Black Mirror – La recensione della quarta deludente stagione

Disponibili dal 29 dicembre su Netflix i sei nuovi episodi di Black Mirror, serie evento creata da Charlie Booker e incentrata su futuri distopici e alienanti. O così era, purtroppo.

 di Cristiano Bolla

Chi scrive ha Black Mirror in cima alla lista delle serie preferite: nessun altro show è riuscito a dare, in termini di sensazioni ed emozioni, tanto quanto fece la prima stagione, ormai datata 2011. Un formato stranissimo, per il periodo: tre episodi, slegati tra di loro ma uniti dal generale tema riguardante un futuro in cui la tecnologia avrebbe reso le cose parecchio inquietanti. Dopo la seconda stagione (sempre composta da tre episodi) e lo speciale di Natale, la notizia che ha dato nuova linfa e struttura allo show: l’acquisto da parte di Netflix, infatti, ha garantito più episodi, inizialmente una serie da dodici poi divisa in due da sei. Gioia in tutto il regno, ma ora che abbiamo visto la quarta stagione il naso un po’ si storce.

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Lo scorso anno la terza, attesissima, stagione si era rivelata ricca di alti e bassi, con episodi generalmente di ottima qualità e di cui si è potuto apprezzare soprattutto la diversità di genere: un sci-fy puro, un love drama, un action war e via dicendo; ogni episodio, da Nosedive con la magnifica Bryce Dallas Howard a San Junipero (premiato con un Emmy come Miglior Film per la Televisione) aveva qualcosa, anche se i fasti delle prime due stagioni sembravano passati, sacrificati sull’altare del dio Netflix, come se ci fosse una sorta di contrappasso: “più episodi, meno qualità”. La quarta stagione, purtroppo, conferma il trend e anzi abbassa ancora di più il livello di unicità e soprattutto di efficacia della serie. Black Mirror, infatti, è una serie molto specifica che deve il suo successo a due fattori: l’originalità del soggetto distopico e lo sviluppo alienante della storia. Viene quasi sempre dato un setting in cui una nuova tecnologia sembra promettere meraviglie, salvo poi rivelarsi una trappola, talvolta mortale, che dà un senso di angoscia unico e inimitabile. Black Mirror è questo: l’angoscia per un futuro tecnologico. Va da sé, quindi, che se alla fine non mi sento angosciato qualcosa non è andato bene.

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USS Callister, Arkangel, Crocodile, Hang the DJ, Metalhead e Black Museum. A queste sei storie è affidato il risultato della quarta stagione, ma francamente già a metà serie è stato chiaro che qualcosa non andasse. Dopo un avvio bellissimo affidato a Toby Haynes al volto di Jesse Plemons (anche noto come Meth Damon per la sua parte in Breaking Bad),  Charlie Brooker scrive due episodi incredibilmente poco incisivi: una madre iper-protettiva che può spiare la figlia tramite un Ipad e la storia di una donna con un senso di colpa in un mondo in cui le compagnie di assicurazione vanno in giro  a guardare i ricordi delle persone per risolvere i sinistri. Jodie Foster e John Hillcoat in regia non riescono a dare mordente a due puntate che di Black Mirror hanno molto poco. Così come con poco mordente risulta essere la love story tramite un app rivoluzionaria in Hang the DJ e decisamente dubbio risulta anche Metalhead, che cerca il risultato più nell’estetica noir che nel contenuto survival. Si salva la coda della stagione, Black Museum, perché ha quel gusto auto-citazionista e tre micro storie con la giusta carica di angoscia, terrore e disturbo mentale tipica della serie.

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Al di là di una certa ripetitività di fondo, il focus di questa quarta stagione sembra essere lo schermo, la possibilità di vedere cose che vedono gli altri. Che siano le fantasie di un frustrato programmatore o le ansie di una madre, quasi tutti gli episodi hanno a che fare con piccoli dispositivi impiantati nelle meningi che permettono ad altri di vedere dentro di noi, di avere altre persone nella nostra testa, un luogo che a quanto pare vogliamo tenere segreto e inaccessibile. Un tema che in realtà si era già visto in episodi come “The Entire History of You” della prima stagione. In ogni caso, nella quarta stagione (fatto salvo il primo e l’ultimo episodio) tutto appare semplicemente abbozzato, viene fornito un futuro che non è mai veramente incisivo ne spaventoso se non nel modo in cui il protagonista stesso lo vive; la deriva alienante della società in rapporto con questi mezzi tecnologici non sembra più motivo di paura e angoscia, quanto piuttosto le singole persone e il loro uso degli stessi mezzi. Un discreto cambiamento di prospettiva che, in un certo senso, depotenzia tutta l’efficacia di una serie altrimenti grandiosa.

Come d’abitudine Netflix, al momento non sono ancora stati annunciati nuovi episodi. Nella speranza che la fantasia distopica di Brooker possa consegnarci nuovi piccoli gioielli, non ci resta che riguardarci quelli vecchi, che hanno reso la serie l’icona d’ansia e malessere che è.

Insomma: più White Bear, meno Crocodile.

Non chiediamo molto, in fondo.

 

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