AMERICAN GODS – La battaglia degli dèi nella seconda stagione

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La battaglia tra nuovi e vecchi dèi adattata dal romanzo di Neil Gaiman è arrivata al secondo atto: Odino vs Mr. World, con Shadow Moon sullo sfondo (e noi con lui).

di Cristiano Bolla

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La scorsa stagione di American Gods (QUI la recensione) era terminata con un giudizio estremamente positivo, ma anche con molti dubbi circa il futuro della serie: Bryan Fuller e Michael Green non avevano i favori ne della produzione, per via dell’alto budget richiesto per ogni episodio, ne pare quello di Neil Gaiman stesso, in cerca di un adattamento più fedele. Due elementi, questi, che hanno portato al licenziamento del duo di showrunner (e con loro all’abbandono di alcune figure chiave del cast) e alla nomina di Jesse Alexander, rimpiazzato pochi mesi dopo. A fare le spese di questa guerra di produzione, neanche a dirlo è stata la guerra tra vecchi e nuovi dèi che popolano l’America di oggi.

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Riepilogo: al termine della scorsa stagione di American Gods si è svelato il segreto di Pulcinella, ossia che il misterioso Mr. Wednesday di Ian McShane altri non è che Odino, il Padre Universale. Assieme a lui avevamo conosciuto un intero pantheon di vecchie divinità provenienti da molti paesi, tutte riunitesi in un’America allora brulicante di fedeli e possibilità. A minacciarli, i nuovi dèi: il sempre inquietante Mr. World di Crispin Glover, Technical Boy, Media e via dicendo. Il fascino assoluto della teogonia di Neil Gaiman, sta nel fatto che una divinità, per esistere, ha solo bisogno che qualcuno creda in lui: è l’uomo, con le sue convinzioni e venerazioni, a creare gli dèi. Va da sé, quindi, che al giorno d’oggi ci siano molte meno persone interessate a venerare il leprecauno Mad Sweeney, il distruttore Czernobog e compagnia. Da qui la guerra in corso per il predominio dei favori della gente.

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Arriviamo alla seconda stagione: Shadow Moon, guardia del corpo e pupillo di Mr. Wednesday, continua il suo viaggio tra mille dubbi e incertezze. I piani di Odino sono parecchio oscuri, sia al protagonista che a noi: prima deve “accecare” il nemico, uccidendo Argo (sotto forma di sistema di video-sorveglianza), quindi riforgiare la sua lancia Gungnir, far crescere l’albero Yggdrasil e… E boh, poco altro ci è concesso sapere dei piani del Padre Universale, cosa che irrita alquanto Shadow e noi con lui. Questa tuttavia si conferma la cifra narrativa di American Gods: tre quarti dei personaggi sanno tutto, si conoscono da millenni, vivono di conversazioni intime e di sottesi, tutti sanno cosa succederà, tranne Shadow e chi guarda. Il risultato è che possiamo solo aggrapparci a scampoli di chiarezza espositiva, a pezzi di frasi che ci permettono di orientarci in un intricato dedalo di piani e di discorsi filosofeggianti sulla natura degli dèi, sulla deificazione e reificazione degli stessi. Il che è molto interessante, specie perché di pari passo con un comparto visivo sempre molto suggestivo.

Regia mai banale e montaggio al limite del lirismo, un ponte tra Legion e Hannibal che nella prima stagione aveva incantato e lasciato con quel misto di “non ci ho capito niente” e “è bellissima”. Questa seconda stagione di American Gods, tuttavia, pende più verso la prima sensazione, anche perché non adeguatamente bilanciata con momenti visivamente e narrativamente interessanti. Torniamo quindi ai problemi detti in partenza: la partenza di Fuller e Green per problemi di budget ha portato all’eliminazione dei prologhi, piccoli corti di assoluto interesse che mostravano la nascita di dèi che magari non erano poi parte della storia, ma davano peso e qualità alla serie. Con loro se ne è andata anche Gillian Anderson e questo è un peccato mortale: innanzitutto perché è Gillian Anderson, secondo per la sua Media, fatta di icone pop della storia, è stata sostituita da una scialbissima New Media, fatta di k-pop e basta.

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Momenti di qualità ce ne sono, ma niente a che vedere col fascino della prima. In questo American Gods, ogni episodio amalgama in sé qualcosa per cui vale decisamente la pena seguirla, anche se con più difficoltà a tenere il filo del discorso e alto l’interesse. Di questa stagione si salvano senza dubbio tre momenti: l’excursus su William “Froggy” Jones, lo spirito di un ex schiavo animato dall’odio per gli afro-americani che non hanno fermato il suo linciaggio; il flashback ambientato negli anni ’30-’40 e incentrato su Donar aka Thor; il racconto della genesi di Mad Sweeney, probabilmente l’episodio più emozionante della stagione.

La terza stagione di American Gods è stata già annunciata, in tutto la trasposizione del romanzo di Neil Gaiman dovrebbe richiederne quattro. Difficile dire come potrà essere la prossima: la traccia, l’intenzione è rimasta identica, il risultato un po’ più scialbo. Ma per vedere all’opera questo pantheon, si passa sopra a (quasi) tutto.

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