costrizione, di impossibilità alla fuga. Lo script ruota intorno a un nucleo di personaggi funzionali, a un gruppo di amici che nasconde una serie di ambiguità e cose non dette, perché affollare la trama di elementi di distrazione sarebbe sconveniente, oltre che per il portafoglio, anche per il pacing. La prova di Inde Navarrette, come ripetono i critici, è devastante, e viene supportata da trovate visive che accentuano l’oscurità di Freaky Nikki: lineamenti modificati dal make-up, il personaggio tenuto in penombra, facendo risaltare la strana luce che ha negli occhi, e un paio di scene in cui la ragazza si muove in reverse, che risultano le più disturbanti del lotto, in quanto confermano l’idea di un essere vivente ridotto ad automa che si resetta, posseduto da una forza sconosciuta, assolvendo simbolicamente il compito di un modello di piacere di Blade Runner o di un androide di Westworld. È proprio questo il pregio del giovane Curry Barker, un dono che ha convinto la Blumhouse a credere in lui: ricordarci che ci sono mostri a non finire, spiriti, alieni, ma a spaventarci visceralmente continuano a essere i nostri affetti che glitchano e si colpiscono da soli.
