MACBETH – L’ORTODOSSIA SHAKESPEARIANA AL CINEMA

di Alessandro Sivieri

Bisogna stare attenti quando si approccia quel pezzo da novanta di William Shakespeare. Il suo Macbeth è uno dei classici per eccellenza sulla paranoia del potere, una tragedia che intreccia magistralmente ossessione e destino. Protagonista è un valoroso condottiero del basso medioevo che, tramite una profezia enunciata da tre streghe, apprende che presto regnerà sul trono di Scozia, ma non avrà eredi. Manipolato dall’astuta moglie, Lady Macbeth, arriverà a uccidere il suo re per prenderne il posto, scivolando lentamente nella follia.

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Farà assassinare amici, rivali e persone innocenti pur di eliminare ogni possibile minaccia al suo regno, fino a quando non incontrerà la sua fine per mano del vendicativo Macduff. Rielaborare un’opera teatrale per il grande schermo non è un compito facile ma l’opera di Shakespeare ha avuto svariate incarnazioni cinematografiche, come quella di Orson Welles (1948) e di Roman Polanski (1971). Diretto dall’australiano Justin Kurzel, questo nuovo adattamento è radicale, atipico. Nei panni del protagonista troviamo il poliedrico Michael Fassbender, che nel 2015 si è diviso tra questo lavoro e Steve Jobs di Danny Boyle, forse in cerca di ruoli da Oscar. Ad affiancarlo come Lady Macbeth c’è la fascinosa Marion Cotillard. Curiosamente i due attori, il regista, il fratello compositore Jed Kurzel, il direttore della fotografia e uno degli sceneggiatori sono stati tutti “riciclati” per Assassin’s Creed, discussa trasposizione della saga videoludica su cui daremo presto il nostro responso. Chissà, forse la Fox e la Ubisoft hanno voluto tutto il blocco perché gli è piaciuto lo stile del film. E non possiamo negarlo, di stile questo Macbeth ne ha da vendere.

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Dalla battaglia iniziale al duello finale tutto è permeato da un’atmosfera rarefatta, fuori dal tempo. La messa in scena fatta di panorami selvaggi e silenziosi ricorda pellicole come Valhalla Rising e Braveheart. Siamo al medioevo crudo localizzato nel fantastico, dove i personaggi stessi si mostrano consapevoli della loro natura archetipica. Fassbender e Cotillard, i due volti dell’oscurità, si trovano perfettamente a loro agio nelle dinamiche della coppia fatale. Il primo ci regala un’interpretazione di livello e dai tratti ambivalenti: in principio il suo Macbeth è un alleato fedele, un guerriero feroce ma introverso che ricorda il Big Boss di The Phantom Pain (per chi conosce i videogiochi di Hideo Kojima). In seguito alla profezia e alle pressioni della moglie, una Lady Macbeth senza scrupoli che sa di giocare col fuoco, esplode la paranoia, la furia omicida; l’abilità di Fassbender ci trascina nella follia del suo personaggio, dovuta a un’ambizione quasi inconsapevole e al senso di colpa. A fare da cornice una messa in scena enfatica e una fotografia che in ogni attimo vuole lasciare il segno. Il regista si impegna ricercando l’eleganza in ogni dettaglio, codificando un’impronta visionaria, anche se gli scontri in mezzo alla nebbia e lo slow motion non sono nuovi allo spettatore. Senza contare che la sua estetica deve molto a gente come Refn. Fortunatamente, grazie al carisma degli interpreti, la spettacolarità non soffoca tutto il resto. Il problema principale è però la sceneggiatura senza compromessi.

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I dialoghi di impronta shakespeariana vengono rispettati anche troppo, cozzando con la regia altamente cinematografica (ma dai?) e creando uno scomodo senso di artificiosità. Mettiamo da parte l’ottica metateatrale di gente come Peter Greenaway, che costituisce un universo a parte, e parliamoci chiaro: se voglio assistere a un’opera teatrale non vado al cinema. Le frasi di Shakespeare, colme di giochi linguistici e metafore, sono concepite per un soliloquio su un palco e non per un film, dove la scena è tridimensionale e la realtà viene filtrata da inquadrature e montaggio. Cambia il modo di recitare, di muoversi, di interagire con gli altri attori. Alcune scene vengono inutilmente dilatate e sembra che Fassbender e soci stiano affrontando una corsa a ostacoli con il copione, che ne rallenta la spontaneità e l’approfondimento psicologico. Se la messa in scena è moderna, perché non adattare anche i dialoghi, ottenendo qualcosa di più dinamico e fruibile sia per gli attori che per il pubblico? Non si vuole affatto tacciare quest’ultimo di ignoranza, è solo una questione di economia (senza contare che l’inglese arcaico incasina anche il nostro doppiaggio).

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La differenza tra i due mezzi espressivi – cinema e teatro – va interpretata con i fatti, altrimenti si rischia non avere una chiave di lettura autonoma rispetto all’opera originale. Un’eventualità che grazie ai talenti in campo è stata parzialmente evitata, consentendo alla produzione di portare a casa un risultato rispettabile, ma che poteva essere molto di più. All hail, Macbeth.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. the Lost Wanderer ha detto:

    Sarò sincero: anche io ho percepito “l”artificiosità” dell’usare i dialoghi shakespeariani alle immagini solo che a me ha fatto un piacevole effetto “leggendario”. Ma forse è dovuto al fatto che 1)adoro la storia di Macbeth ed i suoi dialoghi, 2)il mio professore di inglese lo ha spiegato alla classe per tutto un anno scolastico, e quindi me lo ha fatto amare. Menzione speciale all’uso delle luci e dei colori (il rosso che alla fine avvolge sempre di più ogni cosa l’ho adorato)

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