BESTIARIO D’ITALIA: Leggende della Sicilia

La tradizione sicula con le sue creature mitologiche e mostri paurosi.

di Matteo Berta, Alessandro Sivieri e Giovanni Siclari

Puntuali come una mano scheletrica sotto il vostro letto, torniamo con un approfondimento del nostro Bestiario d’Italia! Dopo una carrellata di mostri della tradizione sarda, ci stacchiamo ancora una volta dalla terraferma per approdare su un’isola affascinante, oltre che la più grande del Mediterraneo: la Sicilia. Separata dalla vicina Calabria dallo Stretto di Messina, comprende l’arcipelago delle Eolie, delle Egadi, e delle Pelagie, oltre a Ustica e Pantelleria. L’entroterra è generalmente collinare e montuoso, ma il fulcro delle attività legate al territorio resta il mare. Le estati possono essere parecchio torride per via delle correnti africane. Sempre parlando di calore, non dimentichiamo il possente vulcano Etna! Passiamo ora al lato più succoso della nostra indagine, ovvero la storia e il folklore locale, che si snoda dalle antichità di Siracusa alla Valle dei Templi di Agrigento.

Cover I Bestiari di Monster Movie

È sempre difficile trovare le parole per descrivere, sopratutto in poche righe, una regione così straordinaria come la Sicilia, che già con il suo passato storico ingloba una grande diversità culturale locale. Molte sono state le influenze greche, arabe, normanne nella creazione e nello sviluppo del patrimonio culturale, artistico e culinario dell’isola. Una eterogeneità e una profonda tradizione che hanno notevoli sbocchi nella costruzione di miti, fiabe e figure mostruose che adesso vi andremo a presentare: siete pronti a fuggire dalle grinfie della Marabbecca o preferite una sassata di Polifemo?


LA MARABBECCA

Dall’abisso del folklore siciliano, tra le ombre più oscure della terra, si annida la Marabbecca, una creatura mostruosa che a volte si presenta come una donna e altre come un mostro che vive nei pozzi e nelle cisterne d’acqua in attesa che i bambini e gli adulti vi caschino dentro. La Marabbecca, spauracchio inventato delle madri del mondo rurale per cercare di tenere lontani i propri figli dalla pericolosità dei pozzi, incarna anche la paura stessa di ciò che non si vede, di ciò che la nostra mente pensa vi sia in attesa nell’oscurità (in questo caso l’oscurità dei fossi).

Marabbecca Sicilia disegno monster movie

Data la situazione dell’isola in fatto di acqua, è probabile che i pozzi fossero molto utilizzati dalle persone e che i bambini venissero solitamente mandati a prender l’acqua, rimanendo spesso vittime di cadute perché ci si era sporti troppo e in modo incauto. La curiosità è che secondo alcuni studiosi la parola “marabecca” sia di derivazione araba (cosa possibilissima viste le influenze culturali storiche che quest’isola ha avuto), un mondo tra l’altro non estraneo alla siccità e all’uso dei pozzi. In quanto a fattezze, non vi sono fonti certe ma c’è chi sostiene che sia una creatura di lovecraftiana ispirazione con tanti occhi e altrettanti tentacoli. Noi preferiamo immaginarlo come un grosso anfibio capace di attirare a sé le proprie vittime.


U MUDDITTU

Muddittu folletto bestiario siculo

Molto simile al Fuddittu reggino, u Muddittu siciliano è un folletto che incarna quasi tutti i cliché dei suoi simili: esso infatti è dispettoso, molesto e in grado di comparire e scomparire a proprio piacimento proprio per dar fastidio alle persone. La particolarità forse più sinistra, rispetto ovviamente agli altri folletti, è il suo essere schivo e alquanto vendicativo contro chiunque gli rechi fastidio o deturpi il suo habitat. Le sue vendette possono comportare danni momentanei dovuti a piccoli incidenti ma anche gravi ferite, se non addirittura la morte del malcapitato. Per tranquillizzare i nostri lettori ci teniamo a dire che almeno con i bambini “u Muddittu” è clemente, se non addirittura benevolo, tanto che solitamente si diverte a stuzzicarli nel sonno per farli sorridere. Ma il folklore siciliano come ci presenta questo ambiguo esserino?

Muddittu satiri tradizione siciliana
Un branco di festosi satiri.

La tradizione locale vuole che “u Muddittu” si presenti un po’ con le fattezze simili ai fauni o ai satiri delle mitologia greca: la parte superiore del corpo è umana, con il volto piacente e i capelli ricci, mentre la parte inferiore è caprina. Oltre a dei semplici abiti, egli indosserebbe un mantello nero e sul capo un cappello rosso, oggetto molto agognato dalle persone, perché la leggenda vuole che questo sia l’unico espediente per far rivelare al folletto l’ubicazione dei propri tesori, quindi occhio se trovate un cappello rosso! Curioso come sia molto simile, se non identico, al folletto di Reggio Calabria, anche in merito alla questione del cappello e ai tesori annessi. A questo punto ci si potrebbe chiedere “Beh, ma questo folletto dove lo troviamo?”. Secondo i racconti è un frequentatore di campagne e di case abbandonate della zona di Messina. Quindi bando alle ciance e andate a cercarlo!


CARIDDI

Cariddi bocca aperta mostro

” […] e alle sue falde assorbe
  La temuta Cariddi il negro mare.
  Tre fïate il rigetta, e tre nel giorno
  L’assorbe orribilmente. Or tu a Cariddi
  Non t’accostar, mentre il mar negro inghiotte:
  Chè mal sapria dalla ruina estrema
  Nettuno stesso dilivrarti […] “

Odissea (libro XII)

Per questa creatura vi rimandiamo alla voce “Scilla” della regione Calabria. Nonostante sia impossibile stabilire chi appartiene a chi, essendo i mostri dello Stretto di Messina legati tra loro e inscindibili come vuole la tradizione, nulla ci vieta comunque di aggiungere qui qualche informazione più mirata e peculiare per Cariddi. A Capo Peloro, la punta più estrema della Sicilia dove si può trovare il famigerato “pilone” (gemello di quello presente in Santa Trada di Villa San Giovanni in Calabria), proprio in quella zona di raccordo e di confluenza delle correnti tirreniche dovrebbe risiedere Cariddi. Chi o cosa era secondo la tradizione mitica?

Percy Jackson Cariddi
Rappresentazione di Cariddi nella saga cinematografica di Percy Jackson.

Cariddi un tempo era una Naiade, una specie di ninfa dei mari, figlia di Poseidone e di Gea, poi punita da Zeus per la sua feroce e incontrollata voracità. La ninfa venne tramutata in un orrendo mostro marino, con una bocca piena di denti mostruosi e in grado di creare mulinelli d’acqua molto potenti, in grado di risucchiare le navi e le barche a sé. Nei miti e nelle leggende sappiamo che gli Argonauti guidati da Giasone e alla ricerca del Vello d’oro, riuscirono a evitare le terribili acque di Cariddi grazie a Teti che, guarda caso, era una Nereide, la quale mise in guardia i navigatori dalle insidie di quelle acque. Più sventurato fu invece l’equipaggio di Ulisse (Odisseo) che, dopo essere scampato malamente dalle fauci di Scilla (le sei teste del mostro mangiarono 6 membri dell’equipaggio), perì per colpa di Zeus che fece affondare la nave. Ulisse con mezzi di fortuna riuscì a evitare Scilla e il maelstrom di Cariddi.


IL BOE MARINO

Boe Marino mosaico Sicilia

Una leggenda ambientata a Messina che narra di un bue marino, che ogni sera si ritirava a dormire in una piccola grotta sulla spiaggia. Un viandante se ne accorse e lo riferì al re, il quale manifestò l’intenzione di parlare alla creatura. Venne mandato un ambasciatore e il bue rispose che, se il re voleva parlargli, doveva venire di persona. Il sovrano giunse e chiese alla bestia di rivelargli su quali fondamenta poggiasse Messina. Il bue allora si inabissò nelle acque profonde e riemerse 24 ore dopo, dicendo al re che la città poggiava su tre colonne: una spezzata, una scheggiata e una integra. Saputa la notizia, il popolo si spaventò e il sovrano chiese al bue di trovare il fondo dello Stretto di Messina. La bestia volle portare con sé un pezzo di legno, che sarebbe riemerso nel caso avesse fallito l’impresa. La gente aspettò con ansia il ritorno del bue, ma dopo parecchie ore venne a galla il pezzo di legno, arso per metà. Capirono allora che il fondo del mare era avvolto dalle fiamme e che il bue era morto bruciato.


LE DONNE VOLANTI

Alicudi isola delle Eolie

Alicudi è considerata l’isola più selvaggia di tutto l’arcipelago delle Eolie. Insieme a Filicudi, non è gettonata dai turisti quanto Vulcano o Panarea. Si tratta di una località sperduta, praticamente priva di strade carreggiabili e con un pugno di abitanti. Agli inizi del ‘900, la sua aura misteriosa ha raggiunto il suo picco grazie a visioni inquietanti. I contadini locali rimasero preda di una sorta di allucinazione collettiva e riferirono di aver visto delle donne volanti. Queste bizzarre signore si lanciavano dai balconi e si libravano in aria, a volte trasformandosi in corvi. Non solo, si parlava anche di ombre nella nebbia, di animali magici che scomparivano in un lampo, di gnomi, diavoli e santi incontrati nei campi.

Donne volanti di Alicudi

Sembra che, grazie alla scienza, il mistero delle visioni sia stato risolto: la segale con cui veniva fatto il pane tra il 1902 e il 1905 era piagata da un’infestazione fungina, che se ingerita causava effetti simili a quelli dell’LSD. Insomma, gli abitanti di Alicudi rimasero strafatti di pane per qualche anno a loro insaputa e videro una tale quantità di stranezze da riempire… beh, un vero e proprio bestiario. Nonostante le spiegazioni razionali, nella memoria delle persone rimane il mito di Alicudi come luogo fantastico. Che ne direste di mangiare un panino nell’isola delle donne che volano?


LA BIDDRINA

Biddrina serpente occhi rossi Sicilia

Un animale mitico che pare abiti nelle zone umide delle campagne. Se ne parla molto in provincia di Caltanissetta. Il termine Biddrina, secondo alcuni, deriva dall’arabo e indica un grosso serpente acquatico. Sarebbe una biscia di enormi dimensioni (almeno sei metri), con la testa simile a una grancassa e una colorazione tra il verde e il blu. Pare che includa i tratti di un drago e di un coccodrillo. È visibile prevalentemente di notte, in particolare per via degli occhi rossi e luminosi come fari. Si aggira tra gli alberi e le canne, mangiando capretti, agnelli ed esseri umani. Beve l’acqua sulfurea che scorre nei pressi delle miniere, acquisendo forza e immunità ai danni fisici. La leggenda vuole che una comune biscia, rimanendo nascosta per sette anni, possa diventare una Biddrina come per magia.

Biddrina statua Sicilia

Il suo nome viene usato per apostrofare donne particolarmente cattive ed è accostabile alla vipera. Pare che nel secolo scorso ne fosse stata uccisa una a Cammuto, dove la sua figura è scolpita su una fontana, insieme alla datazione dell’evento. Un’altra venne abbattuta nella contrada Cosciu durante gli anni ’60, con la presenza dei Carabinieri. Una contessina del luogo ordinò che il rettile fosse bruciato. Negli anni ’50 furono invece uccisi due esemplari da un gruppo di pastori, nella vallata sotto il monte Saraceno. Attualmente a Butera, durante la festa di San Rocco, viene portato in giro per le strade u sirpintazzu, uno spauracchio di carta che ricorda questo animale.


IL FANTASMA DI MATTEO BONELLO

Fantasma del Castello di Caccamo

Il castello di Caccamo, in provincia di Palermo, è il più grande della Sicilia ed esiste da quasi mille anni. Venne eretto durante il periodo normanno, per volontà della famiglia Chiaramonte, e a quanto pare ospita uno spettro dall’aria truce. Costui, in vita, era il signore di Caccamo, Matteo Bonello, che fu promotore della rivolta dei baroni del 1160. Fallita l’impresa ai danni degli Altavilla, Bonello venne imprigionato da re Guglielmo I proprio nel sotterraneo di quel castello e torturato brutalmente. Gli vennero strappati gli occhi e recisi tutti i tendini. Morì pochi giorni dopo il suo arresto. Si mormora che di notte il suo spettro si aggiri ancora nella fortezza, trascinando i propri arti in modo sgraziato. Le sue orbite sono vuote e pronuncia frasi cariche d’odio, probabilmente rivolte agli amici che lo tradirono, consegnandolo al sovrano.


COLAPESCE

Colapesce tre colonne Sicilia

Pare che in tempi remoti vi fosse un giovane messinese di nome Nicola, soprannominato Cola. Era figlio di un pescatore e amava così tanto il mare da trascorrere intere giornate a nuotare. Questa condotta fece infuriare la madre, che un giorno esclamò “Cola! Che tu possa diventare un pesce!”. La frase ebbe l’effetto di una maledizione e Nicola divenne una creatura metà uomo e metà pesce, tanto da non tornare più sulla terraferma. La sua fama crebbe tra i pescatori che percorrevano lo Stretto e giunse alle orecchie di Federico II di Svevia, che volle conoscerlo a tutti i costi.

Colapesce sorregge la colonna

Il sovrano, meravigliato da Colapesce, decise di sfidarlo e gettò in mare una coppa tempestata di diamanti. Cola si immerse per recuperarla, ma quando tornò in superficie raccontò al re di aver visto cose strabilianti: la Sicilia in realtà posava su tre colonne sottomarine, delle quali una era scheggiata. Il re lo sottopose a un’altra prova: gettò in acqua un sacchetto colmo di monete d’oro, promettendogli che nel caso lo avesse recuperato, avrebbe potuto sposare sua figlia. Colapesce si inabissò, ma questa volta non riemerse. Si racconta che, dato che una delle colonne stava per frantumarsi, abbia rinunciato alla gloria per sorreggerla con il suo corpo e salvare così la sua amata isola. Da secoli Colapesce giace in fondo al mare, portando sulle spalle la stabilità delle terre sicule.


LA MAJARA

Tre Majare streghe di Sicilia

Figura femminile con i tratti di una strega e di una guaritrice. Non ricorreva per scelta a forze demoniache. I suoi poteri derivavano dalla conoscenza della natura e dalla familiarità con esseri magici. Era inoltre una ottima psicologa, che sapeva infondere nel malato la sua forza di volontà per spingerlo a reagire. A lei si rivolgevano le persone dei ceti meno abbienti, pagandola in natura (spesso con del cibo). A volte non cerano in cerca di una cura per qualche malanno ma rassicurazioni, predizioni o la rimozione di incantesimi maligni. L’investitura di una Majara avveniva tramite altre donne (le madrine), che prima di Natale o dopo il solstizio d’estate la consacravano con dell’acqua, andando a mettersi sulla confluenza di tre strade o tre fiumiciattoli. Oltre a erbe comuni e unguenti, per combattere il malocchio recitavano delle particolari filastrocche. Vennero prese di mira dall’Inquisizione e anche nei periodi successivi rimasero socialmente emarginate.


IL GIGANTE ENCELADO

Gigante Encelado vulcano Etna

Una leggenda che coinvolge l’Etna e che affonda le proprie radici nel mito dei giganti. Si narra che in tempi antichi un colosso di nome Encelado, figlio di Gea, volesse sfidare Zeus, conquistando la dimora degli dèi. Per questo, insieme ai suoi  24 fratelli, iniziò a mettere una sopra l’altra tutte le montagne più alte del mondo. Zeus, infuriato, scagliò un fulmine così potente da infiammare tutto il cielo e accecare i giganti. Encelado si ritrovò sepolto nel picco roccioso da lui costruito e iniziò a sputare fiamme dal petto, che poi emergevano dal cratere dell’Etna. Nel celebre vulcano si nasconderebbe perciò un gigante in trappola che ogni tanto scatena la propria ira. Una versione alternativa del mito ha per protagonista il gigante Tifeo, il quale viene descritto come un essere mostruoso, simile a un drago con cento teste. Quest’ultimo si scontrò con Zeus ed ebbe quasi la meglio, ma Hermes e Pan corsero in aiuto del padre degli dèi, che si rimise in sesto e imprigionò il colosso sotto l’isola.


IL FANTASMA DI DONNA LAURA

Castello Carini di Sicilia

La triste sorte di Laura Lanza ha portato alla creazione di racconti, canzoni e sceneggiati televisivi. Figlia di un ricco proprietario terriero di nome Cesare Lanza, venne data in sposa appena sedicenne al barone Vincenzo La Grua. Il marito viveva in realtà a Palermo ed era occupato con la gestione dei suoi possedimenti, lasciando sola la giovane moglie nelle fredde stanze del castello di Carini. Laura finì per innamorarsi di Ludovico Vernagallo, proveniente dal vicino feudo di Montelepre. Il rapporto tra i due fu passionale, ma era destinato a finire nel sangue. Nel 1563 i due amanti vennero scoperti e giustiziati dal padre e dal marito, che arrivò a confessare il delitto d’onore al re di Spagna con una lettera.

Donna Laura Lanza dipinto

L’uccisione della coppia si consumò nell’ala occidentale della fortezza, ormai in rovina, e pare che su una parete della stanza sia rimasta l’impronta della mano insanguinata di Laura. Il fantasma della donna riappare di notte, ogni 4 dicembre, in memoria della tragedia. Gli abitanti di Carini affermano di averla vista in ricchi abiti rinascimentali, intenta a vagare per il castello o a recarsi a pregare nella cappella. Una squadra di ghost hunters locali ha svolto indagini nei paraggi, andando incontro a bruschi cali di temperatura, a improvvise folate di vento e alla voce di una donna in lacrime.

Mano insanguinata donna laura siclilia


LA NINFA ARETUSA

Dipinto con Ninfa Aretusa e Alfeo

La fonte Aretusa è un luogo suggestivo che si trova in territorio siracusano e fa capo a una leggenda ellenica. Si racconta che Alfeo, figlio di Oceano e Teti, era un un giovane cacciatore dell’Arcadia che dedicava anima e corpo alla conquista di trofei, rifiutando anche le donne più belle. Venere, indispettita dalla mancanza di amore del ragazzo, chiese aiuto a Cupido. Quest’ultimo apparve in sogno ad Alfeo e gli disse che a Siracusa avrebbe trovato degli uccelli rari da cacciare e una bellissima sorpresa. Sbarcato sull’isola, Alfeo vide una quaglia d’oro e le scagliò una freccia. Il volatile cadde a terra e si trasformò in una splendida ninfa, adagiata in una vasca d’argento. Alla sua vista, Alfeo si innamorò perdutamente.

Statua con Aretusa e Alfeo

La ninfa coprì le sue nudità per la vergogna e si presentò come Aretusa, seguace della dea Artemide, alla quale aveva fatto voto di castità. Alfeo non volle allontanarsi, preferendo l’ira divina alla perdita di tale bellezza, e Aretusa tentò di fuggire, venendo presto raggiunta. Artemide intervenne trasformando la sua ninfa in una fonte di acqua fresca e Alfeo, disperato, chiese al padre Oceano di diventare un fiume, in modo da potersi congiungere con la fonte. Il suo desiderio venne esaudito e i due poterono finalmente stare insieme, dando vita al luogo che oggi conosciamo.


U SUGGHIU

U Sugghiu chupacabra disegno

Nel caso del Sugghiu non ci troviamo di fronte a un folletto o a uno strano animale, ma a un mostro nel vero senso del termine: trattasi di un ibrido tra un essere umano, un mammifero e un rettile, dalla lunghezza di circa due metri, con il corpo ricoperto di squame verdastre. I suoi occhi sono feroci come quelli di un cane rabbioso. Questa entità leggendaria è stata avvistata anche di recente in varie zone della Sicilia, inclusi boschi, paludi e località costiere. Fin dai primi anni dell’800 ne sono state rinvenute delle presunte tracce sulla costa tirrenica, nell’agrigentino e nel ragusano. Il suo aspetto ributtante lo ha reso protagonista di insulti scherzosi e modi di dire. Il suo verso non è meno inquietante e ricorda sia il grugnito di un maiale che il raglio di un asino.

Sugghiu nel buio disegno

Questo sinistro richiamo gli servirebbe ad attirare gli altri animali, che vengono poi divorati con ferocia. Lo stomaco del Sugghiu è infatti molto resistente e gli consente di digerire perfino le pietre. Nonostante i frequenti incontri con l’uomo, in pochi hanno provato ad affrontare questa sorta di Chupacabra del meridione. Pare che un cacciatore gli abbia esploso addosso l’intero caricatore del suo fucile, senza procurargli alcun danno visibile. Possiamo quindi dedurre che le scaglie della sua pelle siano durissime. Molti contadini attribuiscono al Sugghiu i furti di ortaggi e dei capi di bestiame.

U Sugghiu creatura leggendaria sicula

Una tesi avvalorata da un episodio avvenuto negli anni ’80 a Catania, dove la creatura emerse dalle acque del mare per divorare un vitello. Qual è la vera natura di questo essere? C’è chi parla di extraterrestri, chi di una mutazione, chi di un animale preistorico risvegliatosi ai giorni nostri. Le teorie più razionali tirano in ballo rettili troppo cresciuti o semplici suggestioni della mente. Nel dubbio, vi lasciamo con il proverbio “Nun jiri ‘dda ca venu ‘u sugghiu e ti pigghia!” (Non andare lì perché arriva il Sugghio e ti rapisce).


POLIFEMO

Quadro di Polifemo in Sicilia

Il paese di Aci Trezza è famoso per la riviera dei ciclopi, legati alla leggenda di Ulisse e Polifemo. Il sovrano di Itaca, dopo essersi smarrito, approdò nella terra dei ciclopi, i celebri giganti umanoidi con un occhio solo. Ulisse entrò con dodici uomini nella grotta di Polifemo, che nel frattempo badava al suo gregge. Gli Achei razziarono la grotta e, quando Polifemo ritornò, per vendetta divorò due soldati e chiuse i restanti nella caverna. Ulisse allora ubriacò Polifemo con del vino e, quando il ciclope crollò per il sonno, lo accecò con una trave incandescente. Il gigante, furioso per il dolore, spostò il masso che chiudeva la grotta e gli Achei riuscirono a scappare legandosi sotto al ventre di alcuni montoni. Ulisse riuscì a raggiungere la sua nave e salpò. Polifemo raccolse tre grandi massi e li scagliò in mare nel tentativo di colpire i fuggiaschi. I tre faraglioni sono ancora visibili, sporgendo dalle acque che bagnano Aci Trezza.


LU BANCU DI DISISA

Per descrivere questo racconto partiamo dal concetto dei “truvaturi”, ovvero preziosi tesori che sarebbero sepolti in luoghi nascosti e protetti dagli spiriti. Il mito prende spunto dall’invasione dei musulmani, che spinse molti abitanti siculi a seppellire i propri averi pur di non farseli portare via. Spesso i truvaturi comprendono monete d’oro, gioielli pieni di pietre preziose e manufatti in argento; il loro valore è tale che potrebbero rendere ricca l’intera isola. Uno di questi tesori è soprannominato “Lu bancu di Disisa” e pare che sia ubicato in una grotta presso il Feudo Disisa a Grisì, una frazione di Monreale.

Bancu Disisa tesoro

Nella caverna del tesoro albergano piccoli spiritelli che si divertono a giocare a bocce o a carte tra le montagne di gemme. Le ricchezze sembrano una facile conquista, ma si dice che chiunque provi a portare via anche solo una moneta non troverà più l’uscita. L’unico modo per appropriarsi del “banco” è farsi aiutare da tre persone che provengano da tre angoli diversi dell’isola. Gli aiutanti devono chiamarsi tutti “Santi Turrisi” e hanno il compito di sventrare una giumenta bianca per poi mangiarne le interiora. Solo alla fine di questo macabro rituale le ricchezze potranno vedere la luce del sole.


IL CAVALLO SENZA TESTA

Cavallo senza testa leggenda sicilia
Cavalli senza testa disegnati da LizzerFizzer (DeviantArt).

Una leggenda narra che nel 1700 a Catania, in via Crociferi, si incontrassero amanti, criminali e cospiratori. Era un luogo poco frequentato dalla gente perbene e chi vi si aggirava faceva in modo di non essere visto. Qualcuno iniziò a far girare la voce che in quella via, di notte, si aggirasse un cavallo senza testa. Pare che un giovane catanese, per una scommessa con gli amici, promise di attraversare la strada nottetempo, piantando un chiodo sotto l’arco del monastero di San Benedetto, come testimonianza del suo passaggio. A mezzanotte il ragazzo si recò sul posto ma, per la fretta, un pezzo del suo mantello rimase intrappolato nel chiodo. Sentendosi trattenuto da qualcosa, il giovane morì di infarto. Da allora ci vollero anni prima che qualcuno rimettesse piede in via Crociferi quando calava il sole. Si racconta che ancora oggi, a notte fonda, sia possibile udire gli zoccoli di un cavallo sull’asfalto.


La scampagnata isolana non ha lasciato indifferenti nemmeno gli avventurieri più intrepidi: non bastassero streghe e fantasmi, ci sono pure rospi divoratori di bambini, serpenti infernali e ciucciatori seriali di bestiame! Quello della Sicilia è veramente uno dei campionari più imprevedibili che ci siano capitati nella nostra lunga catalogazione del folklore italico. Posto che non siate precipitati nelle fauci di qualche creatura marina, vi rimandiamo al nostro elenco di Bestiari per rifarvi gli occhi. Non resterete a bocca asciutta per molto tempo, perché un’altra regione dello Stivale è pronta a offrirvi il suo menù mostrofilo! Cordiali saluti e attenti al Sugghio.


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