BESTIARIO D’ITALIA: Leggende del Lazio

Mostri, fantasmi e folletti dell’immaginario laziale.

di Matteo Berta, Alessandro Sivieri e Giovanni Siclari

Eccoci pronti a esaminare i misteri del Centro Italia con l’appendice laziale del nostro Bestiario d’Italia. Per i nuovi arrivati, si tratta di un’ambiziosa rubrica che intende riunire e passare in rassegna le creature leggendarie che abitano le nostre regioni. Lungo questo viaggio abbiamo incontrato una folta schiera di entità sovrannaturali, da streghe mangiabambini a spiritelli dispettosi e rettili troppo cresciuti. Questo capitolo prende in esame il Lazio, terra divisa tra le bellezze paesaggistiche e le testimonianze storiche. Qui nacque il seme della civiltà occidentale, l’immortale città di Roma e il suo Impero. Dalle calde coste del Mar Tirreno ai passi appenninici, si possono scoprire mille oasi nascoste in un territorio che non è mai uguale a se stesso e che ha sempre una storia da raccontare. Da menzionare il fiume Tevere, sulle cui sponde, secondo il mito, Romolo e Remo vennero allattati da una lupa.

Esplorando la nostra capitale e patrimoni naturalistici come il Parco del Circeo, vi accorgerete che il territorio laziale custodisce storie a volontà, spesso riguardanti esseri magici. Passando per Strigi e folletti malefici si arriva a un ricco campionario di spettri, tra cui la celebre Beatrice Cenci, che appare in determinate notti a Roma, nei pressi di Castel Sant’Angelo. Non va parimenti dimenticata la maga Circe apparsa nell’Odissea di Omero, affascinante e misteriosa, alla quale è intestato un intero promontorio. Infine, come se questa scorpacciata non finisse mai, guardatevi dagli alieni e dai serpenti marini! Iniziamo questo percorso che si dipana tra antiche fortezze e lasciti della cultura classica.


IL LENGHELO

Il nome di questo folletto ha molte variazioni, tra cui Lenghero, Lenghelu o Lengheletto. È protagonista dei racconti popolari soprattutto nella zona dei Castelli Romani. Il suo appellativo sta a significare “allungato” e infatti ha un aspetto alto e snello. Non è malvagio ma a quanto pare ama giocare una gran quantità di scherzi. Il campionario comprende camminare sulle scale di legno, rompere piccoli oggetti e saltare sulla pancia della gente nel sonno. In genere perseguita chi gli sta antipatico o chi fa un torto alla sua famiglia prediletta. Agli umani che rispetta fa trovare ricchezze o rivela numeri vincenti per il lotto.

Si dice che il Lenghelo abbia un rifugio vero e proprio, ovvero il Palazzo Sforza-Cesarini di Genzano di Roma. Una credenza del passato afferma che ogni famiglia conviva con il suo folletto personale, anche inconsapevolmente. C’è chi lo identifica con il diavolo, un lupo mannaro o l’anima di un morto, accentuando la sua connotazione negativa. Alcuni gli attribuiscono la funzione di spauracchio, in particolare per l’abitudine di spaventare i bambini per tenerli buoni (viene a volte accostato all’uomo nero dai genitori per calmare la prole).


LA STRIGE

Nelle leggende dell’antica Roma si parla di un uccello notturno che, oltre a essere di malaugurio, si nutriva di sangue e carne umana. Non parliamo di un non-morto come nel caso dei vampiri, ma di una mutazione. Mentre il nome “Strige” in greco significa “gufo”, il latino “strix” ha dato origine al verbo “stridere” e all’appellativo “strega”. La Strige viene descritta come un uccello dal becco lungo e dorato, come quello del Colibrì, che usa per perforare la pelle e succhiare il sangue, prediligendo come vittime i bambini. È dotata di ali rosso porpora e di sei arti. Le zampe sono ad artiglio e nere come la pece. Gli occhi sono tondi e gialli, senza pupilla. La leggenda ha affondato le sue radici in svariate mitologie europee, come la Francia: il famoso gargoyle “pensieroso” sulla cattedrale di Notre-Dame è proprio ispirato alla Strige!

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La figura dell’uccello-vampiro compare in diverse opere della cultura ellenistica e romana, trovando spazio negli scritti di Plauto, Petronio Arbitro, Orazio, Seneca e Ovidio. Secondo il racconto più antico, due fratelli chiamati Agrios e Oreios vennero puniti dagli dèi per atti di cannibalismo e, insieme al padre Polifonte, si trasformarono in Strigi, uccelli maledetti che emettono strilli acuti nella notte e portano sventura agli uomini. Nel Satyricon uno schiavo muore qualche giorno dopo aver avuto un contatto fisico accidentale con una Strige, che viene identificata come una creatura femminile (probabilmente una donna in grado di mutare in mostro). Ovidio fornisce particolari truculenti su come le Strigi rapiscano i neonati dalle culle per lacerargli le viscere con gli artigli e berne il sangue, ma non sa se siano megere in grado di trasformarsi o se siano nate come uccelli. Il mito di questi esseri è ancora oggi gettonatissimo tra gli scrittori fantasy.


DONNA OLIMPIA

Ponte Sisto è uno dei luoghi più affascinanti di Roma. Riservato ai pedoni, ha il compito di connettere il centro storico a Trastevere ed è molto apprezzato dai turisti, che si fermano sulle sue arcate per immortalare il panorama. Come parecchi edifici storici nostrani, ha un lato oscuro. Trattasi del fantasma di Donna Olimpia Pamphili, detta anche La Pimpaccia, una donna avida e crudele che stando alle voci fu l’amante di Papa Innocenzo X. I suoi detrattori la accusavano di gestire un giro di prostituzione negli ambienti ecclesiastici e di avere un atteggiamento sprezzante con il popolo, credendosi intoccabile. Alla morte del Pontefice, Olimpia perse i suoi privilegi e decise di fuggire dalla Città Eterna, non prima di aver riempito due casse con oro e gioielli.

Scappata da Roma a bordo di una carrozza a quattro cavalli, si ritirò prima a Villa Pamphili, e poi in provincia di Viterbo, dove incontrò la morte per via di una pestilenza. Ebbene, pare che il suo spettro non abbia mai trovato pace e che sia tornato nella Capitale per perseguitare i romani. Il 7 gennaio di ogni anno, in teoria, il Ponte Sisto viene attraversato dalla carrozza fantasma della nobildonna, che lo percorre per intero prima di gettarsi nel Tevere, dove un gruppo di diavoli è pronto a scortarla verso l’Inferno. Secondo alcuni il carro è avvolto dalle fiamme e inizia il suo tragitto dalla residenza papale in Piazza Navona, dove avrebbe rubato le ricchezze di Innocenzo prima di darsi alla fuga.


I LUPI MANNARI

Secondo le cronache del secolo scorso, in Centro Italia non mancano episodi di licantropia. Pare che gli uomini-lupo abbondino in particolare nella zona dei Castelli Romani e che non tentino affatto di salvarsi da questa maledizione, guardando con odio i potenziali guaritori. Negli anni ’50 a Roma vi fu il caso di Pasquale Rossi, conosciuto anche come il lupo mannaro di Villa Borghese. Durante alcune crisi notturne, la sua forza aumentava a dismisura e sorgeva il desiderio di correre nei prati, graffiare la terra con le mani e ululare. Nello stesso periodo ebbe sintomi analoghi Iolanda Pascucci, nata nel 1921 e con i primi segnali di licantropia già a 12 anni.

Veniva chiamata la lupa di Posillipo e nelle notti di luna piena la sua bocca si riempiva di bava, le pupille si dilatavano e veniva pervasa da una gran sete. Il volto assumeva fattezze mostruose e dal suo petto emergevano grida strazianti. Una volta cresciuta sposò un musicista ed ebbe un nuovo attacco nelle prime settimane dopo le nozze, scappando di casa a mezzanotte e facendo ritorno all’alba. La donna fu sottoposta a esami, cure, persino all’internamento in manicomio, senza che si trovasse una soluzione alle crisi. Si dice che scappò a Napoli, isolandosi dalla famiglia, per paura di aver trasmesso la patologia ai suoi stessi figli.


LA MAGA CIRCE

Chi non conosce la maga e semidea comparsa nell’Odissea di Omero? Figlia di Elio, dio del sole, e della ninfa Perseide, viene descritta come una fanciulla dai grandi poteri, tra cui quello di sedurre. Alcuni fenomeni meteorologici sono perfino stati ribattezzati con il suo nome. Secondo la leggenda viveva nell’attuale promontorio del Circeo, che in antichità era circondato dalle acque. Aveva una lunga chioma riccia e attirava gli uomini alla propria abitazione con il canto, per poi accoglierli nella propria mensa. Peccato che accanto al cibo abbondante serviva bevande avvelenate. Dopo che gli incauti ospiti cadevano privi di sensi, venivano trasformati in animali.

Sue vittime illustri furono i marinai di Ulisse, che dopo essere sfuggiti ai giganti capitarono sull’isola e vennero intrappolati. Ulisse capì l’inganno e grazie a un’erba magica donatagli da Mercurio divenne immune ai sortilegi della maga. Circe allora accettò la sconfitta e si innamorò del re di Itaca, restituendo inoltre le sembianze umane ai suoi sottoposti. Ulisse per gratitudine decise di restare con lei per qualche tempo. A quanto pare i due si diedero da fare, poiché dalla relazione nacque un figlio, Telegono. Dopo un anno i marinai si ruppero evidentemente le scatole e chiesero a Ulisse di riprendere il viaggio verso casa. Ancora oggi non è chiaro se Circe fosse una maga o una dea. Fatto sta che l’inclusione della magia nel poema epico era piuttosto rara, poiché considerata un elemento arcaico. Qualcuno di voi sta già partendo per rimorchiare maghe nel Circeo?


BEATRICE CENCI

A Roma, lungo il ponte che conduce a Castel Sant’Angelo, nella notte tra il 10 e l’11 settembre si dice che compaia il fantasma di una giovane dama, vissuta nel Rinascimento. La sua storia ha ispirato dipinti, romanzi e tragedie. Il suo nome era Beatrice ed era la figlia di Francesco Cenci, nobile dal temperamento violento e dagli scarsi valori. Nella dimora di famiglia, situata nel Rione della Regola, vivevano anche Giacomo, fratello maggiore di Beatrice, Lucrezia Petroni, seconda moglie di Francesco, e Bernardo, il figlio nato dalle seconde nozze. Francesco maltrattava l’intera famiglia e arrivò ad avere rapporti incestuosi con Beatrice. Nonostante le denunce, il nobile godeva di amicizie potenti e veniva presto scarcerato. Con la complicità del guardiano del castello (presunto amante di Beatrice) e del maniscalco, la famiglia ordì un complotto per uccidere Francesco. Gli trapassarono il cranio e la gola con un lungo chiodo, per poi lanciarlo dal balcone per simulare una caduta.

Purtroppo le guardie pontificie esaminarono il corpo e si insospettirono per le insolite ferite. Il guardiano, minacciato di tortura, confessò il crimine e riuscì momentaneamente a fuggire. Il maniscalco fu torturato a morte. Anche la confessione di Beatrice venne estorta grazie a terribili supplizi. L’intera famiglia Cenci venne condannata alla pena capitale. Il popolo, che conosceva la crudeltà di Francesco, si sollevò in favore dei Cenci, ma papa Clemente VIII non ebbe pietà. L’11 settembre 1599, all’alba, i quattro membri della famiglia vennero condotti al patibolo di Ponte Sant’Angelo.

Giacomo fu torturato lungo il tragitto con tenaglie arroventate e colpito alla testa con un maglio, prima che le sue membra dilaniate venissero appese ai quattro angoli del patibolo. Lucrezia venne decapitata con una spada. Beatrice subì la stessa sorte. Il giovane Bernardo venne risparmiato ma finì in carcere. Il corpo di Beatrice è sepolto in una tomba anonima nella Chiesa di San Pietro in Montorio. Ancora oggi viene ricordata come simbolo della lotta alle ingiustizie e il suo fantasma, che non ha mai trovato pace, riappare periodicamente sul ponte, reggendo la propria testa recisa.


IL FANTASMA BAMBINO

Il castello di Fumone, nato come fortezza dello Stato Pontificio nel basso Lazio, è noto per il suo patrimonio artistico. Gli amanti del mistero lo considerano invece il castello delle anime perdute, grazie alla leggenda del Marchese Bambino. Nel 1584, dopo un lungo periodo di sfruttamento come prigione, nella quale avvenivano torture disumane, il castello venne affidato da papa Sisto V ai marchesi Longhi. L’unico erede maschio della famiglia, nato dopo sette femmine, era il piccolo Francesco. Le sorelle erano gelose della sua posizione di erede e lo vessavano in tutti i modi. Arrivarono a mettergli dei minuscoli pezzi di vetro nel cibo. Alla tenera età di tre anni, Francesco morì dopo aver accusato dolori lancinanti. La madre, la duchessa Emilia Caetani, non sopportava l’idea di seppellirlo e così lo fece imbalsamare, per poi conservarlo intatto nel castello.

Il suo corpo è tutt’ora custodito in una teca. Pare che il medico autore dell’imbalsamazione morì subito dopo in circostanze poco chiare. Si dice che l’intera struttura sia infestata da presenze oscure. Pare che la madre del piccolo, Emilia Caetani, si avvicini alla teca del figlio dopo la mezzanotte per piangere davanti alle sue spoglie. Molteplici testimonianze raccontano di strane voci, rumori di passi, oggetti spostati e grida di dolore provenienti dai sotterranei, dove un tempo venivano tenuti i prigionieri. Secondo la superstizione, il Fantasma Bambino vive ancora in quel luogo ed è attorniato da un esercito di spettri che procura disagi agli ospiti.


LA NINFA DI LATINA

Protagonista di questa triste storia non è una ninfa vera e propria, ma una bellissima principessa chiamata Ninfa, che viveva con il padre in un castello alle pendici dei monti Lepini. Ai tempi il loro regno era circondato dalle paludi: vaste distese d’acqua stagnante, infestate dalle zanzare e dalla malaria, rendevano difficile l’attraversamento o il semplice uso dei terreni a scopo agricolo. Il re desiderava ardentemente sbarazzarsi delle paludi, e annunciò che avrebbe concesso sua figlia in sposa a chiunque avesse trovato un modo per bonificarle. Alla corte giunsero quindi due sovrani delle terre confinanti: uno era Martino, intelligente e di buon cuore, mentre l’altro era Moro, un malvagio stregone.

Ninfa amava segretamente Martino e confidava nella sua vittoria. Quest’ultimo impiegò tutto il suo ingegno per costruire canali e macchinari, ma le acque putride ebbero infine la meglio. Moro non fece nulla fino all’ultimo giorno, quando il re stava per dichiarare chiusa la competizione. Lo stregone prosciugò le paludi con un’unica magia. Ninfa, per non cadere nelle grinfie di Moro, preferì gettarsi nel lago, scomparendo per sempre. In sua memoria sorgono i Giardini di Ninfa, in provincia di Latina, colmi di piante rigogliose e ruscelli d’acqua limpida. Il parco è di proprietà della famiglia Caetani ed è visitabile in un limitato numero di giorni. La leggenda narra che quel luogo sia così bello perché Ninfa, tutte le notti, risorge per accarezzare personalmente le piante e i fiori.


LA CREATURA DEI MONTI CIMINI

Nel 2010, sulla strada Cassia dei Monti Cimini (provincia di Viterbo), si verificò un incontro ravvicinato tra un automobilista e uno strano essere. Il caso ebbe risonanza presso i quotidiani locali e attirò schiere di curiosi, tra cui il gruppo PRISMA (Progetto Indagini e Studi di Manifestazioni Anomale), che condusse indagini in loco e interrogò testimoni. A quanto pare l’uomo rischiò di investire una creatura che attraversò la strada di corsa, per poi dileguarsi nella boscaglia. Basandosi su quei pochi secondi, l’automobilista ne diede una descrizione sommaria: un metro e mezzo di altezza, completamente glabro, di colore grigio e con due grandi occhi. Un identikit che ha molto in comune con i classici avvistamenti di alieni grigi.

Nel medesimo periodo giunsero altre segnalazioni, in buona parte anonime. Nel Parco dei Cimini, vicino a un’area attrezzata della forestale, un passante stava per uscire dal bosco insieme al suo cane. Quest’ultimo iniziò ad abbaiare e l’uomo sentì dei rumori alle proprie spalle, come di rami spezzati e fogliame calpestato. Il passante si guardò intorno ma non vide nulla, fino a quando non udì un verso stridulo, simile a quello di un uccello. Fu allora che vide una figura piccola e chiara vicino a un albero. La pelle era di un grigio chiaro, gli occhi neri e dallo sguardo vuoto; gli arti erano lunghi e sottili, mentre la testa era macrocefala. L’uomo ebbe un attacco di panico e corse alla macchina insieme al cane. Vi furono numerosi sopralluoghi, ma senza esiti soddisfacenti. Può darsi che si trattasse di una burla o di una eccezionale serie di abbagli, ma per chi ama fantasticare, nei Monti Cimini si aggira un ET inquietante.


I FANTASMI DEL CASTELLO DI SANTA SEVERA

A nord di Roma, nel comune di Santa Marinella, sorge il Castello di Santa Severa, uno degli edifici monumentali più affascinanti della regione. Situato in riva al mare, venne edificato nel XII secolo e pare che le sue fondamenta poggino su un cimitero. Alcuni scavi hanno infatti provato l’esistenza di un centinaio di tombe sotto le mura, oltre a uno scheletro trovato in ginocchio. Secondo le testimonianze dei visitatori, l’edificio è abitato da Poltergeist piuttosto attivi. I fenomeni rilevati comprendono urla misteriose, rumori di passi, oggetti che si muovono da soli e porte chiuse dall’interno nelle stanze deserte. Il normale campionario di sintomi da infestazione viene superato con un paio di eventi inquietanti: c’è chi sostiene di aver visto delle sagome azzurre muoversi da un corridoio all’altro e chi è stato addirittura spintonato o aggredito. Un’ex-operatrice museale asserisce di essersi sentita tirare per i capelli mentre usciva. Le ipotesi più in voga parlano dello spettro di un cavaliere che, sepolto vivo secoli fa, non ha ancora trovato pace. Forse lo scheletro inginocchiato appartiene a lui.


IL PARCO DEI MOSTRI DI BOMARZO

Un itinerario turistico, situato in provincia di Viterbo, che è anche un percorso iniziatico in grado di coinvolgere emotivamente e spiritualmente i visitatori. Il parco, commissionato dal principe Pier Francesco Orsini e realizzato dall’architetto Pirro Ligorio, è colmo di metafore delle nostre inquietudini esistenziali, che assumono fattezze mostruose. Come nella Commedia dantesca, il percorso prevede diverse tappe dove si incontrano strutture e rappresentazioni mitologiche, alla stregua di prove che la nostra anima deve superare. Svariate creature leggendarie diventano tangibili in forma di sculture, tra cui due Sfingi all’ingresso, l’Orco con la sua bocca spalancata e la statua del temibile Cerbero. Una tappa obbligatoria per chi desidera intraprendere una passeggiata fuori dal tempo (e dalla propria zona di comfort mentale).


IL SERPENTE DI GAETA

Nei pressi di Gaeta, lungo il litorale pontino, si racconta di un gigantesco essere dalle fattezze serpentine che terrorizzava gli abitanti. Pare che abitasse in una grotta sommersa della baia di Sant’Agostino e che devastasse gli insediamenti locali per saziare il suo appetito. I suoi orrendi sibili erano udibili a distanza e nessuno aveva il coraggio di visitare la baia per paura di essere sbranato. Accadde che uno dei locali, stanco delle razzie della bestia, prese coraggio e si recò alla grotta armato di schioppo. Posizionò delle caciotte a pochi metri dall’entrata e si appostò su un’altura con uno specchio, in modo da tenere controllati i movimenti dell’animale.

Dopo un po’ di tempo vide gli occhi gialli del rettile riflessi nel vetro e capì che l’esca aveva funzionato. Il serpente uscì dalla tana nella sua interezza e ingoiò le caciotte in un sol boccone. Il gaetano sparò alla bestia e fuggì subito nell’entroterra, timoroso di aver fatto cilecca. Traumatizzato dall’incontro, aveva i capelli completamente bianchi e morì davanti a suoi compaesani dopo aver farfugliato qualcosa sul serpente. Quest’ultimo invero era morto e venne trasportato in città con l’ausilio di quattro coppie di buoi. Il nome del coraggioso resta sconosciuto: secondo alcuni terminava in Di Ciaccio, secondo altri era Giovanni Macchetiello. Una versione alternativa suggerisce che gli eroi furono due, entrambi uccisi dal sibilo della bestia dopo averla colpita. Ancora oggi a Gaeta esiste una strada chiamata Via Grotta del Serpente.


IL LAGO FANTASMA

Si legge spesso di spiriti con le fattezze di fanciulle o cavalieri, mentre un intero lago spettrale non è certo comune. Parliamo del Lago di Canterno, situato a pochi chilometri da Fiuggi Fonte. A quanto pare si formò nell’800, quando le acque inondarono una conca di campi coltivati. Particolarità di questo bacino è la sua facoltà di scomparire e riapparire in modo improvviso. Documenti storici, datati per la maggior parte ai primi del Novecento, osservano come il lago si svuotasse repentinamente per poi riformarsi, dopo mesi o anni, in tutta la sua naturale ampiezza. Oggi il fenomeno si verifica in forma ridotta e sembra che sia dovuto all’accumulo di materiali e detriti al suo imbocco. Si parla anche di una grotta sotterranea dove si rifugerebbero i pesci durante i periodi di secca. Ovviamente la tradizione popolare ha formulato ipotesi di natura sovrannaturale per giustificare tali instabilità lacustri.


LA MANO DEL DEMONIO

Sulle scogliere di San Felice Circeo, lungo la via che porta al faro, è possibile leggere un’iscrizione romana incisa direttamente sulla pietra. I racconti affermano che chiunque riuscisse a decifrarla diventerebbe ricco, poiché la montagna si spaccherebbe eruttando monete d’oro. Sotto l’incisione, all’altezza della strada, sorgeva una strana protuberanza rocciosa che aveva la forma di una grossa mano, chiamata Mano del Demonio. Oggi la famosa mano è scomparsa, ma continuano a sorgere ipotesi sulla sua natura esoterica. Non è noto se sia stata distrutta dai lavori per l’ampliamento della carreggiata o asportata da un ordine monastico sanfeliciano, per scongiurare eventuali riti pagani al suo cospetto. L’intero luogo, insieme al boschetto di lecci poco distante, è considerato uno scenario carico di negatività e teatro di strani incidenti. Gira voce che nei pressi della strada sia scomparsa una monaca e che sia possibile udirne i gemiti nelle ore notturne.


Tra un antipasto di folletti, una spaghettata paranormale, un contorno di lupi mannari e un dessert alieno, usciamo da questa ghiotta incursione nel Centro Italia follemente sazi. Se al contrario di noi siete ancora affamati di mistero, vi consigliamo di consultare il nostro intero catalogo di Bestiari, dove troverete una moltitudine di creature estrapolate da film e videogame. Guai a voi se vi scordate di dare un’occhiata al Bestiario d’Italia nella sua interezza, perché i racconti folkloristici vanno tenuti vivi e perché potreste trovarvi impreparati di fronte a una strega antropofaga. Se conoscete altre storie del territorio laziale non esitate a contattarci, e chi non condivide l’articolo è un mostro di Bomarzo!

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