THE VVITCH: A New-England Folktale

THE VVITCH: A New-England Folktale

Una recensione di Matteo Berta

Chi cerca un film dell’orrore nell’opera prima di Robert Eggers finisce male. Qualcuno potrebbe appellarsi ai due jump scare che sembrano essere stati imposti più che voluti, ma di certo ci troviamo di fronte ad una storia narrata in modo intelligente e che di tanto in tanto esce dal seminato per cadere in appigli destinati ad un pubblico che si aspettava un Rob Zombie e invece si trova una narrazione drammatizzata dal retrogusto documentaristico. Questo film non parte da nessuna premessa, ti butta in un nucleo famigliare che se hai voglia di seguire bene, altrimenti rischi di desiderare sempre qualcosa di diverso nello shot successivo.

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Lo spettatore diventa indagatore, poi vittima e infine letteralmente “ascoltatore” senza diritto di replica. Ci viene detto esplicitamente che siamo di fronte ad un insieme di storie tramandate che sfociano tutte in questa preponderante “voglia di credere a qualcosa” che sia semplicemente un’indole religiosa o un modo di pensare e vivere, ci viene urlata la grande necessità di voler pensare che esiste questo “mostro”, niente di più vicino al significato connotativo dell’espressione “caccia alle streghe”. Allora ci buttiamo a capofitto nelle logiche dei personaggi che stravolgono i loro abiti stereotipati e sono sempre pronti a mettere in discussione il proprio ruolo all’interno della famiglia e i vari punti fermi all’interno di se stessi. Il bosco è semplice, è ciò che ci hanno sempre abituato a considerare, un luogo che porta alla perdizione e abitato dalla creatura oscura, dal capro espiatorio. Non dobbiamo avere paura di questo film, ma dobbiamo utilizzarlo, dobbiamo servircene per comprenderlo appieno come chiave di lettura di se stesso e come esempio estremamente concreto di come si scrive una sceneggiatura, perché è scritto veramente bene.

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The VVitch è anche portatore dei miglior teaser character poster degli ultimi anni, anche se i paratesti oltre alla bellezza estetica, sembrano voler portare lo spettatore più verso una logica da invito all’horror serale, ma non è questo il caso. Mark Korven si limita a ricalcare le atmosfere ambigue senza voler intaccare il ritmo della storia ne presentarsi come protagonista o anticipatore di sequenze successive o particolari scene emozionali.

Un regista che si dimostra gran lavoratore e attaccato morbosamente alla fedeltà storica visto il lavoro magistrale sui costumi (merito anche del suo passato da costumista) sulle location e sul lavoro importante attuato per rendere il linguaggio dei protagonisti più verosimile possibile. Dal punto di vista storico si ragiona finalmente in modo diametralmente opposto al solito racconto coloniale inglese/francese, qui ci si presenta una storia di immigrazione dove non si parla di usurpazione, ma nostalgia della propria terra d’origine.

Non un lavoro eccezionale, ma sicuramente da vedere e forse rivedere, per quanto riguarda la storia iconografica della capra/caprone/becco, come animale demoniaco farò parlare chi se ne intende seriamente, presto chiederò al nostro autore Giovanni di parlarcene nella sua rubrica dedicata al Medioevo Mostruoso.

Bestiario fantastico. Mostri e animali di altri tempi

 

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