RAMBO: LAST BLOOD – Mamma, ho perso il budget

Stallone in modalità splatter con i messicani imbruttiti.

di Alessandro Sivieri

Abbiamo un problema con l’ultrasettantenne Sylvester Stallone: non riusciamo proprio a odiarlo. La sua aria da uomo vissuto, da combattente che trova sempre un’ultima cartuccia da sparare, riesce sempre ad accendere lo schermo, perfino quando ogni altro aspetto creativo fa colare la nave a picco. Anche se il protagonista ci mette l’anima, questo quinto episodio di Rambo ha poco da spartire con i precedenti. Il primo capitolo – titolo originale First Blood – ci presentava un veterano del Vietnam con problemi di reinserimento nella vita civile, oltre a sviscerare l’ipocrisia della società statunitense nei riguardi dei reduci. L’azione era solo un veicolo per portare in scena un’aspra critica e una vicenda profondamente umana. La storia di un guerriero riluttante che, stanco delle umiliazioni, mette in ginocchio un commissariato di polizia, beffa la Guardia Nazionale e distrugge mezza città, per poi avere un crollo psicologico e rannicchiarsi in un angolo a piangere. Come in una mini-rievocazione bellica sul territorio americano, il Rambo degli esordi prepara trappole mortali e terrorizza i suoi persecutori, ma non uccide nessuno, almeno non direttamente.

Trascorsi gli scontri con i sovietici e le carneficine in Birmania, lo ritroviamo in Arizona, al vecchio ranch di suo padre. La location offre spunti interessanti: Rambo ha sistemato la residenza di famiglia, ma ci vive a malapena, passando buona parte del tempo in un complesso di tunnel che ha pazientemente scavato. Le gallerie labirintiche sono una metafora della sua mente, persa tra brutti ricordi e fantasmi di amici che non è riuscito a salvare. Parte di lui non è mai tornata dal Vietnam, e ciò che rimane della sua psiche preferisce il semi-eremitaggio, nonostante i lavori di volontariato e la nipote acquisita Gabrielle (Yvette Monreal), per la quale stravede. Quando un estraneo entra in quei tunnel, è come se penetrasse nella testa di un folle.

Altro punto a favore è la corporeità del protagonista, che non si riduce alla mera forma fisica: Stallone a 73 anni è un armadio che non patisce quelle debolezze esteriori di un Rocky, di un Logan (Hugh Jackman) o di un Clint Eastwood dell’ultimo ventennio. L’età è un concetto astratto nell’ottica di una macchina per uccidere in attesa di innescarsi. Rambo minaccia una cinquantina di gangster che stanno per pestarlo e soprattutto, quando si arrabbia, è davvero intimidatorio. Stallone rimane perfettamente in grado di comunicare la sua pericolosità con un linguaggio non verbale, senza risultare forzato. Un personaggio iconico non basta però a scusare un tessuto narrativo scialbo e costruito sui luoghi comuni.

La giovane Gabrielle scappa in Messico per conoscere il padre che l’aveva abbandonata da piccola, finendo prigioniera di due malavitosi che trafficano prostitute. Superato il confine degli USA vengono impiegati tutti gli stereotipi possibili per calare i personaggi in una terra di degrado: case diroccate, polizia corrotta, tamarri tatuati con la pistola nei pantaloni e tizie abbigliate da Jersey Shore. Non dimentichiamo la coppia di fratelli papponi, proverbialmente divisi tra l’elegantone e la testa calda. La fotografia con una patina giallo-verdastra sembra un derivato delle favelas di Tropa de Elite. Il solo contrappeso a questa orda di messicani imbruttiti è la giornalista di Paz Vega, utile a togliere Rambo dai guai.

In generale gli antagonisti hanno un mindset da cartone animato, tenuti costantemente sopra le righe per giustificare l’escalation di violenza di Sly. Quando gli toccano la nipotina, l’ex-berretto verde si incazza come un dugongo e si dimostra molto più splatter rispetto al passato, scarnificando ossa a mani nude e infierendo sui puttanieri a suon di martellate. Le sue incarnazioni giovanili, pur assetate di vendetta, erano pragmatiche nelle uccisioni, mentre con l’età è evidentemente giunto il desiderio dei molteplici colpi di grazia, in un quantitativo surreale.

Lo scontro finale, giocato “in casa” grazie a un espediente, dà sfogo a tutta la voglia di botte accumulata in due terzi di film e si pone come un revenge porn, perdendo ogni velleità da western decadentista. Rambo prepara trabocchetti artigianali in stile Mamma, ho perso l’aereo! e lo spettatore sa che ogni oggetto inquadrato verrà successivamente usato per massacrare gli invasori. Votato all’eccesso, Stallone si converte in una figura slasher alla Jason Voorhees e avanza ineluttabile verso la prossima preda. L’intera sequenza della resa dei conti sarebbe più emozionante se la produzione si fosse presa la briga di raccontare in modo meno raffazzonato il corso degli eventi, e se avesse compiuto delle autentiche scelte visive.

La regia di Adrian Grunberg si dimostra in gran parte inadeguata, con una manciata di shot dal taglio amatoriale che avvicinano il prodotto a serie nostrane come Distretto di polizia. Il montaggio offre stacchi immotivatamente bruschi, quasi da videoclip, rendendo frettolosa la contestualizzazione di personaggi, azioni e spostamenti. Si avverte l’intenzione di omaggiare le atmosfere de Gli spietati, di Sicario o dell’ultimo atto di Wolverine, ma a conti fatti ci ritroviamo con il fratello povero di Io vi troverò. Ci chiediamo se a un certo punto vi siano stati dei tagli di budget, a prescindere da un nome di peso come quello di Stallone. Vuoi per svogliatezza, vuoi per una questione di soldi, questo Last Blood ha una storia tagliata con l’accetta, un po’ come i nemici di Rambo.

Qui trovate il nostro commento post-visione:

Un commento Aggiungi il tuo

  1. The Butcher ha detto:

    Personalmente l’ho trovato abbastanza brutto. Sembra che il film si trascini piuttosto che scorrere come dovrebbe. La storia è pessima così come tante altre cose. Forse è meglio smetterla con Rambo, penso che abbia detto tutto quello che c’era da dire.

    Piace a 1 persona

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