THE BLAIR WITCH PROJECT – Quando il mostro non si vede (e forse non esiste)

Scavando nella mitologia del found footage per eccellenza.

di Alessandro Sivieri

Facciamo un bel salto nel tempo, purtroppo senza l’ausilio di una DeLorean modificata. La destinazione è il culmine degli anni ’90, agli albori di Internet e del marketing virale, quando i vari REC e Paranormal Activity non erano nemmeno un’idea, mentre l’eredità di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato era già granitica. È in questo clima di sperimentazione da fine millennio che una coppia di registi esordienti (Daniel Myrick e Eduardo Sánchez) alla guida di un trio di attori altrettanto sconosciuti (Heather Donahue, Michael Williams e Joshua Leonard, nei panni di se stessi), sfornano The Blair Witch Project, pellicola horror che a fronte di un budget contenutissimo arriverà a incassare più di 200 milioni di dollari. La strega di Blair ha lasciato una traccia indelebile nell’immaginario collettivo e ha costituito un prodotto d’avanguardia per quel genere found footage (o se preferite mockumentary) così abusato odiernamente.

the-blair-witch-project-w091611

Siamo di fronte a un film che può suscitare adorazione incondizionata o assoluto disprezzo, un’opera radicale che fa del minimalismo e dell’immediatezza i suoi punti di forza. Il suo aspetto più inquietante, adeguatamente sfruttato in fase di campagna promozionale, è la parziale verosimiglianza degli eventi: i protagonisti sono tre giovani videoamatori intenzionati a realizzare un documentario sul mito della strega di Blair, un’entità maligna che, secondo la leggenda, infesta da secoli i dintorni di Burkittsville (cittadina del Maryland realmente esistente, divenuta meta turistica in seguito all’uscita del film), causando disgrazie e sparizioni.

Dopo alcune interviste ai reticenti abitanti del villaggio, i ragazzi si addentrano nei boschi circostanti a caccia di segni che possano indicare la presenza della strega, e qui iniziano i guai: il gruppetto scoprirà di essersi perso nella foresta, un labirinto di vegetazione senza fine che assume le caratteristiche di una dimensione parallela. La situazione peggiora quando i tre, fisicamente ed emotivamente stremati, si imbattono in manifestazioni angoscianti, che vanno da tumuli ed elementi decorativi di stampo tribale, fino a veri e propri agguati nella notte, a opera di presenze non meglio identificate. Un crescendo di tensione che culminerà in un epilogo fatale ed enigmatico, con i ragazzi presumibilmente trucidati dalla strega (o da chi ne porta avanti l’opera).

La trama lineare e dagli esiti tragicamente prevedibili viene raccontata come una finzione nella finzione: tutto ciò che vediamo è stato girato con camera a mano dai tre giovani, come un diario personale, il making of del loro agognato documentario; il materiale video ritrovato nel bosco diventa la prova di ciò che gli è accaduto, la loro ultima apparizione in carne e ossa. Se il point of view artigianale agevola l’immedesimazione dello spettatore, a consacrare questa pellicola è la sua mitologia: gli autori hanno avuto l’intuizione di servirsi di una leggenda locale e di portarla alla ribalta, spacciando per vera la tragedia narrata nel film e sfruttando la crescente diffusione di Internet. Una campagna mediatica innovativa, costruita su un paio di mosse astute, come chiedere ai protagonisti di sparire dalla circolazione per mesi, diffondere appelli con la scritta Missing e coinvolgere il popolo della Rete. Il prodotto audiovisivo è stato presentato come il rimasuglio delle riprese precedenti alla scomparsa, giunto nelle mani dei registi dopo il ritrovamento da parte della polizia. A corredare il tutto,  testimonianze di amici e foto dell’infanzia dei tre attori.

Negli Stati Uniti l’aura “maledetta” di The Blair Witch Project ha sfondato la quarta parete come mai prima di allora. Mettete da parte la logica per un attimo e immaginate di recarvi al cinema, consci di assistere a un omicidio in diretta: ciò che vedete, per quanto improbabile, è realmente accaduto, quindi vivendo gli ultimi istanti di vita delle vittime e condividendo la loro disperazione. Vi sentite un po’ meno al sicuro perché sapete che qualunque cosa li abbia uccisi ha un’origine poco chiara ed è ancora là fuori. Una strategia che negli anni ha fatto scuola (basti pensare a Cloverfield). Purtroppo la pellicola non ebbe il medesimo effetto nelle sale nostrane, poiché la finzione era già crollata grazie al passaparola. Questo non intaccò l’apprezzamento dei mitomani e degli appassionati dell’horror.

Inevitabili gli accostamenti con l’opera di Deodato, uscita un paio di decenni prima, eppure in questo caso si privilegia la suggestione e si riduce al minimo il gore: in Cannibal Holocaust il ritrovamento delle riprese era parte dell’universo diegetico (un passaggio narrativo a tutti gli effetti), qui invece diventa un fatto di cronaca verosimile, architettato e dato in pasto ai media. L’altro carattere distintivo riguarda la figura della strega. Ne avvertiamo la presenza ma non compare mai, poiché l’intera vicenda è giocata sul “vedo non vedo“. Niente mostri assatanati o budella sanguinanti, il lavoro sporco è delegato alle fughe concitate nel bosco con riprese traballanti. L’identità dell’antagonista è lasciata all’immaginazione e lo spettatore può darsi una risposta da solo: un’entità sovrannaturale, una setta o un pazzo assassino? Dipingendo il volto del killer, gli attribuiamo delle caratteristiche che ci spaventano, al pari dei protagonisti. Il terrore è nella nostra fantasia, siamo noi a dare una forma alla strega, ed è diversa per ognuno.

È quindi possibile valutare questo lavoro senza tenere conto del suo background promozionale? Difficile tralasciarne la storicità, le leggende che lo circondano e il suo status di cult, che ancora oggi fornisce spunti per sequel, videogame e opere derivate. Eppure, esorcizzando i pregiudizi verso questo format (non a tutti piacciono le scorciatoie estetico-narrative del found footage), ci si accorge di avere per le mani un film duro e inquietante, che ci fa perdere ogni bussola spazio-temporale con il progressivo allontanamento dalla civiltà. Una paura informe, che passa dalla porta sul retro per attaccare la psiche prima ancora della carne.

Nel non-luogo rappresentato dalla foresta, non vi sono apparecchiature tecnologiche in grado di aiutare e i sentieri paiono tutti uguali. L’ironia dei ragazzi, sfruttata come arma di autodifesa, svanisce definitivamente nei momenti di alta tensione come l’agguato nella tenda e la sequenza della casa abbandonata. Nell’epilogo i volti terrorizzati e sofferenti non vengono inquadrati, togliendoci un’altra fetta di controllo. Immaginare una scena violenta può essere peggio che vederla; sentire una matta che urla – non i soliti strilli da slasher, ma grida selvagge e laceranti – senza conoscere la fonte del pericolo innesca un campanello d’allarme nel nostro subconscio. Per questo anche il più aspro detrattore è costretto a riconoscere il carisma e il peso produttivo di un’opera divisiva per natura. Se poi decidete di stare al gioco, verrete letteralmente stregati. E non vi salterà mai in mente di avventurarvi in un bosco senza un cellulare e un’arma automatica.

Non perdetevi la nostra analisi del sequel Blair Witch!

The Blair Witch Project – Il Mistero Della Strega Di Blair

2 commenti Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...