LE ASSURDE RECENSIONI DEGLI ANNI ’90

Indiana Bond, i bambini puzzolenti e i cuori in miniera.

di Alessandro Sivieri

Perché leggere le recensioni? Sul Web ci sono tonnellate di aggregatori che in pochi secondi possono dare indicazioni su un film con tanto di punteggi, eppure una fetta di utenza segue ancora gli approfondimenti, specie dopo la visione. Tra i motivi vi sono la ricerca di un parere autorevole sulla qualità di una pellicola, il confronto tra le impressioni personali e l’opinione di un critico di fiducia, o ancora la risposta a domande insolute. Gli aspetti chiave di un buon articolo, specialmente se online, sono la capacità di sintesi e l’espressione di un chiaro punto di vista. Non scordiamoci infatti che per quanto una recensione possa essere obiettiva, dietro il monitor c’è un individuo con i propri gusti ed esperienze. In questo caso il pericolo è quello di dare sfogo ai pregiudizi, demolendo una pellicola senza appello o incensandola come un capolavoro senza solide argomentazioni (atteggiamento ricorrente nella cultura fandom).

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Hook: Capitan Uncino

Riassumendo, una recensione dovrebbe essere equilibrata. Questo non impedisce però di avere un po’ di fantasia. Un articolo può costituire una forma di intrattenimento, adottando una struttura originale e contenuti umoristici. Spesso a motivare tale scelta stilistica è proprio il film stesso e Monster Movie non ha fatto eccezione: dopo aver visto Valerian di Luc Besson siamo rimasti così confusi che abbiamo deciso di scrivere la recensione al contrario (PIANETI e la città dei mille VALERIAN); per il nuovo Venom, simbionte schizofrenico, i colleghi Carlo e Cristiano si sono prodigati in un pezzo a quattro mani dove uno dei due interpreta la voce del subconscio (VENOM – Come quando stai male all’all you can eat ma poi ci ritorni). A questo punto abbiamo di fronte due tipi di scrittura: quella classica, che si limita all’analisi del film senza tanti fronzoli, e quella orientata all’infotainment, giocosa e imprevedibile, che ha preso piede grazie al Web. Provate infatti a pubblicare online senza un minimo di inventiva e vi ritroverete nel limbo dei dimenticati da Google, in compagnia di cadaveri e forum abbandonati. E ora tenetevi forte, perché a queste due categorie se ne aggiunge un’altra, che ho riscoperto per caso.

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Jurassic Park

Frugando in una bancarella libri usati ho avuto un incontro ravvicinato del terzo tipo: quello con la critica radical chic. Trattasi di un approccio intellettualoide che è nato sulla carta stampata ed è sopravvissuto fino a oggi senza grandi trasformazioni, accompagnando le riviste di settore e le edizioni online dei quotidiani nazionali. Il critico chic è solitamente malmostoso e riempie i suoi pezzi di latinismi, francesismi, accostamenti forzati e autocitazioni.

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Indiana Jones e il Tempio Maledetto

L’esegesi filmica diventa un pretesto per fare marketing su se stessi, creandosi un personaggio e ostentando il proprio eclettismo culturale. Insomma, dal suo punto di vista le seghe mentali sono un privilegio immenso per il lettore, che ovviamente ne saprà sempre meno di lui. Le pellicole commerciali vengono spesso stroncate (salvo l’occasione di fare da bastian contrario), mentre sui registi si va per simpatie personali.

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I Predatori dell’Arca Perduta

Tornando alla bancarella, ho recuperato una raccolta di saggi su Steven Spielberg degli anni ’90, che rientrano pienamente nella categoria radical chic. Per ovvie ragioni non citerò né la testata né l’autore, ma vi basti sapere che oltre alle pompose divagazioni, ci sono articoli con dei titoli fuori di testa. Giochi di parole che simboleggiano appieno un certo modo di pensare la critica, dove all’ironia si sovrappone il sarcasmo di chi scrive prima di tutto per se stesso. Ecco spiegata la genesi degli screenshot che vi procurano smorfie dall’inizio del pezzo. Fortunatamente, a prescindere dagli intenti originari, queste supercazzole fanno sbellicare e rispecchiano per certi versi il nostro modo di aprire una discussione.

E se fossimo radical chic anche noi?

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