IL BESTIARIO D’ITALIA – Mappa delle creature leggendarie delle nostre regioni

Una raccolta di mostri, fantasmi, streghe e folletti del folklore italiano.

di Matteo Berta, Alessandro Sivieri e Giovanni Siclari

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Vi piacerebbe conoscere le creature sovrannaturali di tutte le regioni italiane? Quello che vi presentiamo è il nostro Bestiario più ambizioso di sempre. In cerca di nuove avventure mostrifere, abbiamo abbandonato le sale cinematografiche per esplorare il mondo della criptozoologia e dei racconti popolari. Non è raro che un film o un’opera letteraria traggano ispirazione dal folklore locale, come nel caso del Bigfoot, del Mothman, del Conte Dracula o del celebre Mostro di Loch Ness. E la nostra Italia? Questa penisola è stata, insieme alla Grecia, la culla della civiltà occidentale e custodisce innumerevoli storie, giunte fino a noi dalla mitologia classica, dalle superstizioni medievali e dalle più recenti leggende metropolitane. In breve, la nostra terra è piena di bestie, fantasmi, streghe e folletti che non hanno nulla da invidiare agli altri paesi. Essendo noi Monster Movie, non potevano esimerci dall’impresa di creare una pagina sui mostri italiani che fosse il più completa possibile. Come dei novelli Newt Scamander, abbiamo selezionato degli animali fantastici per ogni regione, tenendo le creature più rappresentative come “portabandiera”. Signore e signori, ecco a voi la nostra mappa delle leggende!

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Mappa Bestiario d’Italia in HD

La missione era creare un database mostruoso che fosse un punto di riferimento per appassionati e semplici curiosi, a metà tra l’indagine e la favola. Negli ultimi mesi abbiamo letto libri, esplorato pagine web e ascoltato i racconti di preziosi collaboratori per descrivere le creature di ogni località. Dal mostro del Lago di Garda al mito di Scilla e Cariddi, volevamo che il patrimonio storico-culturale di ogni regione fosse percepibile attraverso le sue leggende, che ci fanno riscoprire un mondo affascinante e misterioso. Alcune tradizioni hanno anche una valenza turistica, come le processioni dei Krampus nell’arco alpino, che hanno addirittura ispirato un film d’oltreoceano. Consultata la mappa, passiamo al Bestiario vero e proprio, con le schede dettagliate di ogni mostro suddivise per luogo d’origine. Dato il gran numero di storie interessanti emerse dalla ricerca, nei mesi a venire pubblicheremo le versioni estese dei Bestiari regionali, una specie di director’s cut dove potrete trovare dei contenuti extra, ovvero bestie e miti aggiuntivi. Ogni zona dell’Italia, dalla Lombardia alla Sardegna, avrà così il suo Bestiario espanso, che in alcuni casi conterà un numero di creature tre volte maggiore rispetto a quello base. Armiamoci di coraggio e addentriamoci nella terra dei mostri!


LOMBARDIA

(Qui la versione estesa)

Il territorio lombardo è colmo di leggende ed eventi storici “mostruosamente interessanti”, dalle varie entità ectoplasmatiche che infestano i parchi fino alle mostruosità animalesche più spaventose. In questa selezione di creature abbiamo cercato di prendere in esame entità emblematiche per il loro settore di appartenenza, includendo bestie lacustri, draghi e fantasmi.

BENNIE – IL MOSTRO DEL LAGO DI GARDA

Nell’anno 2001. Proprio in quella data il mostro del lago raggiunse la fama. Non aveva certo l’aspetto di quello attuale, perché la sua consistenza era ben più solida. In quell’epoca come oggi, il lago di Garda aveva un rilevante problema di smaltimento dei liquami provenienti dai vari paesi della riviera. Fu allora che Andrea Torresani, giornalista di Garda, organizzò al Municipio di Verona, in collaborazione con il consigliere comunale Roberto Gianfreda, una conferenza stampa per illustrare il fenomeno di questo “Mostro del Garda”. Lo scopo era descrivere questa enorme opera edile come un’immane macchina mangiasoldi che, alla fine, da progetto per salvaguardare il lago era diventata un sistema inquinante. All’epoca i media diedero un certo rilievo a questa conferenza stampa.

Dopo quell’evento capitò a Torresani d’imbattersi in tale Domenico Pozzani, rinomato chef e profondo conoscitore del lago. Costui fece presente tra il serio e il faceto che, alcuni anni prima, il giornale di Verona “L’Arena” aveva parlato del fantomatico mostro del Garda. Non era descritto come un’opera fognaria riuscita decisamente male, ma come un essere vivente in carne e ossa che terrorizzava i pescatori del lago. Una ricerca presso la Biblioteca Civica di Verona permise al giornalista di mettere le mani sull’articolo di cui Pozzani aveva parlato. “Il mostro della Baia mangia quintali di sardelle” titolava il pezzo dell’agosto 1965, a firma del cronista Ivo Tolu. Un articolo dai toni ironici che narrava dello strano avvistamento di alcuni pescatori gardesani di una creatura mostruosa nella baia delle Sirene, incantevole insenatura posta in prossimità di San Vigilio di Garda (VR). Nello stesso periodo delle ricerche, due sub avvistavano nelle acque del Garda, a 25 metri di profondità, un pesce siluro di circa cinque metri. Sempre davanti a Villa Canossa, poco tempo prima, un pescatore riferiva di aver avvistato qualcosa di enorme nelle acque.

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In un’intervista a Telenuovo, il cameraman ed esploratore lacustre Angelo Modina dichiarava che una massa sinuosa era stata avvistata nei fondali. A prova di ciò presentava le scansioni di alcuni tracciati sonar. Nel frattempo emergevano nuove testimonianze, come quella di alcuni ragazzi in barca che avevano individuato una grossa massa oscura muoversi nelle acque; una signora riferì invece di aver avvistato due gobbe in mezzo al lago. Torresani iniziò a raccogliere le diverse testimonianze e si imbatté in due giovani pescatori che una mattina, sotto la Rocca di Garda, avevano preso all’amo un pesce siluro così grosso da costringerli a tagliare la lenza. A prova di ciò corredavano la loro esperienza con una fotografia in cui s’intravedeva la sagoma del pesce gigante sotto il pelo dell’acqua.

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Che fosse un pesce siluro fuggito da un vicino centro per l’itticoltura? O si trattava della famigerata creatura? In quegli anni sulla storia intervenne anche la trasmissione Mistero, che intervistò i vari protagonisti delle indagini. Al caso si interessò pure la televisione tedesca Zdf, che per narrare la vicenda utilizzò proprio un filmato di Torresani. Nel 2016 venne catturato da un subacqueo, nelle acque tra Sirmione e Lazise, un pesce siluro della lunghezza di circa 2 metri. Nell’ottobre 2016 la vicenda venne analizzata dal CICAP, il comitato che analizza i fenomeni paranormali presieduto da Piero Angela, che definì i tracciati radar di Modina come riconducibili a una massa di alghe che si muoveva nei fondali. Nel frattempo, sul Garda, la guida turistica Thomas Brenner pensò di creare un logo del mostro, battezzandolo Bennie e producendo gadget a tema. Il mostro diventò così un vero e proprio brand.

Anche l’ultimo biennio è segnato da testimonianze interessanti: in primis l’avvistamento nel 2017 di un essere serpentiforme all’altezza dell’Isola del Trimelone (Brenzone). Degna di nota anche la foto scattata da Davide Di Corato nello stesso anno, che ritrae la sagoma autrice di una fattispecie di risucchio nelle acque innanzi a Torri del Benaco. Nel 2018 il programma River Monsters, con il noto conduttore Jeremy Wade, gira un servizio sulla acque del Garda alla ricerca dell’enorme pesce. Servizio che andrà in onda nella primavera del 2019. Lo stesso Torresani ha ripreso fenomeni alquanto strani, tra cui una gigantesca macchia in movimento di fronte Villa Cometti e dei consistenti moti delle onde risalenti in superficie, generati da qualche sommovimento subacqueo.

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Nel lago non mancano pesci di stazza insolita esi può a questo punto classificare il “mostro” come un enorme pesce siluro che si muove con destrezza nelle acque. In questi anni diverse specie ittiche che hanno raggiunto dimensioni notevoli. Anche lucci, carpe e anguille hanno visto ingigantirsi le loro proporzioni. Appare poco credibile palesare la presenza di uno storione gigante, anche perché fino a oggi non ne è stato mai pescato o segnalato un esemplare. Mostro o non mostro, è certo che vi siano continui sommovimenti nelle acque, per non parlare di una modesta attività vulcanica nei fondali. Sembra improponibile l’ipotesi di un Plesiosauro o di un rettile risalente al Triassico. Può essere compatibile invece la presenza di qualche animale estraneo immesso accidentalmente nelle acque.

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L’idea del Mostro del Lago è stata sfruttata da un lettore e nuovo amico del nostro mondo mostruoso, ovvero Thomas Brenner, detentore del marchio di “Bennie“. Thomas è stato per anni una guida turistica e racconta che, dopo uno strano avvistamento in una grotta, in lui è scattato qualcosa, una scintilla mostrifera che lo ha portato a dedicare la sua nuova carriera alla commercializzazione di questa figura, con il sogno personale di portare in auge Bennie come la mascotte ufficiale del Lago di Garda.

Sito del brand QUI.

LA DAMA NERA DI MILANO

C’è una leggenda che riguarda Parco Sempione, il parco più vasto del milanese. L’area verde nel XV secolo era un bosco molto grande situato accanto al Castello Sforzesco, ma dopo la caduta degli Sforza, il bosco divenne terreno agricolo e una piazza (Piazza d’Armi). Dal 1894 gli scopi bellici cessarono e divenne un parco pubblico, comprendente anche edifici e opere artistiche che rappresentassero la città di Milano. Una leggenda racconta che, al calar della sera, il parco venga attraversato da una donna bellissima vestita di nero, con il volto coperto da un velo, quasi di stampo cerimoniale funebre.

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Essa è schiva e non ama essere disturbata. In caso di incontro da parte degli umani, si dice che la dama si prenda qualche giorno di invisibilità, non facendosi trovare in quelle zone. Si tratta di un’anima in pena e appartiene a quella tipologia di fantasmi che molto probabilmente non riescono trovare pace per qualche situazione irrisolta. Si dice che chiunque incroci il suo sguardo rischi di cadere in uno stato di trance, che può portare alla dimenticanza di determinati ricordi o a veri e propri episodi di perdita di memoria a breve termine. Alcuni anziani riportano una parte della leggenda ai più non nota, ovvero una storia tenebrosa che rappresenta uno scenario lugubre in cui la dama, in caso di eccessivo disturbo al suo vagare, attiri i malcapitati in una sorta di edificio storico immaginario dove vi sono dei suonatori inquietanti che eseguono partiture proibite, causando traumi profondi all’animo degli spettatori. Molti riconducono l’identità della dama a Bianca Maria Scapardone, vedova di Ermes Visconti, vissuta nel ‘500.

IL DRAGO TARANTASIO

Secondo la leggenda si tratta di un drago che in tempi remoti, nell’alto medioevo, dimorava presso il Lago Gerundo, in provincia di Lodi. Alcuni sostengono che fosse in realtà una Viverna, che nella descrizione del naturalista cinquecentesco Ulisse Aldrovandi appare come un drago a forma di serpente, con un solo paio di zampe e due piccole ali. A testimonianza del mito rimane Taranta, una frazione di Cassano d’Adda così denominata in memoria della creatura. Pare che Tarantasio, come i suoi simili, cacciasse gli umani per divorarli, in particolare i bambini. Oltre a ciò, fracassava le barche in transito sul lago e ammorbava l’aria con il suo fiato pestilenziale, diffondendo una malattia denominata febbre gialla.

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Una credenza vuole che il drago fosse nato dai resti putrefatti di Ezzelino III da Romano, morto proprio in quelle terre e seppellito nella rocca sforzesca di Soncino. Costui era un condottiero alleato di Federico II di Svevia ed era conosciuto per gli atti di crudeltà, tra cui murare vivi i prigionieri e far cavare gli occhi ai fanciulli. Viene definito da taluni “il Dracula italiano” e non è difficile credere che dalle sue spoglie fosse nato un essere come Tarantasio. La mitologia attribuisce il prosciugamento del lago e la sconfitta della bestia ad alcuni santi, tra cui San Cristoforo, patrono delle acque, e San Colombano, che avrebbe attirato la creatura sulla terraferma per poi schivarne gli attacchi e colpirla con un lungo bastone.


TRENTINO-ALTO ADIGE

(Qui la versione estesa)

Caratterizzato da cime solitarie e da incantevoli valli, il Trentino ha molto da offrire sia agli avventurosi che ai bisognosi di quiete. La massiccia presenza di natura incontaminata, come boschi e grotte, insieme ai numerosi castelli, ha contribuito a formare un background folkloristico che risente di svariate influenze, tra cui quella germanica. Si tratta di una terra ricca di favole, a volte terribili, che fanno parte dell’offerta turistica locale. Si pensi ai Krampus, i celebri diavoli che sfilano nei cortei natalizi e che hanno ispirato addirittura un film. Non dimentichiamo poi le creature serpentesche come il Tatzelwurm e i condottieri delle cacce selvagge. Addentriamoci dunque in questo territorio impervio ma ricco di fascino.

IL KRAMPUS

Un essere demoniaco delle regioni alpine, particolarmente legato al folklore del Trentino Alto Adige. Viene celebrato anche nel Friuli  Venezia Giulia, in Austria, in Baviera, in Slovenia, in Croazia e in Ungheria. È protagonista di alcune manifestazioni popolari che vanno avanti da secoli e che coincidono con il periodo natalizio. Tali eventi sono ispirati alla mitologia cristiana e alla figura di San Nicola. Secondo la leggenda, il Krampus è un demone sconfitto dal santo e impiegato da quest’ultimo come servitore. La sua fama è giunta oltreoceano, dando vita al film horror Krampus – Natale non è sempre Natale, diretto da Michael Dougherty, dove il mostro perseguita una famiglia che ha perso lo spirito natalizio. Nell’immaginario collettivo ha l’aspetto di un essere peloso e animalesco, vestito di abiti laceri e munito di corna, campanacci e catene. Ne esiste una versione femminile, denominata Krampa. Essi si aggirano nelle strade, alla ricerca di bambini cattivi da rapire e trascinare all’inferno, mentre colpiscono con frustate la gente.

La festa di San Nicola, che si svolge il 5 dicembre, culmina solitamente in una sfilata per le vie dei paesi, dove il santo viaggia tra la folla a bordo di un carro, distribuendo dolciumi ai bambini meritevoli. Oltre a questo, deve tenere a bada i suoi servitori, ovvero i Krampus, che rappresentano la rabbia e la violenza represse nel resto dell’anno. Emettendo mugugni e grida, spaventano giovani e anziani, spintonano la gente e danno colpi di verga a chiunque incroci i loro passi. Quando il sole tramonta, San Nicola abbandona la sfilata e i demoni sono liberi di sfogarsi, inseguendo i ragazzini più temerari. Solitamente i costumi sono inquietanti e ricchi di dettagli. Secondo la tradizione, la maschera non deve essere mai tolta in pubblico, pena il disonore per lo smascherato.

In tutto il Trentino si tengono manifestazioni suggestive e personalizzate a seconda del paese, come a Bressanone, a Dobbiaco, a Levico Terme e in Val dei Mocheni. Nel comune di Brunico, in provincia di Bolzano, sfilano ogni anno circa 400 Krampus con tanto di carri diabolici, muniti di gabbie per per catturare bambini e adolescenti. Gli adulti vengono invece frustati con code di vacca e fascine di legno. A Vipiteno i demoni girano con veicoli motorizzati, tra cui il Carro di Satana, dove un Krampus alato cala il martello su un’incudine immersa nei carboni ardenti. I presenti che stuzzicano i demoni vengono solitamente percossi e ricoperti di grasso. Quali sono le radici di questa ricorrenza?

Si narra che tanto tempo fa, in un periodo di carestia, alcuni giovani si travestissero con pellicce animali, piume e corna, per poi terrorizzare i paesi di montagna. Irriconoscibili grazie alle sembianze demoniache, potevano rubare le provviste necessarie ad affrontare l’inverno. Un giorno si accorsero che tra loro vi era un impostore: il Diavolo in persona si era mescolato al gruppo, risultando riconoscibile solo grazie alle zampe caprine. Per esorcizzare il demonio venne chiamato il vescovo San Nicola, che da allora impiega i ragazzi travestiti per accompagnarlo nei paesi a distribuire doni e punire i malvagi.

IL TATZELWURM

Creatura leggendaria di montagna, descritta come un lucertolone con quattro o due zampe e la coda tozza. È assimilabile a un drago e il suo nome, in lingua tedesca, significa “Verme con le zampe“. È conosciuto anche nel Friuli, in Svizzera, in Germania e in Francia. In alcune versioni presenta caratteristiche feline e le sue dimensioni variano dai trenta centimetri ai due metri. Il Tatzelwurm sarebbe dotato di due grandi occhi e di fauci piene di denti appuntiti. La pelle è squamosa, ma vi sono racconti che la vogliono liscia o coperta da una sottile peluria. Come per il Basilisco, gli viene attribuita la capacità di infliggere gravi danni, o addirittura di uccidere, con il solo sguardo. Il suo alito è velenoso ed emette versi agghiaccianti. Tra le testimonianze più celebri sul suo conto troviamo quella del naturalista Ulisse Aldrovandi, che nel suo Serpentum et Draconum historiae riferisce della cattura, risalente al 1499, di un drago in territorio svizzero. Esso era munito di orecchie e presentava caratteristiche comuni tra i vermi. Secoli dopo, tra il 1931 e il 1934, la rivista altoatesina Der Schlern pubblicò tre articoli sul Tatzelwurm, con 85 casi di avvistamento. Le descrizioni della bestia erano abbastanza diverse tra loro e non furono trovate prove convincenti.

Nell’estate del 1969, presso il paesino di Longostagno, in provincia di Bolzano, un uomo riferì di aver incontrato un rettile di modeste dimensioni, simile a una salamandra, dotato di due zampe e in grado di gonfiare la gola. Nel settembre del 1971 il quotidiano La Notte parlò di una sorta di “drago delle Alpi“, un animale lungo circa 70 centimetri, grosso quanto un braccio, con la testa arrotondata e un paio di orecchie. Era dotato di due zampe piuttosto robuste. L’articolo includeva la testimonianza di una certa dottoressa Alice Hoose, che sosteneva l’esistenza di una colonia di questi esseri sull’Altopiano del Renon. Gli individui ammontavano a svariate dozzine e si cibavano di topi e lucertole, paralizzandoli grazie a ghiandole velenose. La studiosa aveva anche piazzato degli apparecchi fotografici per documentare la scoperta, ma secondo le ricostruzioni del giornale, venne minacciata da tre individui del luogo e derubata dell’attrezzatura.

Ancora oggi questo criptide rimane nell’ombra e non è mai stato immortalato. C’è da dire che già nel 1934 un uomo di nome Balkin diffuse la foto di uno strano serpente, ma l’immagine apparve come un falso di fattura grossolana. Numerosi anche i ritrovamenti di alcuni resti, appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Lo studioso Jakob Nicolussi ipotizzò che fosse un animale imparentato con gli elodermi americani e propose di chiamarlo Heloderma Europaeus. Altri ne suggerirono la natura anfibia. Le descrizioni sono invero così eterogenee da confondere le idee su questa creatura, che a livello mitologico non ha ancora un aspetto universalmente accettato. Verme, serpente, felino o lucertola? Se siete in vacanza dalle parti di Bolzano, tenete pronta la macchina fotografica: non si sa mai.

LA CACCIA SELVAGGIA

Ebbene sì, parliamo dello stesso mito che ha ispirato il videogioco The Witcher 3: Wild Hunt. Quello della caccia selvaggia ( in tedesco Wütende Heer) è un racconto diffuso in gran parte d’Europa, incluse la Gran Bretagna, la Francia, l’area scandinava e soprattutto la Germania. I protagonisti cambiano in base al periodo storico e al folklore locale, ma la natura della caccia e le circostanze in cui si palesa sono grosso modo le stesse. Trattasi di una cavalcata di esseri spettrali (spesso demoni, divinità, morti viventi o grandi eroi del passato) che di notte percorre le valli e le foreste senza sosta. Solitamente viaggiano in groppa a creature mostruose, come cavalli di fuoco, e vengono accompagnati da mastini infernali e servi non-morti. L’apparizione della caccia selvaggia viene vista come un presagio di catastrofi e sventure. Si dice inoltre che i mortali incontrati lungo il cammino vengano rapiti dal corteo e portati nell’oltretomba.

La figura ancestrale all’origine della caccia è il dio germanico Wotan, ovvero Odino. Secondo il mito, nei giorni successivi al solstizio d’inverno, egli si aggira in sella a Sleipnir, il suo destriero dotato di otto zampe, conducendo le anime dei soldati morti in battaglia in una furiosa processione intorno alla Terra. Accenni alla caccia si trovano anche negli autori classici come Ovidio e Tacito. I popoli europei hanno poi rielaborato il racconto in base alla loro storia e alla collocazione geografica: ecco che, al posto di Wodan, il leader dell’esercito spettrale è Diana, Re Artù, Lancillotto, Carlo Magno, il Conte Arnau, Francis Drake, Arlecchino o Satana in persona. La leggenda ha preso piede anche nella penisola italica, specialmente nelle regioni nordiche, dove ha subito alcune contaminazioni. Nella zona alpina il capo-caccia è spesso Re Beatrik, associato alla figura di Teodorico il Grande. Le apparizioni del suo corteo sono spesso anticipate da folate di vento gelido, grida e luci lontane.

Il corteo fantasma (Cazza Selvadega o Ciaza Mata)  ha una certa importanza nel folklore del Trentino e assume svariate declinazioni di valle in valle. A Tione, in provincia di Trento, il capo-caccia è un crudele signore tedesco di nome Baticlèr, che si fece costruire una fortezza sfruttando centinaia di uomini delle valli circostanti. Ultimata l’opera, per mantenere sottomessi gli abitanti locali, pensò bene di inscenare delle cavalcate notturne, accompagnandole con urla e latrati di cagnacci. Anche Molina di Fiemme era un paese letteralmente accerchiato dalle cacce selvagge, che infestavano i boschi circostanti. Spesso i protagonisti corrispondevano ai nomi Pataù o Teatrìco (simile a Beatrik). Se qualche disgraziato osava aprire le imposte o la porta di casa, domandando ai cacciatori una parte delle loro prede, la mattina dopo si ritrovava la casa bloccata da terribili sortilegi. Bisognava allora aspettare il nuovo plenilunio e invocare gli spettri affinché si riprendessero la selvaggina. In Val di Cembra il corteo appariva tra il crepuscolo e la mezzanotte ed era composto da scheletri e antichi eroi, guidati da Teodorico, da Odino o da donne come Frigga e Holda. Si teorizza che in Val di Non la leggenda derivi dai massacri e le violenze durante le guerre dei contadini scatenate dalla Riforma protestante.


VALLE D’AOSTA

(Qui la versione estesa)

Scarsamente popolata e incastonata nei monti, la piccola regione della Valle d’Aosta nasconde molti segreti. Spettri e creature si aggirano nelle sale dei castelli (Fénis, Issogne, il Forte di Bard…) e sulle cime silenziose. Il folklore valdostano trova le sue fondamenta nelle influenze francoprovenzali e nei territori austeri, presentandoci bestie leggendarie come il Dahu, diavoli che terrorizzano le valli e spiriti senza pace. Facciamo dunque scorta di indumenti ben caldi e scaliamo queste vette del mistero.

IL DAHU

Animale leggendario comune a tutta la zona alpina, con una particolare fama in Valle d’Aosta. È presente anche nel folklore dei Pirenei. Sarebbe un mammifero quadrupede con un aspetto simile a quello dei cervidi e le zampe asimmetriche. Quelle di destra sarebbero più lunghe di quelle di sinistra, o viceversa, per permettergli di arrampicarsi meglio sui ripidi pendii montani. A seconda della disposizione degli arti, si può parlare di Dahu Destrogiro o Levogiro, in quanto la creatura sarebbe costretta, in virtù delle sue caratteristiche fisiche, a girare attorno alla montagna sempre nel medesimo verso. Secondo l’antica credenza i Destrogiri camminano in senso orario e i Levogiri in senso antiorario. Un’altra versione del racconto afferma che a essere più corte siano le zampe anteriori, per favorire la salita.

Essendo poco comune e bramato per le sue fantomatiche peculiarità, si tramandano alcune tecniche per catturarlo. La più comune consiste nel sorprenderlo alle spalle, avvicinandosi silenziosamente, per poi fischiare forte o gridare “Dahu”. A quel punto l’animale, curioso per natura, si sarebbe girato per individuare la fonte del suono e, trovatosi improvvisamente con le zampe più corte verso la valle, sarebbe ruzzolato giù dalla discesa. Una volta caduto e ormai incapace di rialzarsi, sarebbe stato preda dell’astuto cacciatore. Secondo alcuni la caccia darebbe maggiori frutti se praticata di notte, in compagnia di una ragazza.

Taluni sostengono che il Dahu si sia praticamente estinto per via del turismo di massa, poiché incontrando l’uomo sempre più spesso, si sarebbe girato per poi rotolare a fondovalle e morire. Si afferma inoltre che i suoi ambienti di riproduzione siano troppo frequentati da sciatori e turisti. La riproduzione avverrebbe deponendo delle uova, come in determinati mammiferi australiani. Tali uova, a detta di molti, costituiscono un alimento prelibato e vengono perciò trafugate dai cacciatori. I piccoli nati rimangono nel marsupio materno fino ai 15 anni di età. A causa della loro tendenza a cadere o della scarsa distinzione tra maschi e femmine, sono molti gli aneddoti sulla goffaggine dei Dahu durante l’accoppiamento. Non vi sono prove materiali dell’esistenza di questa creatura, che oltre a simboleggiare gli ambienti montani incontaminati, ha connotazioni burlesche.

I DIAVOLI DELLA VAL VENY

Una leggenda narra che un branco di diavoli venne cacciato dai valichi alpini del San Bernardo, per poi rifugiarsi sul Mont Maudit. Di tanto in tanto i demoni abbandonavano la montagna maledetta per compiere scorribande in Val Veny, alle quali venivano invitate anche streghe ed entità malvagie. Si divertivano particolarmente a devastare i raccolti e terrorizzare i contadini. Nonostante i tentativi di esorcismo dei prelati locali, le incursioni si facevano sempre più temibili. Capitò infine che uno dei diavoli, rimasto zoppo durante la scorreria e trattenutosi fino all’alba a chiacchierare con un abitante locale, disse che per cacciare i suoi simili serviva una persona di cuore puro.

La comunità, riunitasi per esaminare la situazione, scelse un umile fraticello del convento di San Francesco di Aosta, poiché non si trovava gente senza macchia nelle alte sfere della Chiesa. Il religioso scalò impaurito la montagna maledetta e invitò i diavoli ad andarsene. Questi, per non obbedire, cercarono di diffamare il giovane con dei cavilli: lo accusarono di aver rubato erba fresca per i suoi calzari e di aver preso da una vigna un grappolo d’uva, che in realtà aveva pagato con una moneta e consegnato a un confratello malato. Di fronte all’innocenza del ragazzo, i diavoli furono costretti ad abbandonare la valle e a tornarsene all’inferno.

I FANTASMI DI SAINT-MARCEL

Più persone affermano di aver avuto incontri di natura paranormale nel castello di Saint-Marcel, costruito intorno al 1500 e situato a pochi chilometri da Aosta. Ora come ora giace in uno stato di parziale abbandono, cosa che gli dona un aspetto sinistro. L’avvistamento più gettonato è quello di un cavaliere che porta abiti e armi di epoca seicentesca. Al catalogo si aggiungono urla, lamenti e pietre che rotolano. Si parla addirittura di candelabri che vagano per le stanze sospesi nel nulla e di ombre che ricordano uomini incappucciati. Essi paiono intrappolati in un ciclo e, oltre a discutere rumorosamente, percorrono senza sosta il medesimo itinerario, attraversando i corridoi e svanendo in un’ampia sala. Data la frequenza delle manifestazioni ectoplasmiche, la struttura è spesso al centro delle indagini di curiosi e cacciatori di fantasmi.


UMBRIA

(Qui la versione estesa)

L’Umbria è un’importante regione ricca di miti e leggende, spesso ricordata solamente come culla dei santi, ma non è da sottovalutare per la quantità di mostruosità presenti, creature diversificate che vanno dai folletti ai draghi.

LO GNEFRO

La leggenda dello Gnefro deriva principalmente dalla città di Terni e dalle zone limitrofe. Parliamo di racconti che dipingono una serie di creature magiche, disposte in gruppi nei pressi della Cascata della Marmore. Un esseruncolo paragonabile a un folletto o a uno gnomo dalla pelle ruvida e squamosa, ma che può apparire ai viandanti anche sotto forma di grazioso e innocente bambino. Normalmente è di statura piuttosto bassa e con la testa enorme, oltre ad avere un aspetto non proprio gradevole. Pare che il suo habitat ideale siano i luoghi umidi e che sia molto longevo. Vive seminascosto tra sassi, arbusti e cavità nel terreno e raramente si avventura lontano da casa. Oltre alle sembianze fanciullesche, le sue abilità di mutaforma gli consentirebbero di assumere uno stato liquido.

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Lo Gnefro è una creatura giocherellona e ama fare scherzi ai malcapitati che giungono nei suoi territori, anche se di solito è abbastanza timido. Le leggende parlano di proprietà magiche da parte di questi piccoli uomini pestiferi. Perlopiù sarebbero in grado di fare incantesimi di protezione e di difesa dai nemici. La Cascata delle Marmore è collegata a un’altra leggenda, quella della ninfa Nera, che si innamorò del pastore Velino. Per punirla, la dea Giunone la trasformò nel fiume Nera, lungo il quale vivono gli Gnefri. Il pastore, distrutto per la perdita, si gettò da una rupe per potersi ricongiungere all’amata, diventando così la celebre Cascata delle Marmore.

IL THYRUS

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Statua in pietra dedicata a Thyrus, il mostro di Terni

Tra i tanti draghi di questo bestiario, questo è quello che ha l’alito più puzzolente, infatti chi respirava a troppo a lungo il fiato di Thyrus moriva in pochi giorni di malattia. Gli abitanti delle zone interessate dal drago erano costretti a portarsi sempre appresso dei fazzoletti profumati in modo da schermare la possibile minaccia del suo olezzo. Il drago fu sconfitto da un giovane valoroso della città di Terni, che attirò Thyrus in un prato dai mille fiori, in modo che si coprisse l’odore, cioè l’arma principale del drago, e lo sconfisse con abilità e astuzia. Sul simbolo della città di Terni appare un drago, come monito ai malintenzionati a non mettersi contro una popolazione che è stata in grado di uccidere una bestia malvagia.

IL SERPENTE REGOLO

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Secondo la tradizione, si genera un Regolo da ogni vipera che supera i cent’anni di età. Parliamo di uno dei serpenti più vendicativi di tutti. Il Regolo è una bestia abbastanza grossa, dove la testa serpentesca raggiunge le dimensioni di quella di un bambino, ma è sempre in costante crescita. Il Regolo è un serpente permaloso, odia gli insulti e si rifà violentemente su tutti coloro che lo dileggiano. Se si tenta di mutilarlo, esso non muore ma ricresce ancora più imponente. Il significato del nome “Piccolo re” è condiviso con quello del Basilisco, anch’esso con lo stesso significato. Il Regolo viene descritto in alcune leggende come serpente a due teste, ma le tradizioni più condivise lo vedono semplicemente come un serpente abnorme e quasi invincibile. Si dice che il serpente Regolo esista ancora e precisamente si trovi nella “grotta degli scudi“, sulle sponde del Tevere.


PIEMONTE

Con il suo ricco patrimonio folkloristico, il Piemonte si erge fieramente accanto alle altre regioni italiche. Oltre a una corposa scorta di leggende sulle Masche, le streghe locali, abbiamo un’abbondante presenza di rettili fantastici, tra cui il mitico Serpegatto. Un campionario eterogeneo che ci apprestiamo a esplorare.

LA MASCA

Come in ogni altra regione italiana, il Piemonte è pieno di borghi antichi dove risuona l’eco di superstizioni e stregoneria. I contadini piemontesi erano soliti attribuire gli eventi inspiegabili, in particolare le disgrazie, a diavoli e streghe. Le più celebri erano proprio le Masche (sembra che il termine “Masca”, derivato dal longobardo, significhi “Anima di morto”). La loro leggenda è diffusa in modo trasversale, dalle Langhe, al Canavese e alle Valli Cuneesi. Hanno l’apparenza di donne normali e sono dotate di poteri sovrumani, tra cui la bilocazione e la capacità di trasformarsi in svariati animali: in primis i gatti, ma anche le pecore, forma che sfruttavano per seguire gli ignari viandanti nella Val Stura. Alcune di essere erano parte della comunità e, oltre a tramandare i propri poteri a figlie e nipoti, frequentavano la chiesa. Vi erano stratagemmi per smascherarle e imprigionarle, tra cui lasciare una croce nella pila dell’acqua santa. Le donne accusate di essere Masche venivano processate e torturate dall’Inquisizione.

Secondo il mito disponevano dell’immortalità, ma non dell’eterna giovinezza: erano perciò destinate a invecchiare e ad avere problemi di salute. Accanto alla Masche “domestiche”, che avevano una famiglia, vi erano quelle “sovrannaturali”, che abitavano i boschi e diventavano estremamente vendicative con chi violava il loro habitat. Potevano controllare il clima e scatenare grandinate o periodi di siccità. La loro attività era prevalentemente notturna e si dice che in un castagneto vicino a Rivara andassero a convegno con i demoni.

Se qualcuno collaborava con una Masca, essa diventava mortale e al momento del decesso lasciava indietro un oggetto, come un gomitolo, un mestolo, una scopa o un libro. Chi ne entrava in possesso acquisiva poteri magici. Vi erano molti modi per difendersi dai loro malefici: erbe come l’ortica e l’artemisia, portare al collo un sacchetto con sale triturato o mettere una scopa sul focolare. Si credeva che le Masche non fossero abili in matematica, quindi si sarebbero perse a contare i granelli di sale o i fili di saggina, facendo arrivare l’alba e salvando così le vittime dalle loro incursioni.

IL RE DI BISS

Non poteva mancare nella lista un rettile, nello specifico una sorta di Basilisco. Il Re di Biss, ovvero il “re dei serpenti”, è un biscione munito di cresta la cui mitologia ricorre in molte valli. Si dice che il suo sguardo diretto pietrifichi le incaute vittime, un po’ come in Harry Potter e la camera dei segreti (anche se in questo caso solo l’occhio riflesso pietrificava le persone). È detto anche Baselesc  e da qualche anno, a Civiasco (Valsesia), viene celebrata la Notte del Re di Biss, con tanto di degustazioni, letture ed esibizioni musicali. Svariate regioni italiane includono i Basilischi nel proprio patrimonio folkloristico e iconografico, senza contare i paesi stranieri.

IL SERPEGATTO

Trattasi di una misteriosa creatura avvistata nelle valli ossolane agli albori degli anni ’90. Durante un’escursione presso l’Alpe Lusentino, il dirigente del CAI Giuseppe Costale rinvenne delle strane ossa, appartenenti a un animale sconosciuto. Giunto a casa tentò di ricomporle e ne uscì lo scheletro di una bestia mai vista, lunga circa 70 cm e con il corpo serpentesco. L’anno seguente, mentre andava per funghi, si imbatté in una creatura viva che presentava le medesime caratteristiche. Il serpente si muoveva zigzagando velocemente, aveva fianchi grigi, dorso scuro, una sorta di criniera sulla testa e occhi che ricordavano i mammiferi.

Ripresosi dallo stupore, Costale trovò altre ossa nelle vicinanze, che vennero mostrate al Museo di Scienze Naturali di Milano, senza arrivare a risultati conclusivi. Da allora in quelle valli il Serpegatto, detto anche sarpent gat, è parte del folklore locale, con tanto di foto su Internet degli scheletri scattate da Costale e da pescatori locali. Le descrizioni lo dipingono come un serpente baffuto amante dell’acqua e che si muove a balzi sulla terraferma. Gli scettici affermano che si tratti di semplici lontre, magari viste di sfuggita e trasformate dalla suggestione.


LIGURIA

Non solo Genova contiene storie fantastiche. Tutto il territorio ligure offre spunti di riflessione mostrifera, tra leggende che prendono piede da episodi e avvenimenti storicamente documentati a semplici racconti tramandati, di cui ancora oggi si possono percepire le suggestioni. In particolare, la Liguria è stata spesso affetta dalla febbre dei mostri marini: per la sua posizione strategica ha sempre funzionato come ricettacolo per creature che raggiungevano il Mar Ligure, dando adito a fantasie che traevano ispirazioni dai mostri marini mitologici.

LA STREGA BÀSURA

Nel processo della Santa Inquisizione del 1587-89, a Triora vennero condannate e uccise delle donne considerate streghe, e si dice che le loro anime vendicatrici non abbiamo mai abbandonato quei posti. Secondo le leggende, le streghe, prima di essere scoperte e processate, attivavano riunioni di stampo satanico presso il laghetto e le cascate del Lago Degno. Durante queste riunioni segrete si diceva che apparisse il Diavolo in persona che, lanciandosi sul fuoco, creava cenere maledetta che le streghe utilizzavano per creare carestie, spargendola nei campi. Fra Pignone e Cassana, frazioni di Borghetto di Vara nello Spezzino, esistono due cavità rocciose dette Bocca delle Streghe, in quanto la leggenda vuole che l’aria fredda che ne esce sia l’alito della strega che vi abitava in passato. Si dice che derivazioni delle streghe “basurie” siano sparse in tutta la liguria. Ci sono quelle riconducibili alle anime in pena e quelle più mostrifere, con la facoltà di trasformarsi in animali per confondersi e sfuggire ai persecutori.

IL RINOCERONTE MARINO

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Nelle acque liguri spesso ci si è imbattuti in esemplari di squali bianchi anche di grosse dimensioni, ma in particolare, si è diffusa una diceria che riguardava una certa figura, trasposizione del noto “Great White Shark”, ovvero il Rinoceronte Marino. Questa creatura “finzionale” nasce da degli episodi di pesca, il primo del 1923, dove riaffioravano dal mare degli squali bianchi con malformazioni, oppure degli squali cetorini di grandi dimensioni (squalo elefante) che portavano i pescatori a identificare questi pescecani come delle creature temibili dalle strane protuberanze frontali. Una leggenda ormai consolidata racconta di una creatura di dieci metri di lunghezza tuttora presente nel Mar Ligure, che assomiglia a uno squalo ma possiede un grande corno sul muso. Nessun avvistamento documentato di questo Rinoceronte Marino, ma le nostre fonti ci raccontano che la psicosi da mostri marini della popolazione Ligure ha portato alla costituzione di creature leggendarie di cui non è mai stata accertata la presenza, se non tramite qualche avvistamento apparente.

IL BASILISCO

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Parliamo di San Siro, secondo vescovo di Genova, e della leggenda che narra del suo scontro con il temibile Basilisco. Secondo la tradizione, in un pozzo vicino alla chiesa dei Dodici Apostoli viveva una mostruosità demoniaca portatrice di sventure che Siro decise di affrontare, per liberare la popolazione da quel peso. In molti narrano uno scontro eroico, altri invece sono fermamente convinti che il “miracolo” si avvenuto in modo molto più “civile”, ovvero che Siro calò un secchio nel fiume e invitò il Basilisco a entrarci. Una volta arrivato in superficie, Siro ordinò al serpente di raggiungere il mare e la mostruosità obbedì senza fare storie. Diverse sono le rappresentazioni del Basilisco nelle varie storie mitologiche. Una delle caratteristiche comuni è quella dello sguardo in grado di pietrificare e delle fattezze esclusivamente serpentesche.


LAZIO

Oltre alla nostra capitale e a patrimoni naturalistici come il Parco del Circeo, il territorio laziale custodisce ogni genere di leggenda. Dai folletti malefici si arriva a un ricco campionario di spettri, tra cui la celebre Beatrice Cenci, che appare in determinate notti a Roma, nei pressi di Castel Sant’Angelo. Da non dimenticare la forte presenza di lupi mannari, con casi che infiammarono le cronache del secolo scorso. Iniziamo questo percorso che si dipana tra antiche fortezze e lasciti della cultura classica.

IL LENGHELO

Il nome di questo folletto ha molte variazioni, tra cui Lenghero, Lenghelu o Lengheletto. È protagonista dei racconti popolari soprattutto nella zona dei Castelli Romani. Il suo appellativo sta a significare “allungato” e infatti ha un aspetto alto e snello. Non è malvagio ma a quanto pare ama giocare una gran quantità di scherzi. Il campionario comprende camminare sulle scale di legno, rompere piccoli oggetti e saltare sulla pancia della gente nel sonno. In genere perseguita chi gli sta antipatico o chi fa un torto alla sua famiglia prediletta. Agli umani che rispetta fa trovare ricchezze o rivela numeri vincenti per il lotto.

Si dice che il Lenghelo abbia un rifugio vero e proprio, ovvero il Palazzo Sforza-Cesarini di Genzano di Roma. Una credenza del passato afferma che ogni famiglia conviva con il suo folletto personale, anche inconsapevolmente. C’è chi lo identifica con il diavolo, un lupo mannaro o l’anima di un morto, accentuando la sua connotazione negativa. Alcuni gli attribuiscono la funzione di spauracchio, in particolare per l’abitudine di spaventare i bambini per tenerli buoni (viene a volte accostato all’uomo nero dai genitori per calmare la prole).

I LUPI MANNARI

Secondo le cronache del secolo scorso, in Centro Italia non mancano episodi di licantropia. Pare che gli uomini-lupo abbondino in particolare nella zona dei Castelli Romani e che non tentino affatto di salvarsi da questa maledizione, guardando con odio i potenziali guaritori. Negli anni ’50 a Roma vi fu il caso di Pasquale Rossi, conosciuto anche come il lupo mannaro di Villa Borghese. Durante alcune crisi notturne, la sua forza aumentava a dismisura e sorgeva il desiderio di correre nei prati, graffiare la terra con le mani e ululare. Nello stesso periodo ebbe sintomi analoghi Iolanda Pascucci, nata nel 1921 e con i primi segnali di licantropia già a 12 anni.

Veniva chiamata la lupa di Posillipo e nelle notti di luna piena la sua bocca si riempiva di bava, le pupille si dilatavano e veniva pervasa da una gran sete. Il volto assumeva fattezze mostruose e dal suo petto emergevano grida strazianti. Una volta cresciuta sposò un musicista ed ebbe un nuovo attacco nelle prime settimane dopo le nozze, scappando di casa a mezzanotte e facendo ritorno all’alba. La donna fu sottoposta a esami, cure, persino all’internamento in manicomio, senza che si trovasse una soluzione alle crisi. Si dice che scappò a Napoli, isolandosi dalla famiglia, per paura di aver trasmesso la patologia ai suoi stessi figli.

BEATRICE CENCI

A Roma, lungo il ponte che conduce a Castel Sant’Angelo, nella notte tra il 10 e l’11 settembre si dice che compaia il fantasma di una giovane dama, vissuta nel Rinascimento. La sua storia ha ispirato dipinti, romanzi e tragedie. Il suo nome era Beatrice ed era la figlia di Francesco Cenci, nobile dal temperamento violento e dagli scarsi valori. Nella dimora di famiglia, situata nel Rione della Regola, vivevano anche Giacomo, fratello maggiore di Beatrice, Lucrezia Petroni, seconda moglie di Francesco, e Bernardo, il figlio nato dalle seconde nozze. Francesco maltrattava l’intera famiglia e arrivò ad avere rapporti incestuosi con Beatrice. Nonostante le denunce, il nobile godeva di amicizie potenti e veniva presto scarcerato. Con la complicità del guardiano del castello (presunto amante di Beatrice) e del maniscalco, la famiglia ordì un complotto per uccidere Francesco. Gli trapassarono il cranio e la gola con un lungo chiodo, per poi lanciarlo dal balcone per simulare una caduta.

Purtroppo le guardie pontificie esaminarono il corpo e si insospettirono per le insolite ferite. Il guardiano, minacciato di tortura, confessò il crimine e riuscì momentaneamente a fuggire. Il maniscalco fu torturato a morte. Anche la confessione di Beatrice venne estorta grazie a terribili supplizi. L’intera famiglia Cenci venne condannata alla pena capitale. Il popolo, che conosceva la crudeltà di Francesco, si sollevò in favore dei Cenci, ma papa Clemente VIII non ebbe pietà. L’11 settembre 1599, all’alba, i quattro membri della famiglia vennero condotti al patibolo di Ponte Sant’Angelo. Giacomo fu torturato lungo il tragitto con tenaglie arroventate e colpito alla testa con un maglio, prima che le sue membra dilaniate venissero appese ai quattro angoli del patibolo. Lucrezia venne decapitata con una spada. Beatrice subì la stessa sorte. Il giovane Bernardo venne risparmiato ma finì in carcere. Il corpo di Beatrice è sepolto in una tomba anonima nella Chiesa di San Pietro in Montorio. Ancora oggi viene ricordata come simbolo della lotta alle ingiustizie e il suo fantasma, che non ha mai trovato pace, riappare periodicamente sul ponte, reggendo la propria testa recisa.


EMILIA ROMAGNA

Se parliamo dell’Emilia Romagna, pensiamo subito alla gustosa tradizione culinaria e al sangue caldo dei suoi abitanti, che il più delle volte si dimostrano ospitali e dotati di un formidabile senso dell’umorismo. Questa terra nasconde però un assortimento folkloristico che non va per il sottile, toccando a volte la tragedia: partendo dal Mazapégul, folletto polimorfo che può dimostrarsi amorevole o insopportabile, giungiamo a mitici serpenti e ragazzine tragicamente scomparse, il cui spirito non ha ancora trovato pace.

IL MAZAPÉGUL

Trattasi di un folletto domestico della mitologia romagnola, che trova le sue origini nel paganesimo, in particolare nelle religioni delle popolazioni celtiche, che dominarono questi territori prima dei romani. Un po’ come per gli Sbilfs piemontesi, quella dei Mazapégul è una famiglia formata da diverse tipologie di folletti notturni, suddivisi in varie tribù: i Mazapedar, i Mazapigur, i Calcarel e via dicendo. Le sue descrizioni sono alquanto variegate e si dice che possieda caratteristiche umanoidi, feline e scimmiesche. È ricoperto da uno strato di pelame grigio, il suo viso è semi-umano e porta un tipico berretto rosso. Infesta le case e non sempre la sua presenza è gradita. Spesso gli viene voglia di fare dispetti, come provocare incubi e sensazioni di soffocamento ai dormienti o infastidire gli animali nelle stalle.

Il Mazapégul è anche un piccolo pervertito e si dice che ami perseguitare le donne di cui si invaghisce, infilandosi sotto le loro sottane, tagliuzzandogli i vestiti, spettinandole e facendo sparire oggetti preziosi. In alcune versioni del mito è addirittura in grado di assumere fattezze antropomorfe per giacere con le giovani di casa. Se la ragazza tenta di scacciarlo o gli preferisce un fidanzato umano, il folletto si arrabbia e provoca tutti i disagi di cui abbiamo parlato. Se invece la sua corte viene accettata, il Mazapégul procura buona fortuna alla giovane e la aiuta nelle faccende domestiche. Non esistono prove attendibili della sua esistenza, se non le testimonianze di persone anziane che ricordano di averlo visto per casa o ai piedi del letto.

Nel caso la presenza dello spiritello diventi insopportabile, esistono delle contromisure per difendersi. Il metodo più diretto è togliergli il berretto rosso, senza il quale perde tutti i suoi poteri. Vi sono poi rimedi casalinghi come il forcone sotto al letto e la scopa davanti alla porta. Si dice altresì che nutra avversione per l’acqua. Un altro rimedio per allontanarlo è quello di procurarsi sette braccia di corda utilizzata per tenere al giogo i bovini, facendo un cappio all’estremità. Dopo averla tenuta all’aperto per tre giorni e tre notti, è necessario legarla ai piedi del letto e salirci sopra scalzi, per poi recitare una formula rituale. Uno stratagemma efficace per le fanciulle farsi vedere mentre mangiano del pane fingendo di spidocchiarsi, cosa che disgusta il Mazapégul, poiché considererà la sua vittima una persona poco pulita.

AZZURRINA

Si racconta di una fanciulla di nome Azzurrina, nata intorno al 1370 e prematuramente scomparsa nel 1375, il giorno del solstizio d’estate. Era la figlia di Ugolinuccio o Uguccione di Montebello, feudatario di Montebello di Torriana. Secondo la leggenda era una ragazza albina e la madre le tinse i capelli di nero, poiché gli albini nella superstizione popolare evocano sventure e connotazioni diaboliche. I suoi occhi avevano riflessi azzurri e perciò venne chiamata Azzurrina. Il padre la mise sotto stretta sorveglianza di due guardie, Domenico e Ruggero, e non la faceva mai uscire di casa per proteggerla da malelingue e occhi indiscreti. Arrivò il giorno in cui il padre era lontano, impegnato in una battaglia. Fuori infuriava un temporale e la ragazza giocava con una palla di stracci. Approfittando della distrazione delle guardie, Azzurrina inseguì la palla caduta nella ghiacciaia sotterranea. Quando i suoi protettori accorsero, messi in allarme da un urlo, non trovarono traccia né della palla né della bambina. Secondo un’altra versione Azzurrina ruzzolò giù per le scale e morì sul colpo. Domenico e Ruggero, per timore di una punizione, decisero di occultare il cadavere, ma vennero comunque uccisi al ritorno di Uguccione. Si narra che ancora oggi il suo fantasma infesti il castello di Montebello, apparendo ogni cinque anni, in concomitanza con il solstizio d’estate.

IL MAGALASSO

A quanto pare il comune di Spilamberto, nel modenese, ospita un rettile mostruoso. Si tratta di un serpente con occhi e denti da uomo, il corpo a righe colorate e alcune caratteristiche anatomiche dei draghi. Si dice che viva nel vecchio fossato del Torrione del paese, dal quale esce solo per terrorizzare i paesani. Un altro suo terreno di caccia è tra le canne e i rovi vicino al fiume Panaro. L’ultimo avvistamento ufficiale risale al 1982, quando il suo lungo sibilo venne udito da una moltitudine di cittadini rifugiati nel Torrione. Chi lo ha incontrato sostiene che non sia malvagio o pericoloso, ma che si diverta a spaventare la gente. Pare che incarni le paure inconsce dell’essere umano.


ABRUZZO

Una terra ricca di zone incontaminate, di eccellenze enogastronomiche e di antichi saperi. L’Abruzzo ha una storia nobile e millenaria che passa per rievocazioni in costume e feste popolari. Divisa tra l’Appennino e il mare Adriatico, questa regione presenta un assortimento mostruoso ben diversificato, con figure che derivano dalla mitologia greco-romana, in primis l’affascinante Ninfa Maja. Da non dimenticare i racconti sulla Pantàsema, a metà tra la strega e il fantasma, oltre al mostro del Lago Fucino, che risulta essere una leggenda ben più antica di Loch Ness.

LA NINFA MAJA

Nella mitologia corrisponde a una fanciulla stupenda dalle lunghe chiome bionde, la maggiore e più bella tra le Pleiadi, ovvero le sette figlie di Atlante e Pleione. Venne amata da Zeus, con il quale concepì Hermes, il messaggero degli dèi. Si racconta che per portare in salvo il figlio, ferito in battaglia, fuggì dalla Frigia (Anatolia centrale) per attraversare il mare con una zattera e approdare a Ortona. Temendo di essere inseguita dai nemici, si rifugiò in una caverna del Gran Sasso per curare il figlio. Trascorse molto tempo in cerca di una particolare erba medica, ma la neve nascondeva ogni cosa. Hermes morì e la madre, disperata, lo seppellì sulla vetta del monte.

All’alba gli abitanti locali rimasero di stucco: la salma di Hermes era diventata una maestosa montagna, che ancora oggi viene chiamata “il gigante che dorme”. L’effetto si nota soprattutto guardando da oriente. Dopo la perdita, Maja non ebbe più pace e morì a sua volta. I parenti, dopo averla adornata con ricche vesti e gioielli, la seppellirono nel monte di fronte al Gran Sasso insieme a metalli preziosi e manufatti. Da quel giorno la cima in questione viene chiamata Majella. Ricorda infatti una donna piena di dolore, riversa a terra e con lo sguardo rivolto al mare.  Ancora oggi i pastori sentono il suo pianto nelle giornate di vento. Per gli abruzzesi la Majella è un simbolo di abbondanza e fertilità.

LA PANTÀSEMA

Antica figura femminile legata al paganesimo e in particolare ai riti agricoli. Viene anche definita fantàsima, mammoccia o signora. È generalmente un simbolo di fertilità ma può avere connotazioni negative. In alcune tradizioni viene accostata a una presenza maligna o a uno spirito. Il suo nome di derivazione dialettale viene spesso accostato a “fantasma”. Può anche indicare una donna passiva, immobile o invadente. Anche nel basso Lazio si parla della Pantàsema e, ai tempi dell’Inquisizione, si indicavano con questo termine le streghe del Centro Italia, che presentano tratti in comune con le Masche del Piemonte.

IL MOSTRO DEL LAGO FUCINO

Loch Ness è un’attrazione di fama mondiale e ogni anno una gran quantità di turisti transita sulle sponde del lago sperando di scorgere il famigerato Nessie. Non tutti sanno però che l’archetipo del mostro lacustre ha preso forma in Abruzzo e risale a duemila anni fa, mentre la leggenda scozzese è nata “solo” all’inizio del secolo scorso. Nel poema drammatico Alessandra di Licofrone, risalente al terzo secolo a.C., si parla di un fiume di acqua purissima che attraversava il lago di Fucino senza disperdersi nella corrente. In greco viene indicato come Python, ossia pitone. La semantica fa miracoli ed ecco che, grazie alla traduzione e al passaparola, nacque la figura del mostro. Nel lago accadevano fenomeni singolari e insidiosi, che la gente superstiziosa attribuiva a una creatura. Sui fondali vi erano rocce affilate che scalfivano le imbarcazioni, e potenti mulinelli che le trascinavano a fondo. Le rifrazioni di luce, in sinergia con le pietre sommerse, creavano sagome grosse e spaventose. La paura faceva il resto.

Non si raccolsero prove concrete. Plinio descrisse il lago di Fucino come un luogo molto pescoso, dove era possibile trovare un pesce di natura sconosciuta, dotato di otto pinne. Diversi scritti storici parlano di bisce acquatiche molto aggressive, in grado di attaccare le barche dei pescatori. Alcuni attribuivano la presenza dei rettili all’influenza della dea Angizia, figura legata al culto dei serpenti. Si narra addirittura di un’invasione apocalittica di rettili che costrinse gli abitanti ad abbandonare le sponde del lago per settimane. Al loro ritorno trovarono il centro abitato infetto a causa del cattivo odore emanato dalle carcasse delle bestie. Una scena degna di un racconto di Lovecraft. Non si sa ancora con certezza se uno o più Python si aggirino in quelle acque.


MOLISE

Questa piccola regione dell’Italia meridionale è equamente divisa tra mare e Appennino e affonda le sue radici in una storia millenaria. È facile imbattersi in castelli, abbazie, borghi e siti archeologici. Alcuni definiscono il Molise un “piccolo mondo antico”, dove riemergono i costumi e le credenze di un tempo dimenticato. Per esplorarne la dimensione favolesca, partiamo dalla leggenda del re Bove per arrivare a feroci draghi marini e ibridi uomo-animale che simboleggiano le forze della natura.. Su Internet si sostiene scherzosamente che il Molise non esista, ma attraverso i miti si riesce a percepire il cuore pulsante di questa regione.

IL RE BOVE

Questo racconto parte da una delle più antiche chiese del Molise, Santa Maria della Strada (in provincia di Campobasso). Il protagonista è un re di nome Bove, innamorato follemente della propria sorella. Data la natura incestuosa della relazione, si rivolse al Papa per ottenere il permesso di sposarla. Il Papa rispose che avrebbe benedetto l’unione solo se Bove fosse riuscito a edificare, in una sola notte, cento chiese di forma e grandezza ben determinate e che fossero visibili l’una dall’altra. Un’impresa talmente impossibile che il sovrano, disperato, si rivolse al Demonio affinché lo aiutasse. Il Diavolo acconsentì, chiedendo in cambio l’anima del re.

La notte seguente i due lavorarono ardentemente per costruire le chiese: mentre il Demonio faceva ruzzolare dal monte i macigni, re Bove li poneva uno sopra l’altro. Arrivarono all’alba con novantanove chiese edificate, ma prima di terminare la centesima, il sovrano provò un profondo pentimento e pregò Dio per ottenere perdono. Il Diavolo, adirato per il tempo buttato via e per la nullità del patto, scagliò un masso contro l’ultima chiesa in costruzione, quella di Santa Maria della Strada. Venne colpito il campanile, mentre il masso rimbalzò a poca distanza dall’edificio. Quest’ultimo è visibile tutt’oggi e viene chiamato “il masso del diavolo”.

Alla sua morte, re Bove venne sepolto proprio nella chiesa di Santa Maria della Strada. La leggenda vuole che solo sette edifici siano sopravvissuti nel tempo: Santa Maria di Monteverde, Maria Santissima Assunta di Ferrazzano, San Leonardo di Campobasso, Santa Maria di Cercemaggiore, Santa Maria della Strada e la cattedrale di Volturara Appula. Restano ignoti il nome e l’ubicazione della settima. Nell’iconografia sacra il re Bove viene rappresentato proprio con fattezze bovine, forse perché questo animale ha sempre goduto di un ruolo importante nell’immaginario spirituale, accostandosi al sovrano, la figura più alta della società. L’arte medievale ci ha lasciato diverse teste di toro scolpite in varie chiese del Molise, a riprova del suo valore simbolico.

LANDORO

Protagonista di questa leggenda, diffusa anche in Abruzzo, è Landoro, un enorme drago con occhi grandi come carri. Esso regnava sulla superficie del mare, sibilando ed emettendo getti di fuoco. Tutti lo sentivano dalla costa, ma erano i tempi in cui non esistevano ancora barche e nessun pescatore aveva il coraggio di affrontarlo. Vi era una fanciulla bionda di nome Lada, bellissima, che trascorreva le giornate sul litorale marino a sognare di volare come i gabbiani. Un giorno le spuntarono davvero le ali e si alzò in volo sulle onde, cantando. Mentre era sospesa in aria abbassò lo sguardo e scorse Landoro, con i suoi occhi giganteschi. La ragazza ne fu spaventata e attratta al contempo, ma per sua fortuna il mostro non parve interessato a lei e si inabissò. Lada fece ritorno alla costa, giurando di non sorvolare più il mare.

Una volta al sicuro si mise a piangere, quando sentì una voce che le chiedeva il perché di tanta disperazione. Voltandosi si trovò faccia a faccia con un bel giovane e gli raccontò della sua sventura. Dopo averla ascoltata, il ragazzo disse che quelle ali erano un dono divino e si offrì di uccidere il drago per permetterle di volare. Il nome di costui era Geri, figlio della Quercia e del Vento. Brandendo un pugnale, si diresse verso Landoro mentre Lada dormiva. All’alba Geri fece ritorno e disse alla fanciulla di aver ucciso il mostro. Raccontò di come lo aveva trafitto tra le onde, ma la felicità della coppia durò poco. La morte stessa, alleata di Landoro, si diffuse ovunque: l’aria divenne irrespirabile, i gabbiani fuggirono e i pesci morirono. Anche gli abitanti del litorale, inclusi Lada e Geri, perirono per la vendetta del drago. Solo dopo tanti anni la vita tornò sulla costa grazie a un piccolo fiore, i cui petali sparsi divennero esseri viventi.

L’UOMO CERVO

Di grande fascino è l’antico rito molisano dell’Uomo Cervo, detto anche Gl’Cierv. A Castelnuovo di Volturno, ogni anno, si tiene il cosiddetto Carnevale dell’Uomo Cervo, che si ispira ai Lupercalia romani e che prevede una sfilata di maschere, le quali rappresentano le antiche forze della natura. Avvolto da una pelliccia scura, ornato da grandi palchi di corna e legato a dei campanacci, l’Uomo Cervo scorrazza per il paese, manifestando la sua furia e inseguendo la folla, spesso accompagnato da una dama, anch’essa cornuta. Il personaggio recita la sua impressionante pantomima, accompagnato dalle fiaccole e dal rullo dei tamburi.

Il rituale, che simboleggia la sconfitta dell’inverno per aprire la strada alla primavera, culmina con l’arrivo di un cacciatore-sciamano che uccide la bestia, per poi purificarla e riportarla in vita. Come per le feste dei Krampus nella catena alpina, si parla di un evento folkloristico che sublima la superstizione e la natura nella sua brutalità. Il protagonista è proprio un “mostro” mascherato dal notevole impatto estetico, che ha il compito di spaventare i presenti e di ricordare all’uomo che vi sono forze impossibili da domare. Tutto si conclude in un ciclo eterno di morte e rinascita con il sacrificio dell’animale.


TOSCANA

Oltre a essere la terra natale di Dante Alighieri, il sommo poeta che pose le basi per la moderna lingua italiana, la Toscana possiede un patrimonio naturalistico, culturale ed enogastronomico notevole. Dal centro storico di Firenze ai boschi della Garfagnana, questa regione incanta i turisti con le sue bellezze e trasuda storie dalle antiche fondamenta. A quanto pare, oltre a dispettosi folletti, le pianure Toscane celano una gran quantità di mostri, soprattutto di rettili. Oltre al terribile Badalischio, i racconti popolari narrano di mostri acquatici dall’elevata aggressività. Preparate gli antidoti, perché ha inizio il nostro viaggio nel panorama serpentesco della Maremma e della Versilia.

IL BADALISCHIO

Bestia leggendaria della valle del Casentino, precisamente nel laghetto della Gorga Nera. Si narra che, in seguito ad alcune frane che coinvolsero la zona, una terribile creatura si liberò dai fondali. Parliamo del Badalischio, simile al classico Basilisco. Il corpo sarebbe quello di un serpente, mentre riguardo alla testa circolano varie versioni. La maggior parte dei racconti sostiene che assomigli a quella di un gallo, e che la schiena sia dotata di un paio di ali cartilaginose. Inoltre lo strano rettile porterebbe sulla testa uno sfarzoso diadema che copre anche gli occhi. Pare infine che sulla fronte nasconda un gigantesco diamante o un’altra pietra preziosa.

Non vi sono dati certi sulle dimensioni ma sembra che sia grande almeno quanto un uomo adulto. Secondo un paio di presunti avvistamenti, sarebbe dotato di quattro corte zampe. Il colore della sua pelle va dal giallognolo al grigio. È dotato di svariati poteri: i suoi occhi rossi sono in grado di paralizzare la vittima, che poi uccide tramite un veleno mortale contenuto nel suo alito. Pare che tale tossina sia in grado di far avvizzire le piante e che si nasconda volentieri nelle boscaglie limitrofe. Sullo stemma dei Visconti di Milano appare una biscia molto simile al Badalischio, con tanto di corona sul capo. Il suo aspetto, a metà tra un rettile e un uccello, lo rende affine alla Coccatrice, un essere ricorrente nei bestiari medievali.

IL LINCHETTO

Un folletto della tradizione popolare di Lucca e della Garfagnana. Parliamo di una creaturina dispettosa e dal temperamento difficile, che si aggira per le case nottetempo, mettendo in disordine le camere, strappando le coperte alle gente e nascondendo oggetti. Il suo nome deriverebbe dal latino Incubus. Spesso viene accostato al Buffardello, un altro folletto con il quale ha parecchi tratti in comune. Se però il Buffardello è antropomorfo, il Linchetto non avrebbe nulla di umano, essendo un ibrido tra diverse specie (gatto, uccello, topo). Un testimone oculare lo descrisse come una bestia nera circondata dal fuoco, attribuendogli una natura infernale.

Questo folletto detesta gli adulti, in particolare le vecchie, mentre è affettuoso con i bambini, che accarezza e culla di nascosto. È possibile scacciarlo con una candela benedetta o appendendo un ramo di ginepro dietro la porta. In alternativa lo si può costringere a contare i chicchi di riso in una ciotola. Un rimedio insolito, nel caso molesti una coppia durante la notte di nozze, consiste nel costringerlo a raddrizzare i peli pubici della sposa, cosa che lo terrà occupato fino all’alba. Viene usato come spauracchio per i bambini irrequieti o per apostrofare una persona meschina. In caso di fiato pesante, specialmente durante le apnee notturne, si usa esclamare “Mi prende il Linchetto!”.

IL MOSTRO DI PUNTA CORVO

A ridosso della foce del fiume Magra, si affaccia al mar Tirreno il promontorio di Montemarcello. Sul lato meridionale di quest’ultimo si può trovare la spiaggia di Punta Corvo, dove sorge una caverna chiamata “Grotta del Drago”. Questo antro naturale, accessibile unicamente dal mare, fu per decenni la tana di un rettile marino. Si tratta di una belva dal lungo collo e con ampie fauci, dotata di creste e pinne che le permettevano di nuotare a forte velocità. Grazie alle zampe artigliate poteva arrampicarsi sulle scogliere per dare la caccia a uomini e animali.

Nel VII secolo le sue incursioni divennero note in tutta la Versilia. Le persone sussurravano di assalti a barche piene di marinai e pescatori divorati dal serpente. Durante le notte di tempesta, la bestia arrivava fino alla terraferma e si spingeva nell’entroterra per razziare il bestiame. A causa della territorialità del mostro, ben pochi osavano uscire a pesca o instaurare rotte commerciali, causando un impoverimento della zona. La gente del luogo, disperata, si rivolse a San Venerio, un saggio eremita. Il monaco si recò sul posto e, grazie alla sua preghiera, la bestia si dileguò.


FRIULI-VENEZIA GIULIA

A quanto pare nelle foreste friulane si annidano innumerevoli tipi di folletti. Alcuni di essi si limitano ad abitare nella natura incontaminata, avendo cura degli alberi, mentre altri sono più dispettosi e si spingono nelle case per giocare brutti scherzi agli umani. Non mancano i fantasmi dal cuore spezzato, con la triste e solitaria Dama Bianca che percorre nottetempo le stanze del castello di Duino. Orchi particolarmente ingordi completano il campionario mostrifero di una regione tutta da scoprire.

GLI SBILFS

Gli Sbilfs, accostabili ai classici folletti dei boschi, sono protagonisti di molte leggende della Carnia, regione storico-geografica del Friuli. Abituati a passare inosservati, sembra che abitino nel sottobosco, in particolare nella cavità degli alberi, anche se non disdegnano di stare più vicino all’uomo, per esempio in stalle e fienili. Sono di piccole dimensioni e molto intelligenti, oltre che burloni. Hanno un umorismo simile a quello dei bambini e amano fare scherzi, che diventano più seri se qualcuno osa tagliare un albero senza motivo. Si vestono prevalentemente di rosso e sono golosi di latte e farina di mais. Tra i loro poteri pare che vi sia l’invisibilità e possono scegliere se mostrarsi o meno a qualcuno. Le persone di buon cuore e i bambini hanno più possibilità di incontrarli.

Il loro umore è abbastanza volubile e spesso si danno un nome in base al carattere, alla zona in cui vivono o agli scherzi che fanno. Questo significa che si dividono in più tipologie: il Licj annoda fili e corde nelle case; il Brau ama scucire vestiti e tendaggi; il Bagan, che abita le stalle, rovescia i secchi di latte e nasconde gli attrezzi; il Pamarindo blocca il passaggio ai viandanti gonfiandosi a dismisura. Ve ne sono di più crudeli, come Boborosso, che provoca incubi ai bambini. Una variante interessante è il popolo dei Gurlùz, ora estinto. I suoi membri rubavano cibo dalle cucine per saziare il loro appetito. Costruirono un castello per metà interrato, dove era custodito un ricco tesoro. Pare che un esercito straniero li uccise tutti, ma il tesoro non fu mai ritrovato.

LA DAMA BIANCA

In provincia di Trieste, su uno strapiombo a ridosso del mare, sorgono le rovine dell’antico castello di Duino, conosciuto anche come la Rocca della Dama Bianca. Ultimato nei primi anni del 1400, secondo la leggenda fu abitato per molto tempo da un cavaliere e dalla sua amorevole sposa. Il loro non era un matrimonio felice: il cavaliere era una persona meschina e non perdeva occasione per ferire la fanciulla con parole sprezzanti e gesti crudeli. Lei, innamorata, sopportava stoicamente le sofferenze. Nonostante le attenzioni di parecchi corteggiatori, ella non aveva occhi che per il marito, anche quando quest’ultimo si allontanava per qualche battaglia.

Un giorno, dopo aver bevuto più del solito, il nobile si arrabbiò per i presunti tradimenti della donna ed escogitò un piano per liberarsene: la attirò sotto le mura della rocca e la gettò giù dalla scogliera. Mentre precipitava, incredula, la sposa emise un agghiacciante grido di disperazione. Pare che quell’urlo la pietrificò, trasformandola in una grande roccia bianca, di forma umanoide, ancora visibile ai piedi del castello. Da allora, a notte fonda, si dice che la dama si aggiri per stanze e i corridoi delle rovine, scomparendo e apparendo per tre volte. C’è anche chi afferma di aver visto un candelabro acceso, sospeso nel nulla, vagare nei dintorni.

L’ORCOLAT

Un essere mostruoso, simile a un orco, indicato dai friulani come la causa dei terremoti. Ricorre spesso nelle favole della Carnia e vive in una caverna nelle montagne, precisamente ai piedi del monte San Simeone. Ogni volta che si muove bruscamente, causa scosse nel terreno. Pare che un giorno, mentre portava il suo bestiame al pascolo, trovò dei funghi e li mangiò. Essendo velenosi gli causarono il mal di pancia e lo fecero cadere in un sonno profondo. Durante la pennichella un’orda di briganti scese dalle montagne per compiere razzie, incendiando svariati villaggi. Disturbato dal frastuono, l’Orcolat si svegliò e cacciò i malviventi. Avendo saputo della cosa, gli abitanti salirono alla caverna per portare doni all’orco, ma lo trovarono addormentato e circondato da migliaia di farfalle. A quel punto gli abitanti di Bordano dipinsero un sacco di farfalle sui muri delle loro case, in modo che l’Orcolat, per non distruggerle, camminasse in punta di piedi.

Un racconto alternativo vede un complotto degli abitanti locali per liberarsi dell’Orcolat, reo di causare troppi danni ai villaggi circostanti. Essendo ingordo gli capitava spesso di sottrarre bestiame ai pastori. Inoltre con gli starnuti scoperchiava i granai e causava esondazioni quando si lavava nei fiumi. Un giorno i paesani, esasperati, si radunarono in una taverna per trovare una soluzione. Un baro di professione, chiamato Tite, escogitò un piano. Il giorno dopo, preso un carretto carico di vino, andò dall’Orcolat e gli disse che se lo avesse sconfitto a briscola, avrebbe avuto diritto al vino nel carretto e a tutta la riserva alcolica del villaggio. La partita iniziò e Tite, per la prima volta in vita sua, dovette barare per riuscire a perdere, dato che l’Orcolat non era certo una cima. Entusiasta della vittoria, l’Orcolat si scolò l’intero contenuto del carretto. I paesani arrivarono carichi di botti e le depositarono, come promesso, nella caverna del mostro. Di fronte a tanta abbondanza, l’Orcolat non seppe resistere e bevve fino a svenire. Approfittando della cosa i contadini bloccarono l’entrata della grotta con delle pietre. Quando l’orco si svegliò e comprese la situazione, era troppo tardi. Ancora oggi è intrappolato nella caverna, battendo i piedi e i pugni sul tavolo. Mentre causa terremoti pensa ancora all’inganno di Tite.


MARCHE

Lungo la costa adriatica, via di congiunzione tra il Nord e il Sud della parte occidentale della penisola italiana, le Marche con il loro ricco patrimonio storico, naturalistico e folkloristico, rappresentano davvero una chicca nel panorama nazionale. La scarsa densità di popolazione e la presenza di un’antica tradizione nel raccogliersi in piccoli borghi,  hanno permesso di elaborare e rielaborare suggestioni, leggende e culti pagani all’ombra della catena appenninica dei Monti Sibillini. Proprio lì possiamo trovare il covo della Sibilla Appenninica, signora delle fate, oppure possiamo incontrare il misterioso Gattu Puzzu nelle zone rurali o essere il bersaglio, durante la nostra permanenza in qualche borgo, degli scherzi del dispettoso Mazzamurello

LA SIBILLA E LE SUE FATE

La prima testimonianza della Sibilla Appenninica, nota anche come Sibilla Picena, è da ricercarsi all’interno della prima Età imperiale (I secolo d.C.) e bisogna subito segnalare che non appartiene alle dieci Sibille descritte da Marco Terenzio Varrone.  Ma chi, o meglio, che cosa era la Sibilla? Secondo le tradizioni autoctone marchigiane, la Sibilla è una figura che a seconda dei tempi e dei luoghi ha assunto funzioni e ruoli diversi: poteva essere una veggente, un’incantatrice, una fata buona o una maga particolarmente ammaliante.

Successivamente, con la penetrazione del Cristianesimo nella cultura romana e poi con il passaggio dalla Tarda Antichità al Medioevo, l’origine squisitamente pagana della Sibilla portò alla trasformazione, in chiave demoniaca, della benevola figura. Questo passaggio da benevolo a malvagio è visibile in maniera compiuta attraverso la lettura di un romanzo cavalleresco italiano tardo medievale scritto da Andrea di Jacopo da Barberino (1370 – 1432): Il Guerrin Meschino. Le vicende di tale romanzo si svolgono in pieno Alto Medioevo, dieci anni dopo la morte di Carlo Magno (814). Il cavaliere, personaggio positivo nelle narrazioni romantiche medievali, si reca presso la Grotta della Sibilla (oggi in provincia di Ascoli Piceno) per chiederne il favore ma essa, ormai in chiave peccaminosa e negativa, cerca di trattenerlo nella grotta per indurlo a peccare e a commettere apostasia. Questa interpretazione successivamente è stata rielaborata, pronunciandone il grado di negatività, tanto che nelle successive versioni del racconto, la Sibilla viene sostituita da quella della temibile figura della Maga Alcina.

Un’altra leggenda sibillina, forse influenzata da suggestioni di origini celtiche, è quella che vede la Sibilla (questa volta in dignità regali di regina) in compagnia di una corte di fate che si presentano come donne particolarmente avvenenti. L’unica pecca è il fatto che ad ogni fine settimana queste si trasformano in serpenti. Se volessimo ricercare la simbologia del serpente, estraendola dalla coltre negativa che ha goduto nella cultura cristiana, possiamo dire che per la tradizione celtica esso è il simbolo della fertilità e della guarigione e la stessa muta della pelle rappresenta la guarigione, il rinnovamento e il continuo divenire. La regione delle Marche è ricca di tradizioni folkloristiche e i monti Sibillini sono uno dei luoghi più suggestivi che ci raccontano di attività notturne a opera delle fate. Molti sono i luoghi nominati oggi come “via delle fate”, “fonte delle fate” ecc. Secondo la tradizione si pensava che tali creature si muovessero nella zona tra il lago di Pilato (noto anche come il Lago dei Negromanti) e i paesi di Foce, Montemonaco, Montegallo. Si tratta di zone dell’entroterra marchigiano, della provincia di Ascoli Piceno e che non distano molto dall’Umbria e dalla bellissima piana di Castelluccio di Norcia.

Quale rapporto poteva esserci tra le fate e gli autoctoni del posto? Si pensava che queste fate uscissero nottetempo dalla grotta della Sibilla per insegnare alle donne l’importante arte della tessitura e della filatura. La particolarità di questa fare erano i loro piedi caprini, che le rendevano facilmente riconoscibili grazie al suon degli zoccoli lungo le pietraie dei monti (anche in questo caso ritornano le influenze del mondo celtico-pagano). Non solo sapienza domestica ma anche piccoli furti di cavalli: le fate se ne servivano per rapidi spostamenti in modo tale da potersi recare nei vari paesi dove si svolgevano delle danze. Ebbene sì, le fate erano grandi appassionate di ballo e non a caso la tradizione locale attribuisce a esse l’invenzione del Saltarello. Dopo aver terminato le feste, rientravano nella grotta prima dell’alba.

LU GATTU PUZZU

Lu Gattu Puzzu, conosciuto anche come gattu puzzò, nonostante il nome possa suggerire un qualsiasi legame con flatulenze e cattivi odori, è più probabile che si tratti di un gioco di parole per definirlo “pazzo”: quindi gatto pazzo o comunque dispettoso in un certo senso. Nonostante si tratti molto probabilmente di una specie di gatto selvatico particolarmente grande presente in Centro Italia, nell’immaginario locale (sopratutto della zona dell’entroterra fermano – zona sibillina) Lu Gattu Puzzu è diventato un animale conosciuto negli ambienti rurali come una creatura felina particolarmente violenta e aggressiva, colpevole spesso di uccidere galli e galline più per bollore sanguigno che per necessità, cosa che spesso lo ha associato alla faina. Secondo altri la parola “puzzu” deriverebbe dalla capacità di questo grosso gatto di risalire dai pozzi grazie ai suoi grandi e forti artigli. Oggi gli avvistamenti di gatti puzzi sono una rarità rispetto al prima metà del secolo scorso, complice anche la progressiva urbanizzazione delle aree rurali.

IL MAZZAMURELLO

Come è già stato detto per la Sibilla, le Marche, ma più propriamente tutto il Centro Italia, sono zone ricche di folklore e superstizioni che posano le loro radici in tempi davvero antichi, prima del Medioevo se non addirittura prima dei romani. Si è già parlato delle fate della Sibilla e ora introduciamo una nuova creatura fantastica, conosciuta particolarmente nella cultura locale della zona del maceratese, fermano, piceno e dell’Abruzzo: stiamo parlando del Mazzamurello, conosciuto anche come Ammazzamurello e ancora come Mazzumaja. Chi o meglio cos’è il Mazzamurello? Il Mazzamurello è il folletto di montagna, particolarmente dispettoso e sopratutto rumoroso, il cui compito pare essere quello di recare disturbo agli abitanti dei piccoli borghi: proprio con un bastone o una mazza se ne andrebbe in giro a colpire i muri delle case, donde si capisce appunto perché “mazza” e “murello”.

Nonostante il suo essere rumoroso, secondo la tradizione che probabilmente risente degli influssi del folklore del Nord Europa, la presenza del Mazzamurello sarebbe il fortuito segnale della presenza di un ricco tesoro, un po’ come appunto avviene nella tradizione irlandese con i Lepricauni. Ci sono anche dei contro: il fatto che il Mazzamurello abbia l’abitudine di colpire i muri delle case per alcuni è l’infausto avviso di una prossima disgrazia oppure il tentativo di comunicare da parte di un caro defunto. Quest’ultima abitudine per certi versi è molto simile a ciò che fanno gli spiriti riscontrabili nelle tradizioni folkloriche di altre regioni, come per esempio O’ Monaciello di Napoli. Il nome di Mazzamurello è riscontrabile anche in altre zone d’Italia, come per esempio Mazzamureddu in Sicilia, Mazzariol nel bellunese in Veneto, Mazapégul in Emilia e Mazzarot nelle zone montuose del Friuli-Venezia-Giulia, Trentino e Veneto. Curioso come l’origine linguistica in realtà possa derivare dallo spagnolo “matamores”, ossia “ammazza mori”, le cui origini storiche non possono non condurci alla Reconquista medievale e al difficile rapporto che la penisola iberica ha sempre avuto con i Mori.


BASILICATA

Si dice spesso che la Basilicata non esista, eppure io vi confermo la sua esistenza! Una piccola ma straordinaria regione che fa da crocevia per la Puglia, la Calabria e la Campania non può non aver ricevuto influenze culturali e folkloristiche da parte di queste. Questo non vuol dire che non sia stata capace di crearsi un proprio patrimonio mostruoso. Anzi, proprio perché in mezzo a più regioni ha potuto giocare con la fantasia e con l’elaborazione di nuove creature che adesso vi andremo a presentare.

IL MARRANGHINO

Come abbiamo appena detto, la Basilicata è una terra misteriosa, crocevia di popoli e tradizioni, e porta con sé il suo meraviglioso patrimonio naturalistico, culturale e, nel nostro caso, mostruoso. Proprio della zona di Matera, il Marranghino, nella cultura e nel folklore lucani, è uno spiritello burlone e bonaccione che per certi aspetti incarna, in modo ironico, lo stereotipo che oggi potrebbero avere gli stranieri sull’uomo meridionale, stereotipo un tempo diffuso anche nel Nord Italia: “curtu, russu, chi mustazzi e ca capa tanta”,ossia basso, pancione, con baffoni e con una grande capo. Nel dialetto di certi paesi il suo nome è accostabile a un particolare tipo di ragno con le zampe sottili. Infatti a noi piace immaginarlo così.

Tolte le descrizioni fisiche, possiamo dire che u marranghinu non è assolutamente uno spirito negativo né portatore di cattive notizie, come poteva essere per certi versi il Mazzamurello (declinato poi nelle diverse varianti regionali). Il Marranghino è più uno spirito simpatico che si permette, anche per smezzare le noiose giornate rurali, di nascondere gli attrezzi agli agricoltori e di fare piccoli scherzi battendo colpi contro il muro della casa, cosa tra l’altro che non può non farci pensare a delle influenze culturali di  derivazioni campane da parte della figura de O’ Munaciell. Il Marranghino, essendo un buontempone, tutto sommato era tollerato dalle persone. Qualcuno ogni tanto poteva perdere le staffe se continuava a ritrovarsi senza gli attrezzi di lavoro o senza le vettovaglie per affrontare la giornata di lavoro nei campi. Molto simpaticamente e personalmente credo che il Marranghino incarni in pieno la solarità, la simpatia e i modi di fare dell’uomo meridionale.

LU DUPI MINARO

Una delle tanti versioni italiane del lupo mannaro. Chi nasceva la notte di Natale, specialmente quando si sentivano i primi rintocchi di campana, era condannato a questa maledizione, diventando un licantropo nelle notti di luna piena. Il mito dell’uomo lupo è antichissimo e risale all’Età del bronzo, quando le fasi lunari rivestivano un ruolo importante nelle comunità contadine e i lupi, con le loro razzie di bestiame e la loro indole selvaggia, diventarono un nemico da sterminare e una minaccia per gli insediamenti. In Basilicata il licantropo era visto come un povero disgraziato che, per via del maleficio, usciva di casa a mezzanotte e correva per le strade all’impazzata, rotolandosi per terra ed emettendo urla feroci. Pare che se un uomo coraggioso si fosse avvicinato per pungerlo, spillandogli qualche goccia di sangue, la malattia sarebbe svanita.

I VAMPIRI DI ACERENZA

Acerenza è un borgo di alto valore storico e circondato di misteri, in particolare per via della sua imponente cattedrale. Secondo i lucani nel borgo sarebbe custodito il Santo Graal, depositato dai Crociati, che utilizzavano il luogo come passaggio per la Terrasanta. Si crede perfino che il fondatore dell’Ordine dei Templari, Ugo Dei Pagani, sia nato nei dintorni di Acerenza. Un’altra leggenda, ben più oscura, narra che nelle cripte della cattedrale riposino dei vampiri. Nell’edificio sarebbero sepolti i resti della figlia del conte Vlad III di Valacchia, conosciuto come il Conte Dracula. Il simbolo della casata dei Vlad, un drago alato, è infatti presente sulle mura della cattedrale, così come due sculture mostruose poste all’ingresso, che mordono sul collo due vittime. Nella cripta vi è poi un bassorilievo che raffigura il demone Lilith, che succhiava il sangue a uomini e bambini. Che Acerenza nasconda davvero i tumuli di una stirpe vampiresca? Se avete velleità da Van Helsing o da Indiana Jones, potete cogliere l’occasione per visitare lo splendido borgo.


CAMPANIA

La bellissima regione della Campania rappresenta l’inizio del Mezzogiorno italiano, di una parte della nostra penisola piena di grandi ricchezze culturali, storiche, archeologiche, gastronomiche, naturalistiche e anche folkloristiche. Sicuramente, tra le tante città, non può non spiccare Napoli che, già di quartiere in quartiere, presenta una diversità linguistica e superstiziosa che la rendono unica nel suo genere, coi i suoi vicoletti infestati dal Monacielllo, dalle case abitate dai gechi (considerati animali portatori di grande fortuna) o dallo spauracchio del Gatto Mammone, presente in una della carte da gioco napoletane della Briscola e della Scopa. Ma iniziamo il nostro viaggio…

O’ MUNACIELLO

Nel parlare della Campania, non potevamo non esimerci dallo spendere subito quattro parole su uno dei “monster” più caratteristici del territorio e che ha influenzato la cultura mostrifera di molte regioni del Mezzogiorno. Stiamo parlando del Monaciello o, come vuole la dizione, O’ Munaciell. Tipico della bellissima città di Napoli, o ‘Monaciell è uno spiritello che, secondo la tradizione partenopea, ha le sembianze di un bambino sfigurato vestito con un semplice saio (donde probabilmente il riferimento a “monaciello- monaco”) e fibbie argentate sulle scarpe. Prima di trattare del Monaciello però è doverosa una premessa, in modo tale da rendere giustizia al tema e non mancare di rispetto alla complessa cultura napoletana: qui ci limiteremo a delinearne solo i tratti più peculiari, bypassando tutte le ipotesi sull’origine. Vi proporremo quindi una sorta di piccola pillola. Immaginatelo come se fosse un caffè sospeso: giusto l’attimo di un sorso.

Ciò che possiamo dire con sicurezza del Monaciello è che secondo la tradizione, questo spirito infesta Napoli. C’è chi lo colloca vicino ai monasteri e le abbazie che attorniano la città, c’è chi lo immagina nella torre di Montalto e chi invece lo fa sovrano delle vie sotterranee e dei vetusti palazzi della città. Come tutti gli spiriti del Mezzogiorno, anche il Monaciello sembrerebbe particolarmente votato agli scherzi bonari più o meno simpatici a seconda della casa in cui si palesa: può infatti lasciare soldi in casa, suggerire numeri fortunati (su questo aspetto della cultura napoletana si potrebbe scrivere un articolo intero) ma può anche essere particolarmente ostile, disturbando il sonno, rompendo qualche oggetto e addirittura “allungand’ e man n’gopp’ e femmene “. Si tratta dunque di una presenza sovrannaturale propiziatoria o nefasta a seconda di come ci si relaziona con essa.

Certo è che o’ Monaciello tiene il cuore grande (come gli abitanti di Napoli) e secondo il folklore locale può manifestarsi in casi di stringente bisogno per aiutare le persone, conducendo l’interessato in un luogo segreto per donargli parte del proprio tesoro. D’altronde, come si dice a Napoli, “‘O munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce”. Comunque sia, palesi sono i legami con la cultura nord-europea e i folletti irlandesi depositari di grandi tesori. La cosa curiosa del Monaciello è che per certi versi è un po’ come il sugo: ogni quartiere di Napoli lo fa a modo suo con qualche variante. Così anche la declinazione del Monaciello cambia a seconda che ci si trovi in Piazza Garibaldi, a Secondigliano, nel Centro Storico ecc. Aggiungo un’ultima variante, secondo la quale il Monaciello sarebbe lo spirito di un bimbo che vuole nascere e in qualche modo gli viene impedito. Ecco quindi che in casa si sentono sempre grattare le pareti e si vedono gli oggetti scomparire o spostarsi in altri luoghi della casa.

IL GATTO MAMMONE

«Non potete servire a Dio e a Mammona»
(Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13)

Noto nella tradizione culturale campana e in una certa misura anche nel Mezzogiorno, il Gatto Mammone trova il suo posto tra le creature che oscillano tra l’essere considerate maligne e benigne. Per certi versi simile al Gattu Puzzu marchigiano, il Gatto Mammone si diversifica da questo per essere considerato il “re dei gatti”, dotato di grande intelligenza, simile a quella umana, e per avere una natura sovrannaturale demoniaca, cosa che il Gattu Puzzu in effetti non ha. Il Gatto Mammone si presenta, secondo la tradizione, come un grosso gatto nero (tipico colore che, a partire dalla cristianizzazione della cultura europa, è sempre stato legato all’oscurità, al male e al Diavolo); qualche volta sul muso del Gatto Mammone vi è una “M” bianca.

Curioso come il nome del Gatto Mammone richiami per certi versi la parola “Mammona”, ossia la personificazione del guadagno, del profitto e dell’accumulo materiale di ogni bene. La Storia ci insegna che con l’avvento del Cristianesimo, il rapporto tra uomo e ricchezza (intesa nel senso più lato) è sempre stato dialettico e conflittuale, su cui i dottori della Chiesa si sono sempre pronunciati, per cercare di far convivere i due all’interno della Cristianità. Sopratutto la questione del prestito e dell’usura furono temi altamente scottanti su cui ancora nel XVIII secolo si dibatteva. Lungi comunque da entrare nel merito di questo approfondimento, ci basti tenere conto dell’accostamento tra la figura del gatto, animale scaltro e spesso legato al male, e a Mammona. Risulta chiaro che il mix tra queste due figure porta alla creazione di un animale legato al Diavolo e al peccato di avarizia.

LA JANARA

Una delle leggende più famose della Campania, che affonda le sue radici nel beneventano. Si parla delle Janare, streghe depositarie di antichi e oscuri segreti. Erano molto temute dai contadini, poiché portatrici di sventura e in grado di rovinare la vita altrui con il malocchio. Secondo alcuni il loro nome deriva da Dianara, cioè “Sacerdotessa di Diana”, la dea della caccia. L’origine del mito è perciò pagana, ma presto si arrivò a credere che le Janare si riunissero sotto un albero di noce sulle sponde del fiume Sabato, per venerare il Demonio, sotto forma di cane o caprone. Dipinte come aggressive e acide, pare che andassero in giro nude e che avessero un aspetto mostruoso, simile a quello delle arpie. Non essendo in grado di concepire figli, se la prendevano soprattutto con i bambini, ai quali procuravano malanni. Tra le loro peculiari abitudini, quella di uscire nottetempo, introdursi in una stalla e rubare una giumenta per cavalcarla fino all’alba.

La tradizione popolare suggerisce dei metodi per scacciarle: tenere una scopa di miglio capovolta davanti alla porta o lasciare in giro un sacchetto di sale, in modo che la strega si fermasse a contare i granelli fino al mattino. In caso di incontri ravvicinati, bastava afferrarle per i capelli, poiché rappresentano il loro punto debole. Se venivano catturate e rese inermi, erano loro stesse a dichiarare protezione sulla casa per sette generazioni. Pare infatti che, nonostante l’atteggiamento crudele, fossero esperte di erbe curative e conoscessero i rimedi per svariate malattie. Come molti altri personaggi del folklore italiano, anche le Janare vengono associate alle paralisi notturne e agli incubi. Il loro appellativo viene inoltre utilizzato per apostrofare donne arcigne.


CALABRIA

La Calabria è una terra bellissima che si sviluppa su due mari, il Tirreno e lo Ionio, che le donano un tocco unico nel suo genere, sia dal punto di vista storico-archeologico che da quello naturalistico, gastronomico e culturale. La Calabria per tanto tempo è stata considerata, e per certi versi lo è ancora, una regione muta, introversa, chiusa… semplicemente non la si conosce abbastanza, perché il suo cuore è grande come la sua tradizione folkloristica. Il mare dello Stretto è sede della temibile Scilla narrata da Omero, l’entroterra invece è abitato da mostri lacustri che alimentano le odierne leggende metropolitane.

LE TEMIBILI CORRENTI DI SCILLA E CARIDDI

Già dai tempi arcaici, lo Stretto di Messina è stato un luogo ricco di notevoli suggestioni e di mistero che, nel corso della storia, hanno contribuito a sviluppare quei miti classici a esso legati e che noi oggi conosciamo. La navigazione nel Mediterraneo è da sempre stata una delle conquiste più antiche che ci portiamo dietro, eppure ci sono acque del Mare Nostrum in cui la navigazione diventa impervia, pericolosa se non addirittura mortale. Da questo rischio deriva una fama sinistra, che si concretizza con il mito di Scilla e Cariddi, la rappresentazione allegorica e mostruosa dei venti e delle correnti dello Stretto di Messina. Si tratta di correnti che possono raggiungere una velocità di 9 km orari e che, scontrandosi, possono dare vita a dei pericolosi mulinelli che, in assenza di barche a motore,  potevano mettere in discussione il coraggio degli antichi navigatori.

Ecco dunque che lo Stretto di Messina è attanagliato da due temibili creature: Cariddi, ossia colei che risucchia, e Scilla che dilania e fa a brandelli (pezzi e brandelli anche per via della presenza di molti scogli che spuntano fuori dalla costa del lungomare di Scilla). Sia per Scilla che per Cariddi ancora oggi vive nei ricordi dei reggini e dei messinesi la coscienza, e sopratutto la conoscenza, della pericolosità di quelle acque. La mistificazione mostruosa del mare agitato ci permette permette ancora oggi di sentire qualche vecchio pescatore pronunciare parole di ammonimento verso tutti coloro che ingenuamente pensano di poter andare a pescare in barca, o peggio ancora nuotare, proprio in quelle acque. Ricordo che tanti anni fa, mentre ero in barca con mio padre e un suo amico di vecchia data per pescare in zona, sembrava davvero che le correnti volessero impedirci di andar via. Simpatico fu l’insulto che l’amico rivolse al mare, in dialetto reggino: “dicitinci a’ Scilla ma vai ma sa faci nto culu cca oggi nun ‘di tira pi sutta”.

IL MOSTRO DEL LAGO AMPOLLINO

Una leggenda metropolitana, nata nel 2005, che suscitò l’interesse dei media nazionali. Parliamo di strani avvistamenti nel lago Ampollino, situato nella Sila e confinante con le provincie di Crotone, Cosenza e Catanzaro. In seguito ad alcune testimonianze, che parlavano di un mostro acquatico simile a quello di Loch Ness, decine di curiosi sostarono sulle sponde del lago armate di cannocchiale. A quanto pare un albergatore della zona raccontò di una scia di grosse dimensioni che si allungava verso il centro del lago, dove era visibile una schiena lucida e dai riflessi azzurrognoli. Sul caso venne interpellato perfino il sindaco del comune di Crotonei, Franco Pellegrino, che affermò di non conoscere l’origine delle dicerie, ipotizzando che la fantomatica creatura fosse in realtà una carpa di taglia insolita, diventata poi un “mostro” grazie al passaparola. Un’altra spiegazione alternativa tirava in ballo un coccodrillo, sottratto qualche tempo prima a un circo e scaricato nel lago.

Non emersero prove fotografiche e furono numerosi i commentatori scettici: quello di Ampollino era un bacino artificiale, nato per alimentare la centrale elettrica locale, e risultava strano che un mostro lo abitasse e vi trovasse il nutrimento adeguato. Il mito di strani animali in quel territorio, a dire il vero, esisteva già 60 anni prima della creazione del bacino. Nel 1868 la rivista Emporio pittoresco, simbolo della Scapigliatura milanese, parlava di uno specchio d’acqua nella Sila dove dimoravano tre lamprede, creature nelle quali si erano reincarnate le anime di tre monaci perversi. Resta il fatto che il lago venne prosciugato due volte, una nel ’70 e una nell’87, senza che vi fossero avvistamenti di bestie sconosciute.

LA FATA MORGANA

Sul lungomare di Reggio Calabria è possibile scorgere piccoli paesi della costa siciliana, che grazie a un’illusione ottica cambiano forma e colore, specchiandosi tra mare e cielo. La tradizione popolare attribuisce questo fenomeno a un incantesimo della Fata Morgana. Si narra che Ruggero d’Altavilla, conquistatore normanno, venne stregato da Morgana in modo che invadesse la vicina Sicilia. La fata fece apparire la costa così vicina che pareva toccabile con la mano. Ruggero rifiutò l’aiuto di Morgana e impiegò 30 anni per conquistare la Sicilia con le sue sole forze. Un’altra versione della leggenda parla di un’orda di barbari che, raggiunta Reggio Calabria, si mise alla ricerca di un modo per superare lo Stretto di Messina. Si presentò allora una donna bellissima, Morgana, che con un gesto della mano fece apparire la costa sicula vicinissima. Il re barbaro, stregato, si gettò in mare per raggiungerla a nuoto, ma in quel momento l’incanto svanì e il sovrano affogò. La fata lo aveva ingannato, così come ingannò altri uomini, desiderosi di raggiungere l’isola.


SICILIA

È sempre difficile trovare le parole per descrivere, sopratutto in poche righe, una regione così straordinaria come la Sicilia, che già con il suo passato storico reca seco una grande diversità culturale locale. Molte sono state le influenze greche, arabe, normanne alla creazione e allo sviluppo del patrimonio culturale, artistico e gastronomico dell’isola. Un’eterogeneità e una profonda tradizione che hanno notevoli sbocchi nell’elaborazione di miti, fiabe e figure mostruose che adesso vi andremo a presentare.

LA MARABBECCA

Dall’abisso del folklore siciliano, tra le ombre più oscure della terra, si annida la Marabbecca, una creatura mostruosa che a volte si presenta come una donna e altre come un mostro che vive nei pozzi e nelle cisterne d’acqua in attesa che i bambini e gli adulti vi caschino dentro. La Marabbecca, spauracchio inventato delle madri del mondo rurale per cercare di tenere lontani i propri figli dalla pericolosità dei pozzi, incarna anche la paura stessa di ciò che non si vede, di ciò che la nostra mente pensa vi sia in attesa nell’oscurità (in questo caso l’oscurità dei fossi).

Data la situazione dell’isola in fatto di acqua, è probabile che i pozzi fossero molto utilizzati dalle persone e che i bambini venissero solitamente mandati a prender l’acqua, rimanendo spesso vittime di cadute perché ci si era sporti troppo e in modo incauto. La curiosità è che secondo alcuni studiosi la parola “marabecca” sia di derivazione araba (cosa possibilissima viste le influenze culturali storiche che quest’isola ha avuto), un mondo tra l’altro non estraneo alla siccità e all’uso dei pozzi. In quanto a fattezze, non vi sono fonti certe ma c’è chi sostiene che sia una creatura di lovecraftiana ispirazione con tanti occhi e altrettanti tentacoli. Noi preferiamo immaginarlo come un grosso anfibio capace di attirare a sé le proprie vittime.

LA BIDDRINA

Un animale mitico che pare abiti nelle zone umide delle campagne. Se ne parla molto in provincia di Caltanissetta. Il termine Biddrina, secondo alcuni, deriva dall’arabo e indica un grosso serpente acquatico. Sarebbe una biscia di enormi dimensioni (almeno sei metri), con la testa simile a una grancassa e una colorazione tra il verde e il blu. Pare che includa i tratti di un drago e di un coccodrillo. È visibile prevalentemente di notte, in particolare per via degli occhi rossi e luminosi come fari. Si aggira tra gli alberi e le canne, mangiando capretti, agnelli ed esseri umani. Beve l’acqua sulfurea che scorre nei pressi delle miniere, acquisendo forza e invulnerabilità. La leggenda vuole che una comune biscia, rimanendo nascosta per sette anni, possa diventare una Biddrina come per magia.

Il suo nome viene usato per apostrofare donne particolarmente cattive ed è accostabile alla vipera. Pare che nel secolo scorso ne fosse stata uccisa una a Cammuto, dove la sua figura è scolpita su una fontana, insieme alla data dell’evento. Un’altra venne abbattuta nella contrada Cosciu durante gli anni ’60, con la presenza dei Carabinieri. Una contessina del luogo ordinò che il rettile fosse bruciato. Negli anni ’50 furono invece uccisi due esemplari da un gruppo di pastori, nella vallata sotto il monte Saraceno. Attualmente a Butera, durante la festa di San Rocco, viene portato in giro per le strade u sirpintazzu, uno spauracchio di carta che ricorda questo animale.

POLIFEMO

Il paese di Aci Trezza è famoso per la riviera dei ciclopi, legati alla leggenda di Ulisse e Polifemo. Il sovrano di Itaca, dopo essersi smarrito, approdò nella terra dei ciclopi, i celebri giganti umanoidi con un occhio solo. Ulisse entrò con dodici uomini nella grotta di Polifemo, che nel frattempo badava al suo gregge. Gli Achei razziarono la grotta e, quando Polifemo ritornò, per vendetta divorò due soldati e chiuse i restanti nella caverna. Ulisse allora ubriacò Polifemo con del vino e, quando il ciclope crollò per il sonno, lo accecò con una trave incandescente. Il gigante, furioso per il dolore, spostò il masso che chiudeva la grotta e gli Achei riuscirono a scappare legandosi sotto al ventre di alcuni montoni. Ulisse riuscì a raggiungere la sua nave e salpò. Polifemo raccolse tre grandi massi e li scagliò in mare nel tentativo di colpire i fuggiaschi. I tre faraglioni sono ancora visibili, sporgendo dalle acque che bagnano Aci Trezza.


PUGLIA

La Puglia è nota per essere la terra degli ulivi ed è da qui che alcune delle sue figure fantastiche hanno preso piede. La sua posizione geografica l’ha resa in passato un punto di arrivo e di partenza verso il cuore del Mar Mediterraneo e verso il mondo greco e mediorientale. La stessa storia della regione ci dimostra quanto le influenze bizantine e arabe abbiano consentito l’elaborazione di un corpus di figure fantastiche che risentono in parte anche dei territori limitrofi del Sud Italia.

IL TUMMÀ

Nel cuore della città di Bari e nella sua periferia una vecchia fiaba, che si è ormai mescolata con la leggenda, racconta la storia del folletto Tummà e dell’origine della grande ricchezza della Puglia: gli alberi di ulivo. Data la sua natura di folletto, anche il Tummà era sempre alla ricerca di ricchezze e tesori da accumulare. Infatti la leggenda vuole che un giorno questi si mise a cercare un antico tesoro appartenuto agli arabi (ricordiamo che nell’Alto Medioevo Bari fu sede di un emirato, dal 847 al 871). Il Tummà, come tutti i folletti, era dunque alla ricerca di ricchezze e per certi versi si potrebbe dire che avesse il fiuto per l’oro, dato che un suo tratto distintivo è proprio il suo grandissimo e lunghissimo naso.

Tuttavia, dopo giorni e giorni di ricerche, pare che il fiuto per l’oro non portò il povero Tummà ad alcuna scoperta e presto si diede allo sconforto, abbandonandosi alle lacrime. Fu proprio in quel momento che intervenne un’altra presenza fantastica del folklore barese: la fata Dusica. Questa regalò al folletto disperato un fazzoletto per asciugare le sue lacrime che, intanto, avevano contribuito a rendere magicamente fertile e generosa la terra da esse bagnata, dalla quale sarebbero nati dei bellissimi ulivi, simbolo e fonte di ricchezza della Puglia. La leggenda vuole che il Tummà alla fine riuscì a impadronirsi di numerosi tesori, dispersi nella zona, e che l’unico modo per averne un po’ fosse quello di rubargli il fazzoletto fatato (cosa simile al cappello rosso del folletto siciliano).

L’ORCO NANNI

Quella dell’Orco Nanni, detto anche Lu Nanni Orcu, è una delle più antiche e suggestive leggende del Salento. Si tratterebbe di una creatura alta tre metri, ricoperta di peli e praticamente invulnerabile per via della pelle spessa. L’orco parlerebbe un idioma incomprensibile e si ciberebbe di esseri umani, prediligendo donne e bambini. Pare che nelle foreste dei Paduli abitassero intere colonie di questi esemplari, che avrebbero formato una società nelle grotte, con tanto di famiglie e scale gerarchiche. Nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di esplorare le colonie sotterranee e affrontarli faccia a faccia, sicché la loro esistenza ha assunto i tratti di una favola. A quanto pare Nanni era un esponente di queste creature, che dovendo mantenere moglie e figli avrebbe cacciato senza pietà i contadini locali.

Esistevano dei rimedi per allontanarlo: bisognava portare con sé della polvere di papavero arcobaleno, da lanciargli in faccia nel caso lo si incontrasse. A quel punto si sarebbe messo a starnutire per un’ora, permettendo alla vittima di fuggire. Solleticarlo con una penna di gazza ladra lo avrebbe invece portato a rotolarsi per terra dalle risate. La penna però andava strappata a un animale vivo, altrimenti avrebbe perso il proprio potere. I contadini si erano organizzati di conseguenza e in svariati punti strategici della foresta dei Paduli, sotto delle rocce, erano disposti dei sacchi con la polvere e delle piume. In questo modo, chiunque avesse sentito la terra tremare per i passi dell’orco poteva prepararsi all’attacco.

LA SIRENA LEUCASIA

Si dice che la città di Santa Maria di Leuca, in provincia di Lecce, sia stata fondata da una sirena di nome Leucasia, raffigurata nell’iconografia locale con due code, una corona e gli occhi chiusi. Celebrata nel salento, Leucasia aveva la pelle bianchissima, gli occhi azzurri e una lunga chioma bionda. Il suo canto era armonioso e nessuno era in grado di resisterle. Un giorno un pastorello di nome Melìsso giunse sulla scogliera per rinfrescarsi e venne attratto dalla voce della sirena. Leucasia si invaghì del giovane, ma venne respinta, poiché Melìsso amava già una nobile di nome Arìstula. La sirena, umiliata, meditò vendetta. Un giorno, vedendo i due giovani amanti sugli scogli, scatenò una tremenda tempesta con le sue code. Melìsso e Arìstula annegarono e finirono sfracellati sui lati opposti della baia.

La dea Minerva, assistendo allo spettacolo, si impietosì e decise di pietrificare i corpi dei giovani amanti, collocati sulle rive della baia di Leuca, che ora portano il loro nome. Le due figure delimitano le acque del golfo e sono destinate a non potersi più toccare. Leucasia, distrutta dal rimorso, perse la propria voce e si suicidò, pietrificandosi a sua volta sugli scogli bianchi tra le due punte. Si dice che dalla roccia della sirena sia nata la città di Leuca. Ai protagonisti della leggenda sono dedicate alcune sculture, realizzate dagli artigiani locali, posizionate sul lungomare e chiamate “Trittico della Trascendenza”.


SARDEGNA

La Sardegna è una di quelle regioni che per certi versi rappresentano un mondo a parte, ma racchiude davvero una straordinaria diversità culturale. Dalle antiche influenze fenice, alla dominazione romana e poi l’avvento del Cristianesimo, la Sardegna ha sempre elaborato e rielaborato tradizioni diversificate per sfornare creature mostruose davvero curiose e uniche nel loro genere. Dall’incubo dell’Ammuntadore alle terribili Cogas e al Boe Erchitu, una specie di toro mannaro, la Sardegna ci regala una fauna mostruosa davvero interessante, quindi perché perdere tempo? Esploriamo i misteri di questa terra aspra e affascinante.

L’AMMUNTADORE

L’ Ammuntadore, noto anche come Ammuntandori o Ammuntadùras, è una creatura del folklore sardo nota per attaccare le persone nel sonno, attraverso gli incubi. Si tratta di una caratteristica che lo accomuna per certi versi agli Incubi romani. Secondo l’immaginario e la cultura romana gli Incubi altro non erano che spiriti malefici che giacevano sopra (da cui la parola latina incubare) il corpo delle loro vittime, trasmettendo loro il peso dell’angoscia attraverso un senso di soffocamento. L’Ammuntadore, la cui parola per certi versi ricorda molto il verbo “ammontare-montare”, richiama il modus operandi dell’Incubo, con il suo stare pesantemente sopra il corpo del malcapitato. Non è comunque un caso che l’origine folkloristica di questa creatura sia riconducibile, secondo gli studiosi, proprio al 241 a.C., anno che vide la fine della prima Guerra Punica tra Cartaginesi e Romani e che portò questi ultimi a impossessarsi della Sardegna.

LA COGA

Le Cogas, dette anche Bruxas, fanno parte della tradizione sarda e sono a metà tra la strega e il vampiro. Erano considerate pericolose e venivano usate nelle storie per spaventare i bambini. Pare che fossero proprio i neonati le prede più ambite dalla Coga, che penetrava in camera per succhiargli il sangue. Si poteva nascere Coga o diventarlo. Nella prima ipotesi, le più predisposte erano le femmine, in particolare la settima nata in una famiglia numerosa. Spesso la ragazza era inconsapevole del suo stato durante le ore diurne. Ma sia maschi che femmine, a patto di volerlo, potevano tramutarsi in Cogas. La strega presentava dei tratti distintivi: una piccola coda, una croce pelosa dietro la schiena o unghie e capelli innaturalmente lunghi.

Quando la Coga si trasformava nottetempo, in un processo analogo alla licantropia, assumeva le fattezze di una vecchia bitorzoluta, a prescindere dal sesso di appartenenza. La Coga ha poteri da mutaforma e può assumere le sembianze di un cane, un gatto, un serpente e perfino di un insetto (in questo caso veniva ritenuta responsabile della diffusione di epidemie e pestilenze). Perché diventare una strega? I motivi spaziavano dal desiderio di vendetta alla semplice volontà di fare del male. Per diventarlo bisognava seguire un rituale: aspettare il venerdì e recarsi di notte in un cimitero dove fosse avvenuta una nuova sepoltura. Qui l’aspirante Coga avrebbe dovuto asportare il grasso corporeo del cadavere e mescolarlo con sangue di vergine e olio santo, ungendosi determinate parti del corpo. A quel punto sarebbe iniziata la metamorfosi.

SU BOE ERCHITU

Un essere legato alla metamorfosi uomo-animale. Una sorta di licantropia che colpisce gli uomini e agisce nottetempo, donando alla vittima un aspetto bovino e un istinto animalesco. Una specie di bue mannaro, accostabile alla figura del Minotauro. L’Erchitu non può evitare di trasformarsi ed è vittima di una maledizione, spesso una condanna divina per crimini gravi. In questo caso diventa un toro mostruoso, con corna d’acciaio e due candele accese sulle stesse. La maledizione può essere interrotta solo dal taglio delle corna o dallo spegnimento delle fiammelle. Pare che i loro muggiti siano agghiaccianti. Un’altra versione del mito parla del Boe Muliache, un uomo costretto a mutare in bue dal destino avverso. In questo caso pare che l’aspetto rimanga umano, mentre lo spirito di un bue si sostituirebbe a quello della persona durante la notte. Il poveraccio è quindi costretto a vagare fino all’alba, emettendo versi e rivoltandosi sul terreno.


VENETO

Il Veneto è una regione molto differenziata dal punto di vista del territorio, e per ogni altura o ambientazione lacustre troviamo storie collegate. Parliamo di leggende legate a personaggi religiosi, entità magiche e mostri più “terreni” delle tradizioni popolari, con caratteristiche comuni ai rettili. Caliamoci dunque in questo importante territorio, diviso tra alture e coste adriatiche.

SANTA LUCIA

Il gentile lettore mostrifero si starà chiedendo come possa rientrare in un articolo denominato Bestiario d’Italia una figura come Santa Lucia. La nostra intenzione non è quella di incappare nella blasfemia, ma ci siamo sentiti fortemente in dovere di inserirla nel listone per le numerose testimonianze riscontrate. Come autori di questo articolo, siamo di Brescia e conosciamo molto visceralmente il sentimento che si provava nei confronti dell’arrivo della Santa il tredici dicembre, il fatto che potesse portare dei doni in caso fossimo stati dei bravi bambini, altrimenti avrebbe portato solamente cenere. La doppia possibilità rendeva il tutto molto incerto ed eccitante. La componente Monster sta nel fatto che, per come è stata tramandata la leggenda,  se qualche bambino fosse rimasto alzato quella notte (come per l’attesa di Babbo Natale giù dal camino) per qualche oscura ragione, avrebbe rischiato di incontrare la figura della Santa, una specie di sposa senza occhi, con gli stessi appoggiati su un piattino. Lo spettatore curioso si sarebbe immediatamente beccato la cenere negli occhi dalla signora, perdendo la vista. Ora potete in parte capire il nostro trauma infantile.

Nonostante sia forte la sua presenza leggendaria qui in Lombardia (nel bresciano non esiste nemmeno Babbo Natale che porta i doni, ma solo la Santa), l’origine principale e la maggiore diffusione sono riscontrabili in Veneto. Santa Lucia è stata una martire cristiana, morta a Siracusa durante la grande persecuzione di Diocleziano. La sua figura è venerata come santa protettrice dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa. Le sue spoglie  sono custodite nel Santuario di Lucia a Venezia. La tradizione popolare vuole che alla Santa, come punizione corporale per il suo dichiararsi cristiana, fossero stati strappati gli occhi, ma questa vicenda non è storicamente confermata. L’unica cosa documentata è il culto di questa santa come protettrice della vista e numerose sue raffigurazioni la mostrano come una semplice donna con degli occhi su un piattino d’argento.

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Santa Lucia viene la notte tra il dodici e il tredici dicembre e porta i doni richiesti da una letterina scritta dal bambino, che se si dimostrerà buono riceverà la ricompensa. In caso contrario, giunta l’alba, al posto degli agognati regali troverà solo carbone. Fondamentale è lasciare, assieme alla letterina, una cesta con del fieno, perché la Santa viene trasportata di casa in casa da un asinello, che ha bisogno di rifocillarsi costantemente per poter proseguire il suo lavoro di quella notte.

IL BISSO GALETO

Creatura leggendaria delle valli veronesi, il Bisso Galeto è un sorprendete ibrido tra un gallo, un serpente e un’indeterminata creatura “spinosa”. Il Bisso ha la capacità di espandere le dimensioni del proprio corpo, in linea con le caratteristiche giustospaziose dell’Occamy (Il Bestiario di Animali Fantastici). Un’altra similitudine con le creature magiche del Wizarding World è quella della sua componente natale, infatti il Bisso Galeto, come il Basilisco potteriano, nasce da un uovo di un vecchio gallo covato per otto anni da un serpente o un rospo (Il Bestiario di Harry Potter.).

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Il Bisso Galeto è difficile da sconfiggere, in quanto velenosissimo. Se si cercava di infilzare l’animale, il suo veleno risaliva lungo l’arma e uccideva l’aggressore. Il modo più conosciuto per sbarazzarsi di questa bestia è quello di metterle davanti uno specchio, poiché il Bisso muore se vede la sua immagine riflessa. Il Bisso Galeto viene visto come l’incarnazione del Diavolo stesso. Al serpentone gallesco viene inoltre attribuita la colpa dell’epidemia di sifilide del XV secolo nel veronese. Leggende parlano di diverse varianti della bestia: c’è chi dice che possa volare e chi dice che il suo vero nome sia proprio “Basilisco“. Noi vi abbiamo riportato le caratteristiche più condivise, sperando di avervi inquietato il necessario.

L’ANGUANA

L’Anguana è simile a una ninfa, non è una sirena ma è strettamente legata all’acqua. Le possiamo trovare nelle zone lacustri, paludose e nei corsi d’acqua. Sono apparizioni di donne bellissime, generate dalla morte precoce della loro controparte umana. Molti considerano “Anguane” solamente le figure di donne ectoplasmatiche che derivano dalla morte di parto, mentre alcune leggende riportano la possibilità di divenire Anguana anche attraverso una morte giovanile o addirittura tramite il decesso nel grembo materno. Il filo comune di questa trasformazione è in ogni caso il trapasso.

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Le Anguane sono figure immateriali di donne affascinanti, in grado di sedurre e portare alla disperazione gli uomini. La loro bellezza non è convenzionale, dal momento che sono state spesso raffigurate con piedi da gallina e con la schiena ricurva e squamosa, ma le loro capacità di ammaliatrici trascendono l’aspetto esteriore. Oltre a far perdere la testa agli uomini, le Anguane vengono inserite in altri stereotipi femminili datati, come quello che le vedrebbe portatrici di discordia e dissidi, diffondendo pettegolezzi nei paesi a danno della comunità. Anche le cosiddette guaritrici, donne di estrazione pagana e vicine alle forze della natura, condividono l’appellativo di “Anguana”, anche se non hanno origini sovrannaturali. Numerose presenze di Anguane vengono riscontrate nel Triveneto.


Termina qui la porzione principale del nostro viaggio alla scoperta del folklore italiano in salsa horror, ma non preoccupatevi: presto pubblicheremo le versioni estese di ogni regione con un numero impressionante di creature inedite! Nel frattempo vogliamo ringraziare Lorenzo Rossi per la consulenza in ambito criptozoologico, Willy Guasti per le illustrazioni dei mostri portabandiera e il giornalista Andrea Torresani per le informazioni riguardanti il Mostro del Lago di Garda. Sperando di aver stuzzicato la vostra fantasia, vi diamo appuntamento per altri articoli dove approfondiremo il lato oscuro e leggendario del nostro paese. I monumenti, le riserve naturali e i luoghi di interesse citati possono rappresentare inoltre una valida opzione per i vacanzieri che si spostano tra le regioni in cerca di cose da vedere. Benvenuti in Italia, la terra dei mostri!

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. The Butcher ha detto:

    Che bestiario stupendo! Fa piacere vedere anche alcune creature leggendarie della mia regione, le Marche. Credimi quando ti dico che qui da me in pochi conscono questi esseri (al massimo conoscono la Sibilla). Bellissimo articolo!

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  2. Austin Dove ha detto:

    Mmm
    Molti mesi fa avevo descritto sul mio blog La Barbantana ma che non trovo qui ne su Internet… mi sa che sia un’invenzione del libro della mia fonte

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  3. Bravi. scritto bene bell immagine…da leggere

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