Venezia 76: PELICAN BLOOD – L’horror ai tempi delle Mamme Pancine

Recensione del film di apertura della sezione Orizzonti a Venezia 76. #MostriaVenezia

di Carlo Neviani

Primo giorno della Settantaseiesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film di apertura della sezione Orizzonti, dedicata a pellicole rappresentative di nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale, è il tedesco Pelikanblut (letteralmente “sangue di pellicano”) della regista Katrin Gebbe. Metà della redazione Monster Movie era presente alla première del film e può testimoniare come questo sia stato accolto da un applauso piuttosto tiepido da parte dei presenti, soprattutto considerando che alla presenza di cast e crew ci si concede facilmente ad acclamazioni, anche in caso di prodotti mediocri. Eppure Pelican Blood, nonostante sia stato forse il meno applaudito in 3 anni di frequentazione della Mostra, è anche uno dei più interessanti. Scopriamo il perché.

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GENERE. Non è mai scontato che un film di genere entri nel programma di un festival cinematografico. Molti lo vedono in contrapposizione al cinema autoriale: ci si serve dei generi per logiche consumistiche e commerciali. Ma soprattutto negli ultimi anni, e soprattutto nell’horror, questo aspetto è cambiato molto, basti pensare a quanto fatto da Kent, Peele e Aster. Lo sa Venezia che nel 2017 ha premiato col Leone d’Oro un film di mostri, The Shape of Water. Pelikanblut è perfetto per rappresentare la tendenza dei nuovi horror che vogliono esplorare tematiche con uno occhio d’autore. Lo sguardo di Katrin Gebbe si dimostra sapiente nel giocare con diversi toni e filoni narrativi.

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MADRE E FIGLIA. Il cuore della storia è una tematica famigliare. Un rapporto tra una donna, madre single, e le figlie adottive. La più piccola di queste ad un certo punto diventa isterica, dispettosa, quasi demoniaca. In poco tempo lo spettatore si trova catapultato in uno sviluppo che dal puro drama prende il sapore dei migliori horror di possessione infantile, come L’esorcista o Il presagio, risalendo fino al lontano The Innocents, capolavoro presentato a Cannes nel 1962. Ma dove sta la novità? Se nei classici dell’orrore la presenza del male era, da sola, metafora di paure reali, in Pelican Blood il verosimile e il fantastico convivono sullo stesso piano. Gebbe mescola il maligno alla reale ansia psicologica della madre, che pur di svolgere il suo ruolo compirà scelte sempre più discutibili. Un approccio simile a quanto affrontato da Jennifer Kent nell’acclamato Babadook. Il disagio psichico della protagonista viene ben trasmesso allo spettatore e per i primi due terzi di film si è totalmente trascinati in questo incubo materno. Peccato per l’ultima parte.

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SIMBOLI E METAFORE. Già dal titolo (il pellicano è un simbolo cristiano del sacrificio per i figli) è chiaro come simboli e metafore abbiano un ruolo di spicco nella pellicola tedesca. La prima metafora importante è nel parallelismo tra la professione della protagonista e la sua esperienza come madre. Ella è infatti una domatrice di cavalli (ad uso della polizia) e, nei primi minuti, si impone nel riservare un trattamento speciale per un cavallo particolarmente selvaggio. Dovrà fare lo stesso con la figlia: soffrendo di un trauma psicologico, la bambina non prova emozioni e crea malessere in chiunque le stia accanto. Andrebbe portata in un istituto, ma la mamma preferisce riservarle un’attenzione speciale, che porterà ad un progressivo sfinimento fisico e mentale. Molto ben gestite sono le relazioni con le persone adiacenti il nucleo madre-figlia, ovvero con l’altra bambina, che è costantemente impaurita dalla sorellastra, e con il poliziotto amante della protagonista, figura paterna e di razionalità sana e giusta. Il sottotesto simbolico, che funziona per buona parte del film finisce poi per esserne anche il suo difetto, perché nel terzo atto il realismo viene spazzato via in favore di una risoluzione totalmente mistica e soprannaturale, troppo lunga e noiosa. Il messaggio definitivo fa fede all’immagine del pellicano che nutre i figli col proprio sangue: essere madre comporta fare di tutto pur di salvare i propri figli. Che a livello puramente simbolico ci sta, ma… considerato nel reale, sembra voler legittimare l’ignoranza materna nel ricorrere a pratiche esoteriche e per nulla scientifiche. Sembra in pratica darla vinta ai gruppi Facebook di “Mamme Pancine” che ricorrono a pratiche assurde e grottesche, ossessionate dal desiderio di una maternità compulsiva, che non riesce a capire l’importanza del padre (l’amante poliziotto viene infatti spesso snobbato) nell’educazione e nelle scelte relative ai propri figli. Ecco perché in pochi hanno applaudito. Ma forse era proprio lì che Gebbe voleva andare a parare, stimolando una discussione attuale.

Qui trovate il nostro commento a caldo, a circa metà diretta del terzo giorno a Venezia!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. The Butcher ha detto:

    La recensione mi ha molto colpito e spero di poter vedere questo film al cinema.

    Piace a 1 persona

    1. Monster Movie ha detto:

      Grazie! Non si sa ancora se e quando verrà distribuito nelle sale italiane, molto probabilmente nel 2020. In Germania uscirà il 29 settembre al Film Festival di Amburgo.

      Piace a 1 persona

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