La Pixar aggiorna la console per gestire le ansie sociali dell’adolescenza.
di Alessandro Sivieri

Oggi ho un picco di isteria, che cacchio staranno combinando ai piani alti? A qualcuno si è rovesciata la fonduta sui comandi? Eh sì, sarebbe bello immaginare il nostro corpo come una gigantesca macchina dotata di settori ben distinti e di un centro di comando simile a quello dell’Enterprise. Che poi, a livello biologico, non siamo tanto distanti dalla realtà, ma quanto sarebbe grazioso – e di facile, immediata comprensione – se nella nostra scatola cranica vivessero alcuni omini che risolvono problemi e prendono decisioni? Ognuno avrebbe la sua personalità, oltre che un campo specifico di competenza, e il nostro operato sarebbe la sintesi delle loro idee. Ci saranno degli omini colorati nella nostra testa? In quella del sottoscritto è più probabile trovare un’autoradio che naviga nel lambrusco, in quella di altri un quintale di materiale fecale, ma il presupposto è senz’altro interessante. Vi ricordate Esplorando il corpo umano, la serie cartoon di Albert Barillé? Ecco, già lì ci veniva messa di fronte una stanza dei bottoni nel cervello con tanto di supervisore anziano e scorbutico.

Tale scenario si sposa con la nostra attitudine a semplificare i concetti complessi, o quelli astratti, dandogli un volto e una serie di caratteristiche che riflettono le nostre. L’essere umano personifica, antropomorfizza, in modo da poter guardare in faccia ciò che solitamente non ha forma o limite, e riuscire infine ad accettarlo. Uno dei mezzi chiave di questo processo è l’animazione, che non essendo vincolata a una messa in scena realistica può permettersi di tutto: animali civilizzati, fantasmi, giganti, unicorni, e ora anche le emozioni con un volto. Con Inside Out, a rendere accessibile a grandi e piccini la psicologia cognitiva umana di base è arrivata la Pixar Animation Studios, ed era il gruppo di gente più adatto al delicato compito.

Nata come divisione della Lucasfilm specializzata in effetti digitali, è stata poi rilevata e riorganizzata da nientedimeno che Steve Jobs, per poi conoscere la vera fama negli anni ’90 con Toy Story e A Bug’s Life. Sotto la guida del patron John Lasseter, la Pixar ha segnato il passaggio dell’animazione per famiglie dall’analogico al digitale, aprendo al cosiddetto “cartone animato” una dimensione sconfinata di innovazioni tecnologiche, di opportunità narrative e di costruzioni semantiche. Nulla è stato più lo stesso, in un alternarsi di Gioia e Tristezza, senza dimenticare Paura, Disgusto, Rabbia e ulteriori addetti ai lavori che fanno capolino in questo Inside Out 2.

La giovane Riley, bionda protagonista del primo episodio, compie 13 anni e si affaccia allo sfaccettato e rognoso periodo della pubertà, con tutti gli ingredienti del caso: il corpo che cambia, bruschi cambi di umore, amicizie messe alla prova, prime sbandate e una marea di insicurezze. Le emozioni, con lo sviluppo del cervello e di una coscienza di sé, si fanno più sfaccettate e questo lo avevamo già notato nell’epilogo del 2015, con ricordi che possono essere sia tristi che confortanti. Insomma, cara pischella, benvenuta sul pianeta delle memorie agrodolci e delle giornate amare che però si concludono con un pizzico di speranza (tipo il finale de L’Impero colpisce ancora). Nella fase in cui non sei un adulto ma nemmeno un bambino, la parte emotiva riserva diverse sorprese e ciò che proviamo al momento può estremizzarsi fino a lasciare un segno permanente e influenzare il nostro agire futuro. Le emozioni del centro di comando influiscono su Riley e ne vengono a loro volta influenzate, portando avanti un sottile equilibrio che consente la costituzione della personalità della ragazza, con convinzioni e valori annessi che vanno a formare un metaforico arbusto.

Bene, abbiamo detto adolescenza, quindi bipolarismo incipiente e necessità frequente di deodoranti. Aggiungiamoci le paure per l’inizio di un liceo dove le migliori amiche non ci saranno e il tentativo di entrare nella squadra di hockey femminile più cool della scuola, le Firehawks. La selezione di giovani talenti prevede un bootcamp estivo dove Riley dovrà dare prova di sé e impressionare la severa allenatrice. Insomma, il team creativo della Pixar ha deciso (furbescamente) di accantonare il discorso sessualità e/o innamoramenti e/o qualunque cosa relativa all’affettività per focalizzarsi su un altro lato della crescita, ovvero l’ambizione, l’esigenza di dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri. Quanto oltre è disposta a spingersi Riley pur di garantirsi un posto nelle Firehawks? Potrebbe sacrificare le sue amicizie? Il suo senso di correttezza?

A fronte di questi dilemmi, la console di comando subisce una demolizione traumatica per avviare gli ampliamenti, di fronte agli occhi sgomenti di Gioia & soci, come se degli operai arrivassero a ripiastrellarvi il bagno e spaccare i tubi mentre eravate sul trono a combattere la stitichezza. Non parliamo poi dei colleghi freschi di nomina, roba che la gente vista in The Office era sana e pacata: la piccola ma sinistra Invidia, la flemmatica Noia, il taciturno Imbarazzo (che naturalmente sembra un Kinder Happy Hippo rosa in sovrappeso), e lei, la new entry più pesante, cioè Ansia. Doppiata da Maya Hawke, Ansia non ha timori razionali come un cane rabbioso o un palo della luce che sta per arrivarvi in faccia, ma passa il tempo a fare congetture, a dipingere scenari negativi, elaborando strategie e contromosse. Sei proprio cresciuta, cara Riley. Benvenuta nella valle delle paranoie e dell’overthinking notturno.

Come effetto della presa di controllo da parte di Ansia, le cinque emozioni originali vengono imprigionate in un caveau della memoria, dal quale fuggono con l’aiuto di personaggi comici: un imponente segreto inconfessabile, un cartone dell’infanzia dai modi disturbanti e una crush da videogame in stile Soul Calibur. Parte l’epopea alla ricerca dell’originale Senso di Sé di Riley, nella speranza di ripiantarlo al centro di comando e salvare la situazione, mentre Ansia instaura un regime dittatoriale in nome del prestigio sociale della ragazzina. Gioia guida il gruppo con alterne fortune in un tour tra i luoghi dell’inconscio e i vari sottolivelli cerebrali della sua protetta, dando modo ai produttori di fare ciò in cui eccellono: rendere tangibili i luoghi simbolici, donandogli un design azzeccato e una logica interna. Sul fronte grafico si avvertono i passi in avanti di questi anni, a cominciare dai dettagli della pelle fino agli effetti di illuminazione, il tutto contornato da aggiunte nostalgiche di personaggi bidimensionali o con un numero di poligoni ai livelli della prima PlayStation.

L’ostacolo su cui questo secondo capitolo va a inciampare è un calo di originalità degli snodi narrativi, eccessivamente dipendenti dal primo film (allontanamento dal quartier generale, esilio), unito a una mancanza di maturità, a dispetto della crescita della protagonista: gli atteggiamenti dei teenager, i momenti di tensione drammatica, le conseguenze dell’assenza di scrupoli, tutto è più che mai a misura di bambino, inteso come un target leggermente al di sotto della media alla quale un prodotto del genere poteva puntare in relazione allo storytelling e alla stesura dei dialoghi.

L’impressione è che il regista debuttante Kelsey Mann, affiancato dalla sceneggiatrice veterana Meg LeFauve, non abbia trovato il punto di incontro tra la comfort zone da famigliola dei Flanders e le dinamiche ambigue, a volte crudeli che caratterizzano l’introduzione all’adolescenza. Quando cresci hai il disperato bisogno di integrarti e ogni piccola cosa assume i contorni di un rito di passaggio, che ti porta a rinnegare chi sei veramente. Va benissimo, ma davvero Riley si crea da sola ogni problema mentre le facce nuove, dalla prima all’ultima, dispensano pacche sulle spalle e sorrisi rassicuranti? Welcome to liceali idealizzati, consapevoli e più altruisti di un volontario del servizio civile.

In linea con questo approccio conservativo, solo il 50% delle nuove emozioni ha una presenza scenica tale da competere con le cinque originali, sebbene gli attimi in cui hanno l’occasione di brillare non manchino: Riley è vittima dell’Ansia, e quest’ultima è vittima della sua natura. Ciò porta a una rappresentazione spettacolare e accurata di un attacco di panico, la migliore mai vista in un’opera di animazione, impostata sul doppio binario del caos a velocità luce sulla console e dei sintomi fisici che chi soffre abitualmente di queste crisi saprebbe riconoscere a occhi chiusi. Un colpo ben assestato in una cornice che vuole rimanere infantile, seguito da un altro gradevole ingrediente che è il sarcasmo di Riley. Eh sì, la prima della classe e figlia di genitori WASP ha perlomeno un difetto, se di difetto possiamo parlare. In effetti il sarcasmo, che può essere un’arma efficace contro qualunque cosa (Ansia inclusa), meriterebbe di comparire nel centro di comando per dare un po’ di pepe alle new entry. Tutto il resto è Gioia (ma solo perché Noia, tediata dalla sua stessa esistenza, non si schioda dalla poltroncina).
